Clima: una mozione che impegna la politica a scegliere un futuro sostenibile, innovativo, paritario

Dichiarazione di voto del 9 giugno 2020

Gentile Presidente,

gentili colleghe e colleghi,

la mozione va collocata dentro questa fase politica in cui dobbiamo scegliere davvero per il futuro economico e sociale dell’Italia.

Tra le sfide più significative e complesse che questo tempo ci ha dato la responsabilità di affrontare c’è certamente la questione climatica e ambientale.

Troppo a lungo atteggiamenti e attitudini sociali e politiche miopi hanno lasciato che l’ambientalismo divenisse – almeno nel nostro paese, ma non solo – un punto di vista di parte, di nicchia.

Con il passare del tempo e con il susseguirsi di esperienze critiche se non traumatiche, con l’avanzare di ricerche e studi scientifici, con il crescere di una generazione più sensibile all’equilibrio tra abitudini di vita e ambiente, le cose hanno iniziato a cambiare.

Non abbastanza e non abbastanza velocemente, e soprattutto ancora in modo non abbastanza egemonico rispetto allo scenario globale, pieno ancora di negazionismi e atteggiamenti inclini allo sfruttamento estremo delle risorse naturali.

Non possiamo negare che dopo una fase molto promettente culminata con gli accordi di Parigi del 2015, il mondo ha di recente fatto passi indietro, sia nelle scelte di grandi paesi e importanti leadership, sia negli obiettivi operativi che insieme la comunità internazionale e ogni paese devono impegnarsi a realizzare – come dimostra la Cop25 di Madrid lo scorso dicembre, in cui non si è riusciti a definire impegni vincolanti per l’attuazione dell’accordo del 2015.

Eppure ci sono stati segnali positivi, a partire dalla mobilitazione dei giovani e giovanissimi, con il movimento Friday for future che non solo ha saputo imporre all’agenda mediatica e politica un tema così decisivo, ma ha anche portato tante famiglie e tanti pezzi della società a maturare sensibilità maggiori e più voglia di attivarsi.

In questo scenario e in questa nuova attenzione sociale verso l’ambiente è arrivata poi la scelta della nuova Commissione europea guidata dalla presidente Von der Leyen di dare priorità all’ambiente e al clima, per “rendere l’Europa il primo continente a emissioni zero entro il 2050”, grazie a quel “Green Deal” che finanzierà economia pulita e circolare, tutela della biodiversità e riduzione dell’inquinamento, innovazione e tecnologie rispettose dell’ambiente, mobilità e trasporto sostenibili, decarbonizzazione.

Un piano concreto, in grado di mobilitare investimenti pubblici e privati per oltre 1000 miliardi di euro, per realizzare davvero la transizione energetica.

A queste scelte, avvenute all’insediamento della Commissione, sono seguite poi quelle successive all’esplodere della crisi sanitaria, con la presentazione della proposta di bilancio “Next Generation EU” e del Recovery Instrument di 750 miliardi di euro, per aiutare i settori maggiormente colpiti e rilanciare gli investimenti.

Nei tre pilastri del Next Generation EU, uno è quello diretto a sostenere le transizioni verde e digitale, sia nel sostegno agli Stati per investimenti e riforme verso la neutralità climatica, sia aiutando le imprese in difficoltà a causa della crisi sanitaria nella loro trasformazione verde.

In questi ultimi mesi di emergenza sanitaria e di reazione collettiva al coronavirus ci siamo trovati di fronte, come credo mai prima per nessuna emergenza vissuta dal pianeta, alla riflessione – non limitata solo ai contesti scientifici o all’impegno militante – di quanto sia sottile e fragile l’equilibrio con l’ambiente che ci circonda, e quanto non ci possa essere separazione tra noi che lo viviamo e lo spazio che ci ospita, che non si possa considerare contrastanti e opposti l’umano e il naturale.

Abbiamo visto la nostra vita di tutti giorni stravolta per un virus che – spiegano gli esperti – ha probabilmente trovato come passare dagli animali agli uomini anche grazie alla sovrapposizione di habitat e all’eccessivo sfruttamento che ci porta spesso a guardare al pianeta con un’ottica predatoria.

Abbiamo poi visto le nostre città e i nostri spazi di vita cambiare, in pochissimo tempo, riscoprendo come il silenzio, l’aria più pulita, la crescita di vegetazione anche laddove credevamo non potesse più accadere, il ritorno di animali e uccelli nell’acqua, nell’aria e nel verde intorno a noi, riguardino direttamente la nostra qualità della vita.

Tutto quello che facciamo, che ci accade – come risultato più o meno diretto delle nostre azioni e della nostra presenza nel mondo – influisce sull’ambiente in cui viviamo.

Certo, l’esperienza del lockdown ci ha anche messo di fronte al fatto che il miglioramento delle condizioni ambientali richiede un cambio radicale di abitudini, che va oltre quello che è lecito immaginare nel momento in cui l’obiettivo politico che occorre darsi è di far crescere opportunità e condizioni di benessere, riducendo così le disuguaglianze. Non possiamo scegliere strade al ribasso, non possiamo prendere direzioni di decrescita. Dobbiamo lavorare molto intensamente per una crescita più equa, più attenta all’ambiente, più sostenibile, più paritaria e con al governo del Paese persone con cultura politica della “cura” I CARE.

Si tratta di scelte concrete, si tratta di trovare il coraggio e la visione, di invertire la rotta di alcuni investimenti, di adottare politiche di crescita serie, innovative, sostenibili.

Se guardiamo ad esempio a quanto abbiamo speso come Paese tra il 1998 e il 2018 per riparare i danni del dissesto idrogeologico, scopriamo che arriviamo alla cifra di quasi 20 miliardi di euro (i dati sono del Cnr), a fronte di solo 5,6 miliardi di euro per opere di prevenzione. Basterebbe ribaltare queste cifre, dentro un serio piano di rilancio del Paese, per aprire una stagione del tutto nuova.

E d’altra parte quale migliore occasione di questa per ripensare nel profondo le dinamiche di crescita nazionali, europee e globali?

Ci troviamo in un solco della storia in cui necessità e opportunità possono unirsi dandoci l’occasione di rispondere in modo forte, efficace e nuovo allo scenario di crisi inedito e sconvolgente in cui ci siamo trovati.

Non lasciamoci cullare dalla comodità del pensare che tutto torni come prima, che il covid-19 abbia aperto una finestra temporale nelle nostre vite destinata a richiudersi velocemente, facendoci tornare – sebbene con gradualità – alle condizioni precedenti.

Dobbiamo invece uscire dalla crisi e accompagnare i mesi di convivenza con il virus che abbiamo di fronte cogliendo l’occasione per avviare una grande stagione di cambiamento sociale, che non può che vedere nell’ambiente e nella sostenibilità un asset decisivo, al pari dell’innovazione digitale.

Con un approccio che sappia determinare una nuova etica civica, un novo modo di pensare e agire come individui e come collettività, a partire proprio dalle scelte di governo e Parlamento.

Affrontare la sfida ambientale e climatica è una priorità cui in questo contesto dobbiamo saper dare nuova forza, anche rispetto solo a qualche mese fa.

Importante allora – strategica oggi più che mai – la scelta che ricordavo della Commissione di puntare sul green deal, cui si aggiungono strumenti come il Recovery fund e il Mes.

Sta ora a ciascun paese rivedere la propria strategia, assumere la sostenibilità come vettore trasversale di ogni nostra scelta di crescita e di redistribuzione, nel contesto delle misure Comunitarie e a partire da quanto definito dall’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile, la piattaforma di cambiamento globale più ambiziosa e operativa che abbiamo a disposizione, i cui 17 obiettivi integrano gli ambiti economico, sociale, ambientale, di genere.

Serve allora, coerentemente con questa visione, che come Paese abbiamo sottoscritto, un piano di rilancio dell’Italia, che metta al centro il governo serio e trasparente della transizione ecologica e che sia realizzato con il maggiore dialogo possibile, tra le forze politiche presenti in parlamento, con tutti i soggetti di rappresentanza della società e coinvolgendo la comunità scientifica e il mondo della ricerca.

Un piano che pensi al lavoro, all’impresa, a un rilancio dell’economia che tenga conto delle nuove abitudini individuali e sociali che la crisi sanitaria ci lascerà in eredità.

Un piano che sappia definire un programma di crescita che ha cura dell’ambiente e delle persone, a partire dalle donne e dai giovani.

Un piano che riconosca che abitare il futuro richiede conoscenze e competenze, che la prima disuguaglianza da superare è quella dell’accesso per tutte e tutti a percorsi di istruzione e formazione di qualità, che anche per le sfide ambientali l’educazione è decisiva, per fare in modo che cittadine e cittadini di domani siano consapevoli, attenti, uniti in un senso di comunità che lega indissolubilmente persone e ambiente.

Il governo ha fatto e sta facendo molto, prima della pandemia per cambiare le priorità sociali del paese, poi per gestire l’emergenza sanitaria ed economica.

E già dalla sua nascita ha posto l’obiettivo di un new green deal italiano come centrale per questa fase e per i prossimi anni, puntando a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale.

Ora – come positivamente riconosciuto dal Premier nel lanciare una collettiva discussione sul futuro – è il momento di compiere uno scarto, di accelerare e mostrarsi capaci di vincere la sfida che abbiamo di fronte, che chiama a responsabilità ciascuna e ciascuno di noi che abbiamo ruoli istituzionali o di governo.

Dobbiamo tutte e tutti sapere che un green new deal – come già positivamente indicato dalle scelte dell’ultima legge di bilancio – non deve e non può essere solo un’agenda di impegni in chiave verde, ma deve essere un programma organico, sociale ed economico, che ha tra i principali obiettivi la decarbonizzazione dell’economia, l’economia circolare, la rigenerazione urbana e il miglioramento della qualità delle aree cittadine, il turismo sostenibile, l’adattamento e la mitigazione dei rischi idrogeologici, la riforestazione, la riduzione del consumo di suolo, la riduzione delle emissioni e il risparmio energetico, politiche fiscali di incentivazione green.

E dobbiamo avere la consapevolezza che si tratta di scelte politiche che interpretano, seguono, danno valore alla storia, alle competenze, alle esperienze, alla bellezza che caratterizzano il nostro territorio e la nostra comunità.

In questo quadro con la mozione qui presentata, cui il Pd vota convintamente a favore, vogliamo allora impegnare il governo a riconoscere lo stato di emergenza ambientale e climatica e agire per mettere in campo risposte efficaci e rapide, dalla decarbonizzazione alla prevenzione del dissesto idrogeologico, dall’efficientamento energetico al sostegno all’economia circolare, dall’innovazione dei processi industriali, agricoli, del trasporto e dell’edilizia alla bioeconomia e al biodesign, dalla rigenerazione urbana alla tutela del paesaggio, dalla messa in sicurezza del territorio all’incentivazione di nuove abitudini di mobilità.

Il tutto, e concludo, andando a realizzare quell’obiettivo di inserimento del principio dello sviluppo sostenibile nella Costituzione e rendendo pienamente operativa la cabina di regia “Benessere Italia”, così da poter arrivare pronti – con un piano articolato, ambizioso e già avviato – all’appuntamento della Cop26 a Glasgow nel prossimo novembre.

Un appuntamento istituzionale che abbiamo l’occasione di contribuire a trasformare in un appuntamento con la storia e con il futuro.

Grazie.


Testo mozione


FERRAZZI , L’ABBATE , COMINCINI , NUGNES , UNTERBERGER , DE PETRIS , MESSINA Assuntela , MIRABELLI , GIROTTO , FEDELI

Il Senato,

premesso che:

il nostro Paese si confronta con sempre maggiore frequenza con eventi climatici estremi, che rappresentano l’effetto dei profondi mutamenti climatici subiti dal pianeta; alluvioni, siccità, ondate di calore, innalzamento del livello del mare ed aumento del cuneo salino si susseguono senza sosta, in diverse parti del mondo, determinando lutti e danni economici a persone, animali e interi sistemi produttivi;

il cambiamento climatico in atto è direttamente influenzato dalle attività umane, siano esse industriali o meno, come dimostrano ormai numerosi studi scientifici, a cominciare da quelli elaborati dall’Intergovernmental panel on climate change (IPCC), il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite; in assenza di azioni concrete per invertire tale tendenza, dunque, entro pochi anni ci si potrebbe trovare di fronte ad un punto di non ritorno; le emissioni di gas serra, l’inquinamento dell’aria e delle acque, il degrado di matrice antropica dei terreni hanno infatti generato profondi mutamenti tali da comportare che il circolo vizioso dell’emergenza climatica possa essere spezzato unicamente attraverso azioni decisive, immediate e continuative;

l’urgenza di un intervento decisivo e immediato per invertire tale processo non è quindi più in alcun modo rinviabile, come ampiamente dimostrato dal sempre crescente numero di allarmi che giungono dall’intera comunità scientifica;

secondo l’ultimo rapporto del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, si hanno soltanto 11 anni a disposizione per evitare la catastrofe ambientale ovvero il momento nel quale i cambiamenti saranno divenuti non più ripristinabili; l’organismo scientifico dell’ONU ha invitato tutti i legislatori e i governi ad assumere misure senza precedenti nella storia recente;

la nuova Commissione europea guidata dalla presidente Ursula Von der Leyen si è orientata, sin dal suo insediamento, a dare priorità all’ambiente e al clima, per “rendere l’Europa il primo continente a emissioni zero entro il 2050”, favorendo verifiche di impatto sociale, economico e ambientale in grado di stimolare “innovazione, competitività e occupazione”;il 14 gennaio 2019, a questo scopo, è stato presentato l’atteso progetto legislativo sul “Green Deal” finalizzato a finanziare tra il 2021 e il 2027 la transizione verso la neutralità climatica entro il 2050, con azioni volte a  promuovere l’uso efficiente delle risorse passando a un’economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento, investendo in tecnologie rispettose dell’ambiente, sostenendo l’industria nell’innovazione, modificare il trasporto privato e pubblico per renderlo più pulito, economico e sano, decarbonizzando il settore energetico, garantendo una maggiore efficienza energetica degli edifici; a questi scopi, l’Unione europea farà leva sugli strumenti finanziari dell’UE, in particolare InvestEU, per mobilitare investimenti pubblici e fondi privati che si dovrebbero tradurre in almeno 1 000 miliardi di € di investimenti, ed ha introdotto il “meccanismo per una transizione giusta”, per mobilitare almeno 100 miliardi nel periodo 2021-2027 per attenuare l’impatto socioeconomico della transizione all’economia verde;

il 27 maggio scorso, poi, la Presidente della Commissione europea von der Leyen ha presentato, nel corso della sessione Plenaria straordinaria del Parlamento europeo, per garantire la risposta efficace dell’Europa alla crisi da Covid-19 lo strumento denominato “Next Generation EU”: proposta di Bilancio UE 2021-2027, cui si affianca un Recovery Instrument di 750 miliardi di euro, per aiutare i settori maggiormente colpiti dall’emergenza sanitaria e rilanciare gli investimenti in Europa;

nei tre pilastri del Next Generation EU, uno dei focus trasversali è quello diretto a sostenere le transizioni verde e digitale; ciò sia nel sostegno agli Stati per investimenti e riforme, in particolare accelerare la transizione verso la neutralità climatica – e a questo scopo la Commissione incrementerà anche i finanziamenti per il Fondo per una transizione giusta fino a 40 miliardi di euro e propone di rafforzare il bilancio del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale di 15 miliardi per aiutare le zone rurali a introdurre i cambiamenti strutturali richiesti dal Green Deal europeo; sia nel sostegno agli investimenti privati, che interesserà le imprese economicamente sostenibili in difficoltà a causa della crisi del coronavirus per aiutarle nella loro trasformazione verde;

vista la provata correlazione tra l’inquinamento e il diffondersi di microorganismi pericolosi per la salute umana, come per esempio il coronavirus;

considerato che:

gli effetti dei cambiamenti climatici non generano solo conseguenze ambientali, ma anche profonde conseguenze sociali. Con la pubblicazione, il 19 marzo 2018, del rapporto su migrazioni e clima (Groundswell: “Preparing for internal climate migration”), la Banca mondiale ha lanciato un nuovo allarme sulle conseguenze sociali dei cambiamenti climatici. Entro il 2050, infatti, potrebbe arrivare a 143 milioni il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case per colpa dei fenomeni meteorologici estremi o delle condizioni ambientali diventate invivibili;

l’Organizzazione mondiale della sanità ha a sua volta evidenziato l’incidenza del cambiamento climatico sugli elementi sociali ed ambientali che hanno effetti diretti sulla salute, cioè aria pulita, acqua potabile, cibo in quantità sufficienti, sicurezza e condizioni igieniche degli alloggi, messi in pericolo da inondazioni, ondate di calore, incendi, siccità, così come il limitato accesso all’acqua in conseguenza proprio dal cambiamento climatico che genera la fosca previsione di un incremento sostanzioso dei decessi (oltre 250.000 annui) nel periodo tra il 2030 e il 2050;

in Europa i disastri naturali del 2018 sono stati simili a quelli registrati negli anni 2014, 2015, 2016 e 2017, con un totale di 113 eventi con perdite di 16 miliardi di euro. Le perdite maggiori sono state causate dalla siccità, costata circa 4 miliardi di dollari; nel 2018 si sono contati 850 disastri naturali, soprattutto alluvioni, inondazioni, frane, uragani e tempeste;

nonostante ciò, appare preoccupante il dato che vede l’Italia dal 1998 al 2018 spendere, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all’anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi, secondo dati del CNR e del Dipartimento della protezione civile, per “riparare” i danni del dissesto (un miliardo all’anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro);

uno studio internazionale pubblicato dalla rivista scientifica “Climate” ha precisato che i danni per le inondazioni in Europa potrebbero arrivare a costare 17 miliardi di euro all’anno, qualora le temperature medie dovessero salire di 3 gradi centigradi rispetto alla media preindustriale, mentre il numero di cittadini che subiranno le conseguenze delle piene potrebbe raggiungere le 780.000 unità, in crescita del 123 per cento rispetto ad oggi. Il problema, dunque, non riguarderebbe solo il sud del mondo;

in Italia la situazione non è migliore; il 2018 è stato l’anno più caldo per il nostro Paese dal 1800 e si assiste al susseguirsi di record che non possono lasciare indifferenti. Nubifragi, siccità, ondate di calore sempre più forti e prolungate, fenomeni meteorologici intensi ed estremi, dovuti in primis ai cambiamenti climatici, stanno causando danni ai territori e alle città, indietro nelle politiche di adattamento al clima, e alla salute dei cittadini; soltanto nel 2018 sono state 32 le vittime ricollegabili a 148 eventi estremi che si sono succeduti lungo tutta la penisola; 66 sono i casi di allagamenti da piogge intense; 41 casi, invece, di danni da trombe d’aria, 23 di danni alle infrastrutture e 20 da esondazioni fluviali;

da ultimo si veda quanto è avvenuto a Venezia, ove si è avuta una sequenza di maree eccezionali, mai verificatasi in precedenza, con l’acqua alta che ha raggiunto quota 187 centimetri, la seconda marea più elevata di sempre dopo l’alluvione del 1966; l’alta marea ha, come noto, colpito anche le isole di Lido e di Pellestrina e Chioggia; in ogni caso, la frequenza delle maree eccezionali che hanno colpito la città è stato causato in via principale dal cambiamento climatico, la cui portata rischia di mettere in difficoltà la sopravvivenza non solo della città lagunare ma anche di significative porzioni della terraferma;

contestualmente si sono verificati eventi meteorologici eccezionali che hanno investito con conseguenze drammatiche l’intero territorio italiano: dal Piemonte, in particolare nell’alessandrino, alla Liguria, con il crollo di un viadotto autostradale sulla A6, dalla Calabria con Reggio Calabria, alla Basilicata con Matera e il metapontino, ed allerta rossa per il maltempo;

nonostante la portata storica dell’accordo di Parigi siglato nel 2015, la strada per la sua attuazione procede con lentezza e fatica per le resistenze degli Stati ad assumere decisioni coraggiose e capaci di superare un modello di sviluppo divenuto ormai insostenibile sotto il profilo ambientale ma anche sotto quello sociale ed economico;

nella Cop24 (conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici) tenutasi nel dicembre 2018 a Katowice, in Polonia, è stato fatto il punto sullo stato di avanzamento degli impegni assunti dai membri della comunità internazionale; elemento positivo è stato l’aver dotato l’accordo del 2015 di linee guida (rulebook) per la sua attuazione a partire dal 2020, ma non sono stati purtroppo concordati impegni sull’adozione di un quadro normativo vincolante e condiviso;

il 23 settembre 2019 si è svolto a New York il Climate action summit 2019 dedicato a raccogliere nuove iniziative e gli impegni di governi, imprese e società civile per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e per orientare l’azione verso la sostanziale riduzione a zero delle emissioni entro il 2050;

nel mese di dicembre si è tenuta a Madrid la conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici (Cop25), che ha riunito scienziati, uomini d’affari, rappresentanti istituzionali, organizzazioni non governative e governi di tutto il mondo, per incontri e trattative ufficiali che avevano l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera e di limitare ben al di sotto dei 2 gradi l’aumento della temperatura, realizzando quegli impegni vincolanti tra i Paesi partecipanti per la piena attuazione dell’accordo di Parigi, che deve entrare pienamente in vigore entro gennaio 2020; tuttavia, la Cop25 non è riuscita a rispondere con strumenti adeguati e programmi ambiziosi alle impellenti esigenze di risposta al cambiamento climatico;

ripetutamente, negli ultimi mesi, giovani e studenti si sono riuniti nelle piazze di tutto il mondo, comprese quelle italiane, sull’esempio dell’adolescente svedese Greta Thunberg, chiedendo l’impegno concreto dei Governi nazionali nel contrasto dei cambiamenti climatici e per salvare il pianeta non pregiudicandone oltre il futuro;

considerato altresì che:

secondo gli scienziati dell’IPCC, il tempo per giungere ad un’inversione di marcia sul cambiamento climatico è davvero breve: secondo tali previsioni si avrebbe tempo fino al 2030 per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi e, anche sulla scorta di tali previsioni scientifiche allarmanti, molti parlamenti di Paesi europei hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica;

per dare una risposta a queste istanze bisogna investire al più presto in innovazione e ricerca, green economy, riduzione delle diseguaglianze, investimenti in infrastrutture e manutenzione;

in questo drammatico contesto l’Italia ha la possibilità di assumere un ruolo da protagonista sui temi del cambiamento climatico, della tutela del paesaggio e del suolo, della transizione verso forme di energia sostenibili ed ecologiche, coniugandole con il sostegno alle nuove tecnologie e alle azioni delle comunità locali, della società civile, delle istituzioni universitarie, il tutto per uscire quanto prima dalla crisi climatica, economica e sociale;

è positivo che nel programma il Governo, al punto 7 dei 29 punti programmatici, sia stata espressamente prevista la realizzazione di un “green new deal“, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti ad inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Viene stabilito, altresì, che tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Viene, inoltre, stabilità la necessità di adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese e perseguano la piena attuazione della eco-innovazione. Vengono, infine, espressamente richiamati i principi dello sviluppo tecnologico sostenibile e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e del riuso e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto;

come noto, il green new deal è il perno della strategia di sviluppo del Governo e si inserisce nel disegno di bilancio 2020 con la finalità di promuovere il benessere equo e sostenibile, la cui programmazione è stata introdotta in Italia in anticipo rispetto agli altri Paesi europei;

è fondamentale rimarcare che un green new deal non deve essere solo un’agenda di impegni, seppur in chiave verde e sostenibile, ma deve essere un programma organico, sociale ed economico, che ha tra i principali obiettivi la decarbonizzazione dell’economia, l’economia circolare, la rigenerazione urbana, il turismo sostenibile, l’adattamento e la mitigazione dei rischi sul territorio derivanti dal cambiamento climatico così come allo stesso tempo un programma che comporti un “fisco green” capace di sostenere la transizione ecologica e sostenga le attività di prevenzione del rischio di danno ambientale, tramite una legislazione che attui pienamente il principio del “chi inquina paga” e della responsabilità estesa del produttore che realizza prodotti e sistemi produttivi impattanti;

altrettanto essenziale ed urgente è progredire nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico che rivisiti e renda più incisive le politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi e dei danni prodotti dalle frane e dalle alluvioni; in questo senso, va affrontato il dissesto idrogeologico con una gestione del territorio che tenga conto del nuovo contesto climatico in modo tale che rischi e danni possano essere prevenuti e mitigati, e particolare attenzione deve essere riservata ai temi della rigenerazione urbana e a norme più incisive sul consumo del suolo nonché a tutti gli interventi, in una logica infrastrutturale, di ripristino degli habitat e delle reti idrografiche;

il Governo, attraverso l’articolo 1 del decreto-legge 14 ottobre 2019, n. 111, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 dicembre 2019, n. 141, ha già istituito il programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della qualità dell’aria in cui sono individuate le misure di competenza nazionale da porre in essere al fine di assicurare la corretta e piena attuazione della direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008, volta a contrastare i cambiamenti climatici. È auspicabile che tale politica strategica nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici si coordini con il piano nazionale integrato per l’energia e il clima e con la pianificazione di bacino per il dissesto idrogeologico e che venga approvato e attuato con urgenza il PNACC (piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici); è stata altresì riconosciuta la necessità della trasformazione del CIPE in CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e per lo sviluppo sostenibile), come strumento di indirizzo strategico di tutti gli investimenti pubblici per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite;

vanno considerate, altresì, un passo nella giusta direzione le recenti misure poste in essere dal Governo in ordine alla riforestazione, comprensive di misure per la messa a dimora di alberi, di reimpianto e di silvicoltura, e per la creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane con l’obiettivo di garantire la salvaguardia ambientale, la lotta e l’adattamento al cambiamento climatico così come previsto dal decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34;

la legge di bilancio per il 2020 ha previsto, altresì, misure importanti per transizione ambientale, tra cui il fondo investimento delle amministrazioni centrali, finalizzato al rilancio degli investimenti sull’economia circolare, alla decarbonizzazione dell’economia, a misure di sostegno e per l’innovazione nel comparto agricolo, uno tra i settori maggiormente colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici, alla riduzione delle emissioni, al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, l’estensione degli incentivi di “industria 4.0” per le imprese che realizzano progetti ambientali nell’ambito dell’economia circolare così come il piano “rinascita urbana” finalizzato a migliorare la qualità dell’abitare e che punta, inter alia, alla riqualificazione urbana e delle periferie;

è necessario affrontare in modo integrato i rischi del cambiamento climatico con altri rischi naturali rappresentati dal rischio sismico, idrogeologico e vulcanico, unitamente alla valorizzazione del patrimonio abitativo,

impegna il Governo ad adottare iniziative per:

1) riconoscere lo stato di emergenza ambientale e climatica nel nostro Paese ed operare, in raccordo con il Parlamento, per consentire in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche e degli accordi internazionali, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera e la progressiva decarbonizzazione dell’economia;

2) accelerare la realizzazione degli interventi di mitigazione ed adattamento al cambiamento climatico, in particolare sul fronte della prevenzione del dissesto idrogeologico;

3) sostenere l’azione parlamentare tesa all’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile nella Costituzione;

4) rafforzare le misure contenute nel piano nazionale integrato per l’energia e il clima per dare piena attuazione agli impegni adottati nell’ambito dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici;

5) procedere alla ricognizione degli incentivi esistenti per l’efficientamento energetico, anche per favorire l’utilizzo migliore delle tecnologie esistenti per aumentare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, incrementare notevolmente lo sviluppo del solare fotovoltaico, la valorizzazione delle aree verdi e per il sostegno all’utilizzo di tecniche e materiali di edilizia ecocompatibile, adottando le iniziative necessarie per la loro razionalizzazione e stabilizzazione e premiare la partecipazione al mercato dell’autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili, anche mediante impianti domestici di piccola taglia e sistemi puntuali di accumulo;

6) attuare ogni misura che favorisca la transizione dall’economia lineare verso un modello di economia circolare basato su un uso efficiente delle risorse naturali, su una corretta gestione dell’acqua e su un virtuoso ciclo dei rifiuti che punti, nel rispetto della gerarchia europea, alla riduzione, al riuso e al recupero di materia ed energia, rispettando i tempi per il recepimento nell’ordinamento giuridico nazionale delle direttive europee del “pacchetto economia circolare” che permetta di prolungare la durata, l’uso condiviso e la riparazione dei prodotti, incrementando il riciclo e migliorando l’impiego e l’innovazione dei materiali riciclati e delle tecnologie di produzione, nonché, in materia di rifiuti, di imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile, che riduca il conferimento in discarica e favorisca raccolta e gestione differenziata dei rifiuti;

7) pervenire alla progressiva riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD) di cui alla legge 28 dicembre 2015, n. 221, attraverso un percorso di transizione che contempli ipotesi alternative e compensative con carattere di sostenibilità anche con l’eventualità di introdurre l’obbligo di valutazione ambientale preventiva dei sussidi, con l’obiettivo di salvaguardare, innovare e rafforzare le attività produttive collegate, con misure volte alla loro conversione ecologica, a cominciare dall’agricoltura;

8) elaborare politiche di trasporto, edilizia e modelli produttivi che rispondano in maniera coerente alla necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e che coinvolgano Regioni e Comuni;

9) favorire la transizione verso un sistema di trasporto pubblico sostenibile e verso la mobilità elettrica, pubblica e privata, con l’obiettivo della completa decarbonizzazione (emissioni zero) del settore;

10) attuare, al fine di ridurre gli sprechi energetici, un percorso di ecoefficienza energetica da applicare al patrimonio pubblico e privato;

11) intervenire in materia di politica industriale e di riqualificazione del settore manifatturiero, sostenendo e favorendo la transizione verso un modello economico-produttivo ecologicamente sostenibile;

12) adottare, nell’ambito delle proprie competenze, ogni iniziativa finalizzata alla decarbonizzazione dell’economia fissando come obiettivo l’impatto climatico zero entro il 2050, come indicato dalla strategia a lungo termine dell’Unione europea per la riduzione delle emissioni di gas serra (COM(2018) 773 del 28 novembre 2018);

13) promuovere lo sviluppo di sistemi ecoefficienti di produzione ricorrendo alla bioeconomia e all’ecodesign anche mediante finanziamenti agevolati;

14) realizzare un grande programma di investimenti pubblici orientati ai principi della sostenibilità ambientale, con azioni di riqualificazione energetica e messa in sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati;

15) favorire le politiche di rigenerazione urbana delle città e del tessuto urbano, di tutela dei beni culturali, paesaggistici e degli ecosistemi, di contrasto al nuovo consumo di suolo e all’abusivismo edilizio, stabilendo modalità e certezze per la riqualificazione energetica del patrimonio pubblico, abbandonando il modello dell’urbanistica espansiva e adottando una nuova governance che agevoli le procedure che favoriscono l’innovazione;

16) individuare, in particolare, le azioni e le politiche di mitigazione e adattamento del territorio con uniformità di indirizzi in tutto il Paese ma con considerazione specifica per quelle aree del Paese sottoposte a più forte rischio idrogeologico o soggette con frequenza a eventi meteorologici estremi dagli effetti devastanti su uomini, attività economiche e territorio;

17) garantire un adeguato utilizzo i fondi a disposizione del nostro Paese, combinando contributi europei previsti nella programmazione europea, anche per il periodo 2021-2027, e risorse nazionali, per accompagnare la transizione e il superamento dell’utilizzo dei combustibili fossili, con l’attuazione della strategia energetica nazionale che punti sul risparmio e sull’efficienza energetica e sull’utilizzo su larga scala delle energie rinnovabili;

18) realizzare un piano strutturale di messa in sicurezza del territorio, con politiche di prevenzione e mitigazione del rischio e di adattamento ai cambiamenti climatici, che preveda un piano di adattamento per la mitigazione dei fenomeni più gravi dovuti ai mutamenti climatici con il pieno coinvolgimento dei Comuni e dei sistemi produttivi, e tra questi quello agricolo;

19) promuovere, in particolare, lo sviluppo della filiera agricola biologica e delle buone pratiche agronomiche, in modo da ridurre l’impatto della chimica nel suolo e tutelare le risorse sotto il profilo qualitativo e quantitativo, aumentare e mantenere la qualità del territorio, la fertilità organica del suolo ed il sequestro di carbonio;

20) favorire l’occupazione giovanile attraverso l’introduzione di incentivi e agevolazioni fiscali per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani per svolgere attività finalizzate alla salvaguardia delle risorse naturali, con particolare riferimento alla protezione del territorio e alla gestione delle emergenze, nonché all’implementazione delle fonti di energia rinnovabili e allo sviluppo della economia circolare;

21) attuare la strategia nazionale per Io sviluppo sostenibile, rendendo pienamente operativa la cabina di regia “Benessere Italia”, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 giugno 2019, attraverso il potenziamento della struttura in termini di adeguate risorse umane e finanziarie necessarie al perseguimento delle finalità e all’assolvimento dei compiti istitutivi;

22) farsi promotore nelle opportune sedi internazionali, tra le quali rivestirà importanza particolare il prossimo incontro della conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow nel novembre 2020 (Cop26), in accordo e coordinamento con le istituzioni europee, di ogni necessaria azione che permetta di giungere al traguardo dell’adozione di un quadro normativo vincolante e condiviso per l’attuazione dell’accordo di Parigi, e più in generale di politiche a livello globale tese ad un reale cambio di direzione in tutti i settori dell’economia che consenta, in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche entro un accordo internazionale, la transizione energetica verso la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera e la progressiva e rapida decarbonizzazione dell’economia.