Giornata della Memoria: le rose nei lager

“Qui non vogliono soltanto uccidere il nostro corpo, ma anche il nostro spirito, la nostra anima. Vogliono ridurci come bestie. Annientare in noi ogni sentimento di pietà e di solidarietà, di pudore. Distruggere il nostro coraggio, la nostra fede, il nostro amor di patria, prima di distruggere il nostro corpo. Ma noi possiamo, dobbiamo impedirlo. Se non possiamo impedir loro di distruggere il nostro corpo, possiamo impedir loro di distruggere la nostra coscienza. Le camere a gas, i forni crematori possono essere impotenti di fronte alla nostra volontà di difendere la nostra personalità umana. Non dobbiamo abdicare: siamo qui perché abbiamo lottato: dobbiamo continuare la lotta. Altrimenti il nostro sacrificio sarebbe stato inutile…tenere, tenere, tenere, stringere i denti, aggrapparsi alla nostra dignità, alla nostra personalità, alla nostra anima…lottare contro i nostri carnefici, e ancora e sempre sconfiggerli, noi, schiave bianche!”

                                                                                                                                                                                                   Teresa Noce

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz e scoprirono l’orrore del genocidio nazista, rivelandolo al mondo. Liberarono i prigionieri: artisti, politici, disabili, prigionieri comuni, omosessuali, resistenti, rom ed ebrei, colpevoli solo di essere considerati “inferiori” nella folle gerarchia del razzismo nazista. Quei superstiti hanno potuto raccontare al mondo gli orrori del Terzo Reich, i campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori e il sistematico progetto di sterminare chiunque potesse essere ritenuto pericoloso o “inutile” alla Germania di Hitler.
Una di queste superstiti è stata Teresa Noce, ho voluto aprire questo mio ricordo proprio riprendendo un passo del suo libro Ma domani farà giorno sulla sua esperienza nel lager nazista di Ravensbrück, anche perché fa riferimento all’universo femminile, spesso dimenticato nelle narrazioni sull’Olocausto. Milioni di donne perirono e oltre 130.000 donne passarono per Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista. Erano giovani, vecchie, criminali comuni, lesbiche, antifasciste, comuniste, prostitute, ebree, donne giudicate “non conformi” e per questo da eliminare. Molte avevano la sola colpa di essere sole, ammalate, povere, senza famiglia e senza casa. Nel campo di concentramento di Ravensbrück, dal maggio del 1939 al 30 aprile del 1945 perirono 92.000 donne di 20 nazioni diverse, di queste solo il 10% era di origine ebraica.
Ricordare tutto questo è indispensabile, fa parte degli anticorpi della nostra democrazia, della libertà conquistata anche attraverso la lotta e la sofferenza di tutte le persone che sono state discriminate, perseguitate e uccise perché considerate “diverse” o addirittura private della dignità di un essere umano. I regimi nazi-fascisti sono stati vergognose esperienze storiche che hanno macchiato e infangato l’Europa, difficilmente potranno replicarsi con le stesse caratteristiche ma l’odio, la violenza e la sopraffazione sono i germi di questo male, esistono e sono reali e bisogna combatterli quotidianamente. Bisogna ricordare alle giovani generazioni di cosa è stato capace il fascismo e quali sono le conseguenze di una politica basata sull’odio, l’offesa, la discriminazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La senatrice Liliana Segre, vittima di insulti vigliacchi e codardi, ha dichiarato che l’ammirazione per l’uomo forte è tipica di chi non ha vissuto la dittatura, lei invece l’ha vissuta e fu tra i 776 bambini italiani più piccoli di 14 anni che furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. Oltre a lei, solo altri 24 bambini tornarono a casa vivi, alla fine della seconda guerra mondiale. La Giornata della Memoria serve a rinnovare il ricordo di un orrore che non deve ripetersi mai più ma anche a costruire nel presente un futuro di pace, di democrazia e di libertà.