Prima e dopo il Coronavirus: investiamo sul valore della cura per costruire una società più equa

E’ universalmente riconosciuto, anche per la portata globale dell’emergenza che stiamo vivendo, che l’avvento del Coronavirus segni un significativo spartiacque tra un prima e un dopo in ogni ambito della nostra vita pubblica e sociale. Se fino a prima dello scoppio della crisi epidemiologica assistevamo a una nuova e brillante fase di assunzione di consapevolezza e protagonismo di donne e ragazze sui temi della leadership ma anche sulle grandi questioni epocali come la lotta ai cambiamenti climatici, l’irrompere del virus nelle nostre vite ci ha messo di fronte alla necessità di riflettere con grande attenzione e profondità, in un contesto totalmente inedito, sui vari aspetti della condizione femminile: dal riconoscimento delle competenze, alla violenza di genere, al gender pay gap.

Nonostante i primi risultati riguardanti lo studio del Coronavirus siano stati ottenuti da donne, tra cui anche le ricercatrici precarie dell’Istituto Spallanzani – a dimostrazione della straordinaria professionalità, talento e competenze che le donne sono in grado di esprimere – per via delle necessarie misure per il contenimento del contagio che ci obbligano tutte e tutti a restare in casa, la condizione di molte donne, ragazze e minori è ulteriormente aggravata dalla convivenza forzata e continua con uomini maltrattanti. Ciò rende evidente come non si possa più prescindere dal valutare l’impatto differente che le politiche adottate hanno sugli uomini e sulle donne e calibrarle di conseguenza. Considero quindi molto importante il lavoro fatto dalla Ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, con il contributo delle associazioni e delle donne del Partito Democratico di tutta Italia, per sostenere e pubblicizzare diffusamente la possibilità di ricorrere al numero 1522 per chiedere aiuto contro ogni forma di violenza domestica. Molto importante anche l’iniziativa adottata sempre dal governo attraverso la Ministra dell’Interno Luciana Lamorgese con l’app Youpol attraverso cui è possibile segnalare gli abusi senza dover essere costrette a telefonare segnalando così, anche a chi è in casa, che si sta chiedendo aiuto.

Osservo tuttavia come nella comunicazione pubblica non venga sufficientemente messo in risalto il fatto che in settori fondamentali come la distribuzione agroalimentare, la sanità, la scuola, il lavoro femminile è quello prevalente e quindi irrinunciabile. Come dice Linda Laura Sabbadini in questa fase l’occupazione femminile sembra risentire meno di quella maschile perché le donne sono maggiormente impiegate in quegli ambiti ritenuti essenziali. Questo deve far riflettere l’insieme della società anche sul dopo-coronavirus. Mi preoccupa, in tal senso, che in questa fase di emergenza si sia tornati a usare un linguaggio prettamente maschile. Trovo fuori luogo, per esempio, usare espressioni attinte dal frasario bellico. Piuttosto che dire “siamo in guerra”, sarebbe preferibile spiegare più appropriatamente la presenza di un virus molto pericoloso da affrontare attraverso gli strumenti della scienza, della politica. Se diciamo che “siamo in guerra” stiamo evocando uno scenario in cui ci sono gli uomini e donne che portano le provviste. Il linguaggio è fondamentale perché quando viene usato senza dare valore alla differenza di genere si rischia di cadere nell’errore di voler ricostruire la nostra società dopo il coronavirus senza trasformare il rapporto tra i generi e il lavoro.

Oggi invece abbiamo la grande occasione per rivalutare il lavoro delle donne (penso in particolare ai lavori di cura e di assistenza alle persone più fragili, servizi essenziali e irrinunciabili) riconoscendone tutto lo spessore e la funzione essenziale per il bene, lo sviluppo, la crescita equa e solida del nostro Paese e di tutta la società. E’ oggi che possiamo e dobbiamo costruire il cambiamento che ci attende dopo il Coronavirus. È adesso che dobbiamo discutere e sostenere il valore sociale ed economico del lavoro delle donne sulle quali, ancora oggi, l’intera responsabilità di conciliare il lavoro in casa e quello fuori di casa senza adeguato riconoscimento sociale ed economico. E’ fondamentale cogliere l’opportunità che questa terribile emergenza ci offre di superare modelli, linguaggi, pregiudizi sessisti e discriminatori del “prima” e costruire la società davvero paritaria del “dopo” in cui lavoro, autonomia e libertà delle donne siano finalmente garantiti e riconosciuti come essenziali al benessere di tutti.