GIUSEPPE DI VITTORIO ANCORA OGGI FIGURA D’ESEMPIO E ISPIRAZIONE

Il mio intervento in Aula del 10 novembre 2020 in ricordo di Giuseppe Di Vittorio

Gentile Presidente,

colleghe e colleghi,

è un onore per me, oggi, ricordare Giuseppe Di Vittorio, da parlamentare, da componente della commissione Lavoro del Senato, da donna dirigente sindacale che ha trascorso la vita nella Cgil.

Un grande antifascista, un padre della Repubblica, un politico e un grande sindacalista: Di Vittorio è stato un protagonista della nostra storia, del sindacalismo mondiale, un esempio per tante donne e tanti uomini che si sono con lui e dopo di lui battuti per i diritti e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori.

Di Vittorio nasce nel 1892, in un’Italia liberale, agricola, in una fase di inasprimento dei conflitti sociali e territoriali, in un contesto in cui lavoratori e braccianti non avevano nessun diritto, nessuna istruzione, nessuna rappresentanza politica, condizioni indecenti di vita, nessuna speranza. 

Quando muore, nel 1957, lascia una Repubblica democratica fondata sul lavoro, alla vigilia del boom economico industriale, nella quale – anche e molto grazie al suo contributo – lavoratrici e lavoratori sono riconosciuti, hanno iniziato un percorso di progressiva affermazione dei diritti, hanno trovato rappresentanza politico-parlamentare e sindacale.

Il racconto del suo funerale fatto da Pier Paolo Pasolini per «Vie nuove» (“Roma così non l’avevo mai vista, n. 45, 16 novembre 1957, p. 21) descrive perfettamente questa trasformazione, la capacità che Di Vittorio ha avuto di costruire una rappresentanza che è fatta di fisicità, fatica condivisa, ma anche di emancipazione, di crescita personale e cambiamento organizzato.

Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un’altra città. – scrive Pasolini
Migliaia e migliaia di uomini e di donne, quasi tutti vestiti con abiti che non sono di lavoro, ma neanche quelli buoni, della festa: gli abiti che indossano la sera, dopo essersi lavati dall’unto o dal fumo, per scendere in strada, sulla piazzetta.

Sono uomini induriti – dice ancora Pasolini – incalliti dappertutto. Ma come il feretro è appena passato, vedo dal loro atteggiamen­to che qualcosa accade dentro di loro. Uno, davanti a me, piega un poco la testa da una parte: vedo la guancia lunga, nera di barba e il pomello rosso. La pelle gli si contrae, come in uno spasimo: piange, come un bambino. Guardo anche gli altri. Piangono, con una smorfia di dolore disperato. Non si curano né di nascondere né di asciugare le lacrime di cui hanno pieni gli occhi.

Piangevano un uomo, un sindacalista, un leader che aveva dedicato a loro, ai braccianti e ai lavoratori, tutta la propria vita, aiutandoli a prendere coscienza di sé, a diventare quello che lui chiamava “il popolo lavoratore”, che era per lui il senso stesso dell’Italia, della Repubblica, tanto che non c’era separazione in lui tra interesse dei lavoratori e interesse generale del Paese.

Da questa convinzione profonda deriva anche il valore centrale che ha sempre riconosciuto nell’unità dei lavoratori e quindi delle organizzazione sindacali che li rappresentano, convinto che solo il sindacato – e solo un sindacato unitario, non corporativo, mai subalterno, rispettoso della funzione delle imprese – potesse tenere insieme gli interessi dei lavoratori e creare una comunità popolare nazionale.

Non c’era nulla che non fosse disposto a sacrificare per l’unità dei lavoratori.

A differenza di altri storici dirigenti comunisti per lui la prima appartenenza restò sempre quella al mondo del lavoro, e così anche la condanna dell’intervento sovietico del 1956 in Ungheria è motivata proprio dall’assumere il punto di vista dei lavoratori, e dalla convinzione che la democrazia fosse sempre la scelta da preferire per difenderne gli interessi.

Di Vittorio aveva fiducia nei lavoratori, aveva fiducia nelle persone, aveva fiducia nella Repubblica e nella società italiana.

Come ha scritto Bruno Trentin (in una lettera alla sorella):

Anche in modo ingenuo, Di Vittorio vedeva nella società capitalistica italiana “la ricchezza che poteva essere prodotta” – e che non lo era – piuttosto che la “povertà” esistente. Ed era l’idea della “ricchezza” ad entusiasmarlo.

Anche il contributo che ha dato in Assemblea costituente ha permesso di affermare la rappresentanza sociale come pilastro dello Stato democratico, strumento di partecipazione dei lavoratori agli indirizzi politici nazionali, grazie a un sindacato libero, democratico, indipendente, orizzontale, unitario – modello di sindacato che ha poi fatto vivere in Cgil, cui seppe dare autonomia, identità, strategia economica, sindacale e politica, voglia di stare al passo con i tempi, per restare sempre in contatto con chi lavora.

In questo c’è anche una proiezione sull’organizzazione dell’esperienza personale di Di Vittorio, che non si rassegna a un destino di ignoranza, da autodidatta riesce a diventare leader sindacale e politico stimato e riconosciuto, e si convince che conoscenza e cultura sono strumenti di emancipazione, di uguaglianza, di cambiamento.

E qui c’è quella capacità di ispirare, di far identificare e di guidare al meglio.

Lo dice lui stesso, in un discorso al II° congresso della cultura popolare (Bologna 11 gennaio 1953)

Credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana.

Ecco, nel ricordare oggi una figura come Di Vittorio non possiamo non pensare a quanto possa ancora essere d’esempio e di ispirazione oggi, per tutte e tutti noi, per le lavoratrici e i lavoratori, per le nuove generazioni.

E allora per concludere prendo in prestito le parole di Luciano Lama, che una volta (intervista all’Espresso, novembre 1981) spiegò così cosa c’è da imparare da Di Vittorio:

Il coraggio di affrontare la realtà, anche quella che non ti piace. Lo sforzo costante di non appagarsi della superficie, ma di vedere quello che c’è sotto le cose. Infine, l’abitudine a pensarci su, a non essere frettoloso nei giudizi, ma poi ad avere il coraggio di esprimerli anche controcorrente.

Grazie.