One Billion Rising: dalla parte delle donne e contro ogni forma di violenza

Ormai da 8 anni One Billion Rising rappresenta uno dei principali appuntamenti mondiali contro la violenza sulle donne e le bambine. Un miliardo è il numero corrispondente a quel terzo della popolazione femminile mondiale che ha subito stupri, molestie o percosse almeno una volta nella vita e un miliardo è anche il numero di persone che decide di ribellarsi a questa realtà inaccettabile. Da quando Eve Ensler, drammaturga e attivista per i diritti umani, autrice dei dirompenti “Monologhi della vagina”, ha ideato e promosso questa campagna, in tutto il mondo, centinaia di migliaia di donne e uomini sono scesi in piazza per manifestare, cantare, ballare nel giorno di San Valentino, festa degli innamorati. Una data non casuale. Chi uccide, violenta, abusa delle donne non lo fa mai per amore.
L’amore è tutt’altro: è rispetto innanzitutto delle libertà e autodeterminazione di ogni donna. E’ dialogo, è comprensione, è sostegno reciproco. One Billion Rising è anche e soprattutto un’occasione per rilanciare e condividere questi valori e la necessità di costruire una società basata su equità e pari dignità. Fin dalla prima edizione, l’enorme successo della manifestazione ha trasformato One Billion Rising in un appuntamento che ha ricevuto consensi sempre crescenti aprendo un nuovo dibattito sui diritti, il razzismo, le disuguaglianze economiche e le guerre dichiarate sui corpi delle donne in tutto il mondo.
Per questo con grande piacere, in contemporanea con altre 100 piazze in tutta Italia, anche io sarò presente sabato 15 febbraio in piazza San Silvestro a Roma per testimoniare l’importanza di fare rete, di impegnarci e agire insieme – associazioni, istituzioni, forze politiche, cittadine e cittadini – per cambiare nel profondo la nostra società a partire dal rispetto assoluto dell’integrità, dell’autodeterminazione, della libertà delle donne, delle ragazze e delle bambine.
Eliminare la violenza e costruire la parità di genere nel rispetto delle differenze femminili, che lo ricordo è uno dei 17 obbiettivi indicati dall’Agenda 2030 dell’Onu, fa parte di un orizzonte di cambiamento dei percorsi di sviluppo culturale, sociale, economico che dobbiamo ancora realizzare.
La violenza contro le donne non è un fenomeno di natura episodica, né emergenziale: è un problema strutturale. Lo raccontano le denunce di molestie e abusi; lo confermano i dati, le statistiche; e lo afferma chiaramente la Convenzione di Istanbul del consiglio d’Europa che il nostro Parlamento ha ratificato all’unanimità con la legge n 77 del 2013.
La violenza contro le donne, è importante ricordarlo e sottolinearlo, è una manifestazione dei rapporti disuguali tra i sessi che hanno portato alla dominazione maschile sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti, ed è un ostacolo fondamentale al raggiungimento della piena uguaglianza previsto dall’articolo 3 della nostra Costituzione.
La piaga della violenza sulle donne e la sanguinosa scia di femminicidi che porta con sé possono e devono essere fermate. Lo diciamo da anni, e da anni ci battiamo per mettere in atto politiche nazionali, europee e globali per arrivare a questo urgente e imprescindibile obiettivo.
Ora, è tempo che tutti, donne e uomini in egual misura, assumano la responsabilità di fare ciò che è in loro potere ovunque si trovino: a scuola e sul lavoro, nelle università e nei luoghi di svago, nella sfera pubblica e in quella privata – e una responsabilità specifica hanno naturalmente donne e uomini che sono nelle sedi istituzionali della politica, cui spetta compiere tutte le azioni possibili per produrre un cambiamento reale.
La violenza sessuale e i femminicidi non sono una “questione femminile”, ma un problema di cui tutte e tutti dobbiamo farci carico.
La prima scelta è la prevenzione, che significa innanzitutto scardinare una cultura patriarcale che “permette” ancora a troppi uomini di considerare le donne una loro proprietà. Prevenzione significa poi rafforzare le bambine, le donne, le ragazze, garantendo le loro libertà di scelta e offrendo loro una pluralità di modelli di vita da scegliere autonomamente.
Per questo, è necessario sconfiggere gli stereotipi sessuali, i pregiudizi, ogni forma di discriminazione.
Questa è la parte più importante della sfida che abbiamo accettato ratificando la Convenzione di Istanbul.
Cambiare la società, i nostri modelli culturali, le nostre rappresentazioni, i nostri linguaggi, le nostre abitudini, le nostre leggi, il nostro modo di stare al mondo e relazionarci con le differenze di genere, imparando a rispettarle e riconoscerne il valore. Per il benessere non solo delle donne e delle ragazze ma di tutta la società.