Basta delegittimazione e tatticismi settari e di sopraffazione! Torni la politica che costruisce il cambiamento positivo

30 anni dalla caduta del muro di Berlino, 25 dalla prima vittoria di Berlusconi, 23 da quella dell’Ulivo, 19 dall’inizio del nuovo millennio e dal momento in cui abbiamo iniziato a percepire che la globalizzazione aveva impatto sulle nostre vite, 15 almeno dall’esplosione delle grandi piattaforme digitali e social, 12 dalla nascita del Partito Democratico, 6 dalla nostra “non vittoria” e dal primo grande successo del M5S, 1 dalla sconfitta elettorale e dall’ultimo congresso, 3 mesi dall’avvio del nuovo governo, qualche settimana dalla sconfitta in Umbria del primo tentativo di alleanza PD-M5S, e qualche altra settimana che ci separa dall’inizio degli Anni Venti di questo secolo come nella bella tematizzazione dell’iniziativa del PD nei prossimi giorni a Bologna.

Scorrendo date, momenti della storia e, più in piccolo, passaggi simbolici della nostra vicenda politica, c’è una domanda che si è fatta via via più complessa mentre le cose accadevano, in un’accelerazione continua del cambiamento come mai prima avevamo osservato: cosa significa essere di sinistra? O, detta diversamente, qual è il senso storico che vogliamo dare a un partito che si colloca nella tradizione progressista e democratica, pur sapendo che a partire da quella tradizione bisogna saper fortemente innovare?

È evidente, riscorrendo i cambiamenti del mondo di questi ultimi 30 anni, che non siamo cambiati abbastanza, che non abbiamo saputo trovare adeguate risposte, che non siamo stati abbastanza capaci di rappresentare lo spirito del tempo. Ma che la sinistra si sia smarrita non è una novità, né in Italia né nel Mondo.

Mi voglio concentrare allora sugli ultimi passaggi di quell’elenco. Perché in quel cambiamento globale e perenne che attraversiamo e ci attraversa, nel nostro piccolo siamo di fronte a una frattura, quella consumata quest’estate, che può essere una grande opportunità, guardando soprattutto a quello che potrà accadere dopo l’approvazione della manovra, esaurito il primo obiettivo di responsabilità su cui era nato il governo. Ora è il momento di prendere davvero nuove direzioni. Basta che si smetta di accettare che a orientare il dibattito siano i qualunquismi ideologici o i trasformismi di potere e che il PD mostri quel protagonismo nella proposta e nelle risposte senza il quale non solo il governo, ma lo stesso nostro partito non ha senso.

Dobbiamo uscire dalla logica per cui o c’è il fronte comune contro la destra come unico fattore di aggregazione intorno al PD o si lascia spazio a chi, pur da alleato, il PD vuole distruggerlo. Credo invece che occorra lavorare per una proposta politica in positivo, che sappia essere attrattiva per un largo schieramento democratico aperto alla società, all’associazionismo, al mondo dell’impresa e del lavoro, ai corpi intermedi come a ogni persona che ha voglia di partecipare al cambiamento e alla sfida di dare prospettive sane al futuro dell’Italia.

Nel ragionare su come portare la tradizione di sinistra ad essere al centro delle dinamiche sociali dei prossimi tempi voglio allora proporre i miei due riferimenti.

Il primo è legato alla tradizione e ai valori da portare con noi. Tutto per me è sintetizzato dall’articolo 3 della Costituzione: l’uguaglianza sostanziale, per superare ogni discriminazione e offrire a ogni persona le stesse opportunità, e l’impegno della Repubblica tutta a rimuovere gli ostacoli a che questo possa realizzarsi. Un impegno che Madri e Padri costituenti hanno saputo rendere vivo nel tempo, fino a noi e ancora alle prossime generazioni.

Vivere questo impegno come prima responsabilità politica, assumere la tensione continua e primaria verso l’uguaglianza di ogni donna e ogni uomo, questa è la base dell’essere di sinistra, di una sinistra che io intendo in senso liberal democratico e riformista. Penso che l’obiettivo sia l’uguaglianza di partenza, i diritti per tutte e tutti e le pari opportunità – qui sta il rimuovere gli ostacoli – che permettono a ciascuna e ciascuno di giocarsi le proprie possibilità in una dinamica competitiva dove contano merito, impegno, talento. Non ho mai creduto al massimalismo dell’uguaglianza d’arrivo, e ho visto già tante volte i danni dell’impostazione liberale di destra, che lascia tutto alla competizione selvaggia del più forte, per poi soffiare sulla rabbia che naturalmente si genera e proporre improbabili forme di protezione, come fa il populismo sovranista.

Dobbiamo allora rilanciare la nostra capacità di rimuovere gli ostacoli, come risposta alle disuguaglianze che sono cresciute e crescono nella complessità del cambiamento.

Il primo passaggio è scegliere come priorità politica la scuola e tutto il sistema di istruzione e formazione, a partire dagli asili da rendere fruibili e gratuiti per tutti come fattore di educazione già dai 0 ai 6 anni e non tanto come facilitatore dell’occupazione femminile, che dipende piuttosto dalla condivisione dei compiti familiari tra genitori.

Garantire a ogni bambina e ogni bambino una formazione di qualità, che fornisca conoscenze e competenze per realizzare i propri progetti, e insieme valori e consapevolezza per essere cittadini attivi, è la cosa più forte ed efficace che possiamo fare per costruire concretamente il cambiamento. Per dare l’opportunità alle prossime generazioni di vivere in una società che renda più facile sentirsi uguali, più diffuso il rispetto, più forte la speranza di successo, più larga la voglia di condivisione, e più condiviso il benessere. E per permettere a quelle bambine e quei bambini, grazie a un’istruzione di qualità, di ambire a lavori di qualità, retribuzioni dignitose e paritarie, condizioni di lavoro sicure e pienamente rispettose dei diritti.

La conoscenza, quella che si matura insieme ogni giorno nelle scuole italiane, è ciò che determina il primo grado di uguaglianza e di cittadinanza.

Ecco perché credo che sia non solo giusto, ma strategico per il PD, portare fino in fondo la battaglia dello ius scholae, per dare la cittadinanza a quelle ragazze e quei ragazzi nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri, che hanno frequentato le nostre scuole, che sono italiane ed italiani nel sentimento, nella lingua e nel senso di comunità.

D’altra parte – e mi collego al secondo riferimento che voglio introdurre, questa volta come prospettiva programmatica – uguaglianza, diritti, parità di genere, istruzione di qualità sono i valori fondamentali e trasversali su cui si fonda la prospettiva dell’Agenda 2030 dell’Onu.

In quei 17 obiettivi strategici c’è la più efficace e completa piattaforma internazionale di cambiamento sociale che abbiamo oggi a disposizione per realizzare uno sviluppo sostenibile: costruire un sistema produttivo più rispettoso dell’ambiente, comunità che si vedono riconosciute salute e benessere, una crescita fondata su energie pulite e lavoro di qualità.

Se considerare le persone tutte uguali e meritevoli di opportunità e rispetto, pronti ad agire per rimuovere gli ostacoli, è il discrimine valoriale tra destra e sinistra, lo sviluppo sostenibile come inteso dall’Onu è lo scenario da costruire, l’obiettivo largo che indica ai progressisti cosa fare.

Ricollegandomi alla prospettiva degli Anni 20 del millennio che farà da cornice al lavoro del PD a Bologna, i conti sono presto fatti. L’Agenda 2030 è il piano d’azione più naturale e più forte che possiamo darci. Assumiamola in pieno, mettiamola al centro della nostra presenza al governo e della nostra azione in Parlamento, costruiamo su essa il nostro racconto, coinvolgendo persone, associazioni, organizzazioni, mondo dell’impresa e del lavoro, giovani. Lanciamo su questo la sfida ai nostri partner di governo. Al 2030 mancano 10 anni, siamo già in ritardo, dobbiamo accelerare.

Dobbiamo assumere pienamente una cultura della crescita sostenibile, convinti che senza crescita non ci sono redistribuzione e benessere, e che senza redistribuzione e benessere non c’è crescita sostenibile. Questo significa valorizzare la nostra manifattura, difendere e far crescere la nostra forza industriale, puntando sulle competenze e sull’innovazione – come con Industria 4.0 – e puntando sulla qualità di tutta la filiera, come accade per l’esempio vincente del made in Italy, che è un modello già reale, efficace e capace di competere positivamente su scala globale.

Tutto questo sapendo costruire visioni di prospettiva, a partire da questioni come quelle dell’ex Ilva, dove dobbiamo avere la forza di realizzare una soluzione efficace, senza farci bloccare dai microsovranismi ideologici che sono diffusi in alcune anime del M5S e senza cedere a scorciatoie mediatiche che non producono reali risultati. Dobbiamo garantire la continuità della produzione industriale e però non dobbiamo dimenticarci di rimuovere gli ostacoli e di inquadrare quella produzione in una dinamica di sviluppo sostenibile, che passa dalla bonifica, dall’innovazione, da nuove tecnologie, da nuove competenze da formare e attivare. E che significa diritti, salute, ambiente, nuove opportunità.

Non possiamo permetterci di ridimensionare la nostra manifattura, non possiamo permetterci che prevalga la logica che Di Vico sul Corriere definisce di risarcimento assistenziale. Servono politiche industriali serie, efficaci, adeguate a stare nella competizione internazionale. Serve investire sull’innovazione, sul digitale, sulla ricerca, su intelligenza artificiale e robotica, sul capitale umano che produce qualità, eccellenza, unicità. E serve sperimentare nuovi modelli produttivi, organizzativi, distributivi, dando forza e concretezza a un nostro modello di sviluppo, etico e sostenibile, che ci permetta di non perdere terreno rispetto ai competitor europei e mondiali, e anzi faccia crescere il made in Italy.

Le lenti dell’uguaglianza e della sostenibilità che scegliamo per definire un’identità politica, portandoci a relazionarci con ogni altra persona con rispetto e dialogo, e facendoci pensare al nostro futuro come indissolubile dal futuro del pianeta e di chiunque lo abita, ci indicano che l’apertura al mondo, lo sguardo positivo verso la globalizzazione, per governarla rimuovendo le disuguaglianze che determina, l’accettazione della competizione, forti di un modello di istruzione, lavoro e impresa capaci di essere motori di crescita sostenibile, sono l’unico atteggiamento possibile per gestire conflitti e paure, e costruire così una prospettiva credibile di speranza. Questo per me è il compito del PD, questo è il compito di un governo sostenuto dal PD. Diamoci da fare.