“Diritti omosessuali, diversità come valore”

Autore: valeria pubblicato il martedì, maggio 19 th, 2015 · no Comments · In In Senato ,News

Le parole che ho pronunciato all’incontro da me promosso in Senato “Diritti omosessuali, diversità come valore”

Domenica scorsa, 17 maggio, si è celebrata in tutto il mondo la ricorrenza della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, una ricorrenza importante che ci ricorda l’eliminazione dell’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.
Io credo, e per questo siamo qui oggi, che va promossa una cultura dello scambio, del rispetto e della varietà, e della non violenza.

L’Unione Europea ha istituito ufficialmente la Giornata contro l’omofobia e la transfobia su tutto il suo territorio nel 2007. 

Con la Risoluzione del 26 aprile 2007 sull’omofobia in Europa, il Parlamento europeo invita esplicitamente (con l’art 8) tutti gli Stati membri a “proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso e chiede alla Commissione di presentare proposte per garantire che il principio del riconoscimento reciproco sia applicato anche in questo settore al fine di garantire la libertà di circolazione per tutte le persone nell’Unione europea senza discriminazioni; il Parlamento europeo condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli”.

È importante la celebrazione di questa giornata, perché la discriminazione, l’omofobia e la transfobia, in Europa, condizionano pesantemente, ancora oggi, l’esistenza e le scelte delle persone LGBT in tutti gli ambiti della loro vita. Fin dai loro primi anni, gli epiteti dispregiativi utilizzati nei confronti di gay e lesbiche all’interno delle scuole insegnano loro a rimanere invisibili; spesso sono vittime di molestie e discriminazione sul posto di lavoro; in molti paesi non hanno modo di tutelare giuridicamente il proprio rapporto di coppia; di rado riscontrano rappresentazioni positive delle persone LGBT nei media; quando hanno bisogno di cure per se stessi o per il loro partner esitano a rivelarsi in contesti in cui si dà per scontata l’eterosessualità; nelle case di riposo è scarsa la comprensione e la consapevolezza delle loro esigenze. E nel caso in cui si tratti di rifugiati in cerca di asilo dalla persecuzione che subiscono in paesi terzi a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere, le loro parole vengono spesso messe in dubbio.
Il rapporto tra omosessualità, eguaglianza e diritti, è un rapporto che investe direttamente il campo dei diritti fondamentali; la domanda di libertà e di riconoscimento aprono le prospettive dell’agire politico oltre il principio di non discriminazione, spingendo la riflessione sul come garantire la promozione di una piena cittadinanza dell’individuo, la realizzazione del pieno sviluppo della persona e della personalità, la tutela della condivisione delle scelte affettive e degli stili di vita. Quest’ultimo punto rappresenta l’estensione della riflessione dal paradigma giuridico dell’identità fondato sulla protezione della sfera privata verso un profilo in cui la protezione dell’intimità è strettamente connessa con la promozione di un disegno di “liberazione” delle proprie scelte e dei propri stili di vita.
Una liberazione per cui nell’ultimo mezzo secolo hanno combattuto le donne in tutto il mondo, trovandosi spesso a stringere alleanze con i movimenti per i diritti civili delle persone omosessuali, bisessuali, transgender, perché omofobia e sessismo sono più connessi di quanto comunemente si pensi.
La visione che dipinge l’uomo come idoneo ai ruoli pubblici e ad esercitare il potere, e la donna passivamente orientata all’obbedienza, fonda sia le discriminazioni basate sul genere sia quelle basate sull’orientamento sessuale, perché alimenta la convinzione di una complementarietà tra i sessi che si compone nella famiglia “naturale”, rispetto a cui il comportamento omosessuale rappresenta una pericolosa devianza.
La diffidenza e l’avversione nei confronti di gay e lesbiche risiedono specialmente in questa visione del mondo, in cui ciò che è diverso diviene simbolo di disagio e minaccia.
L’omofobia quindi è un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all’omosessualità o alle persone omosessuali. Alla base di queste manifestazioni negative c’è un pregiudizio fondato sulla paura, sulla paura del diverso, della diversità. E la paura si esprime in varie forme, nelle diverse società, ma è sempre collegata al modo in cui la cultura interpreta, rappresenta e vive l’omosessualità.
Ma questa cultura si può cambiare, con scelte politiche serie, coerenti e coraggiose radicate nei principi del rispetto, della reciprocità, del contrasto del pregiudizio.
I nostri modelli educativi devono essere in grado di costruire non la neutralità o lo stigma ma, al contrario, la valorizzazione delle differenze. Il contributo di tutto il mondo della scuola, nel costruire una nuova cultura del rispetto della libertà di ciascuno, nell’uso del linguaggio rispettoso delle differenze, sarà la vera forza della prevenzione e del contrasto alle discriminazioni e alla violenza (sia simbolica che reale) verso lesbiche, gay, bisessuali e transgender.
Perché il permanere di stereotipi e discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali imprigiona ragazzi e ragazze in corrispettivi codici di comportamento e comunicazione che privano della libertà. Invece dovremo saper promuovere la possibilità di vivere, nella propria comunità scolastica, un’educazione diversa, che possa lasciare spazio a una costruzione autonoma della personalità, in cui una ragazza possa accettare la propria forza senza provare vergogna, e in cui un ragazzo possa accettare la propria complessità, fatta anche di aspetti che nei modelli dominanti vengono etichettati come non idonei a un uomo. È anche così che si promuove il cambiamento: le persone cambiano se cambia la cultura, e viceversa.
Di questa cultura fa parte anche il diritto. Pensiamo che il “crimine di sodomia”, l’omosessualità come reato, è stato in vigore in diversi Stati degli Stati Uniti d’America fino agli anni ’80 del Novecento. E per quanto riguarda l’Europa, è celebre la sentenza Dudgeon vs. Regno Unito della Corte Europea dei Diritti Umani (l’organo giudiziario che ha il compito di vigilare sull’applicazione della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, CEDU – la prima carta internazionale che vieta espressamente le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale). Con questa sentenza del 1981 la Corte di Strasburgo si è espressa contro le norme penali sui rapporti omosessuali che erano allora ancora in vigore in Irlanda del Nord. Norme che, secondo la Corte, violavano l’articolo 8 della CEDU, secondo cui “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata”. La sentenza della Corte ha investito tutti gli stati membri del Consiglio d’Europa, ma a quella data molti paesi avevano già abrogato le disposizioni del codice penale che reprimevano i rapporti omosessuali tra adulti, l’Italia già nel 1890, con l’entrata in vigore del primo codice penale dell’Italia unita, il codice Zanardelli.
Oggi la situazione mondiale è ancora molto preoccupante, sotto questo aspetto.

Amnesty International, che combatte la discriminazione contro le persone omosessuali come una violazione dei diritti umani, ricorda che in 78 paesi del mondo l’omosessualità è ancora considerata un reato, e in 7 di questi è punita con la pena di morte.

Oltre il contrasto delle discriminazioni, poi, c’è la valorizzazione delle diversità. Oggi il diversity management è diventato un sapere sempre più importante nelle organizzazioni, perché è ormai noto nel mondo delle imprese che la composizione di ambienti di lavoro che esaltino positivamente la diversità di genere, nazionalità, etnia, orientamento sessuale, dà risultati positivi anche in termini di produttività.

È una questione di cultura politica. Il concetto di diversity, o di mixité, se vogliamo utilizzare il termine diffuso in Francia, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana, è stato sviluppato, adottato e viene esercitato sempre più nelle imprese, nel management, nella gestione delle risorse umane, nelle scuole, eppure la classe politica sembra non aver ancora compiuto un salto di qualità nell’assumere un ruolo innovativo verso questa direzione, agendo coerentemente per la tutela e la piena valorizzazione della diversità come strumento di crescita culturale, sociale ed economica per tutti.

Pace e democrazia saranno sempre più legate a questa capacità di valorizzazione delle differenze, che sono da sempre fonte di crescita e cambiamento; diversità delle singole persone, certo, ma anche diversità fra i processi di sviluppo, gli ambienti in cui noi viviamo e ci relazioniamo. Già la natura ci insegna, col suo enorme patrimonio di biodiversità, che la differenza è ricchezza, ma evidentemente ciò non basta, e rimane un profondo problema educativo e formativo che dobbiamo saper affrontare, affinché si costruisca una cultura del creare valore proprio in virtù delle peculiarità di ciascun soggetto, con la sua storia e la sua identità.

In fondo questa è una profonda verità che prima di essere dimostrata da molti scienziati di diverse discipline già la filosofia e la letteratura avevano ben intuito. Antoine de Saint-Exupéry, nella “Lettera a un ostaggio”, scrisse: “Se differisco da te non ti offendo, ti accresco”.

Nei pregiudizi e negli stereotipi, invece, che sono le radici delle violenze e delle discriminazioni, si rispecchia l’incapacità di confrontarsi, di relazionarsi con il mondo: al feroce conformismo di chi coltiva – anche in modi spesso velati e ben mascherati – l’odio o l’indifferenza, la politica deve saper mandare un messaggio chiaro, e cioè che le discriminazioni fanno male a chi le subisce e all’intera collettività.

Ma non possiamo dimenticare che il quadro giuridico internazionale è da alcuni decenni in piena evoluzione.
Dal 1994, la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha stabilito che le leggi che discriminano gli omosessuali violano il diritto alla privacy garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici.
L’11 dicembre 2012, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha chiesto agli Stati che aderiscono all’Organizzazione delle Nazioni Unite di porre fine alla violenza e alla discriminazione contro le persone LGBT: “Lasciate che lo dica chiaro e forte: le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno gli stessi diritti umani di qualunque altra persona. Anche esse sono nate libere e eguali”.
Nel 2008 Francia e Olanda, anche a nome dall’Unione europea, hanno presentato una risoluzione all’Assemblea Generale dell’ONU che recava la richiesta di depenalizzazione universale dell’omosessualità. La risoluzione ha avuto il sostegno di 66 stati su 192. Il consenso raccolto non è stato sufficiente a portare alla sua adozione, ma questa iniziativa ha rappresentato un importante impegno a livello internazionale a favore dei diritti umani e della dignità delle persone LGBT, che ha aperto la strada all’adozione, il 17 giugno 2011 da parte della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, della risoluzione 17/19, che condanna la violazione dei diritti umani delle persone LGBT. Si tratta di una risoluzione storica, perché è la prima adottata da un organismo delle Nazioni Unite.
Da allora ad oggi molto è cambiato anche in un grande paese come gli Stati Uniti. Pensiamo alle parole del presidente degli Stati Uniti Obama nell’apertura del suo secondo mandato: “Il nostro viaggio non sarà finito fino a quando i nostri fratelli e le nostre sorelle gay non saranno trattati come gli altri davanti alla legge, perché se siamo stati creati tutti uguali allora anche l’amore con cui ci impegniamo verso l’altro deve essere lo stesso”. E nel 2013 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rimosso gli ostacoli alla piena parità dei diritti per milioni di coppie gay e lesbiche americane.
Passi avanti importanti sono stati compiuti anche in Europa. Il Consiglio d’Europa (COE), attraverso i suoi organismi, è più volte intervenuto per promuovere azioni tese a realizzare il rispetto e il pieno godimento dei diritti umani da parte delle persone LGBT.
Fondamentale è la Raccomandazione del 2010 (CM/Rec(2010)5), con cui il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha rimarcato come le persone LGBT siano state vittime per secoli di intolleranza e di discriminazione, anche all’interno delle loro famiglie, incluso sotto forma di criminalizzazione, marginalizzazione, esclusione sociale e violenza, e ha richiamato al principio secondo il quale non può essere invocato nessun valore culturale, tradizionale o religioso, né qualsivoglia precetto derivante da una “cultura dominante” per giustificare il discorso dell’odio o qualsiasi altra forma di discriminazione. Agli Stati membri il Consiglio d’Europa ha richiesto di riparare a qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, rivedendo le proprie leggi e promuovendo nuovi interventi legislativi finalizzati a combattere in modo efficace ogni discriminazione e a garantire il rispetto dei diritti umani delle persone LGBT, anche in ambito familiare.
L’Unione europea, nel 2000 ha adottato la Carta dei Diritti Fondamentali dei cittadini dell’Unione Europea, con effetto giuridico vincolante a partire dal 2009. In essa è contenuto il divieto di qualunque forma di discriminazione, anche in base all’orientamento sessuale della persona umana.
Anche il Trattato sul funzionamento dell’unione europea, nel suo articolo 10, contiene un generale principio di lotta alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche e le azioni dell’Unione.
L’impegno della Commissione Europea si è espresso in atti di natura legislativa come la direttiva sulla parità di trattamento nel lavoro (direttiva 2000/78, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 216 del 2003), ma numerose sono state anche le risoluzioni del Parlamento Europeo che richiedono agli Stati membri il rispetto dei diritti e della dignità delle persone LGBT e la parificazione di diritti in materia familiare e di accesso al matrimonio.
Oggi, in molte nazioni europee sono previsti strumenti legislativi, di carattere civile e penale, finalizzati al contrasto dell’omofobia intesa principalmente come discriminazione basata sull’orientamento sessuale, ma anche come atto violento o incitamento all’odio. In questo significato, è esplicitamente punita come reato con sanzioni carcerarie e/o pecuniarie in Danimarca, Francia, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Svezia (6 paesi).
Per quanto riguarda invece le norme antidiscriminatorie, l’esplicita menzione dell’orientamento sessuale è in vigore in Europa, oltre che nei paesi sopra citati, in Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, in quattro Länder della Germania (Berlino, Brandeburgo, Sassonia e Turingia), Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Regno Unito, Repubblica Ceca, Serbia e Montenegro (22 paesi).

Tutto questo ci porta ad interrogarci sulla condizione nel nostro Paese. A che punto siamo in Italia?

Abbiamo la possibilità e il dovere di affrontare l’adozione, da parte del nostro sistema legislativo, delle raccomandazioni internazionali per sviluppare istituzioni nazionali per la promozione e tutela dei diritti umani, e dobbiamo stabilire, una volta per tutte, che su questo punto non dovranno e non potranno più giustificarsi divisioni politiche.
L’Italia, ad esempio, è l’unico paese dell’Europa occidentale, insieme alla Grecia, dove non sono previste né unioni civili né matrimonio per le persone dello stesso sesso.
Il legislatore italiano è intervenuto più volte per tentare di rimuovere le discriminazioni nei confronti delle persone LGBT. Il primo intervento in ordine di tempo è consistito nell’introduzione della legge n. 164 del 1982 che consente la rettificazione di sesso alle persone transessuali. In materia di protezione nei luoghi di lavoro, si sono succedute più disposizioni che vietano discriminazioni dirette e indirette in ragione dell’orientamento sessuale della persona (articolo 15 dello Statuto dei lavoratori, legge n. 300 del 1970; articolo 7 del Testo unico in materia di pubblico impiego, decreto legislativo n. 165 del 2001; articolo 10 del decreto legislativo n. 276 del 2003; art. 1468 del Codice dell’ordinamento militare, decreto legislativo n. 66 del 2010; art. 21 del decreto legislativo n. 183 del 2010, in materia di Comitati Unici di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni). In particolare, la menzione esplicita dell’orientamento sessuale è presente nel Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216, che tutela dalle discriminazioni sul luogo di lavoro. Inizialmente il decreto prevedeva eccezioni per il personale delle Forze Armate, delle Forze dell’ordine e di soccorso, che sono state in seguito abolite per la procedura d’infrazione aperta dalla Comunità Europea contro l’Italia, in quanto contrarie alla direttiva comunitaria contro le discriminazioni.
Devo qui purtroppo sottolineare come troppo spesso accada che intervengano la sanzione o l’azione della magistratura o degli organismi internazionali anziché la politica, le istituzioni, le leggi.
Il testo unico dei servizi audiovisivi e radiofonici, contiene il principio generale in materia di comunicazioni commerciali che vieta la promozione delle discriminazioni fondate, tra l’altro, sull’orientamento sessuale (art. 36-bis del decreto legislativo n. 177 del 2005).
Riflettiamo su quanto sia importante che si realizzi la garanzia della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione per tutte le persone, senza discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e/o sull’identità di genere.
Ma occorre assicurare un’effettiva protezione contro gli attacchi e la violenza omofoba perpetuati nei confronti delle persone LGBT.
Nel nostro Paese, la mancanza di una legislazione penale antidiscriminazione che contempli l’omofobia, la transfobia e la lesbofobia tra le possibili cause di discriminazione è da molti considerata un elemento che ha favorito l’aumento di intolleranza e discriminazione verso le persone LGBT. Negli ultimi anni, attacchi verbali e fisici si sono verificati con sempre maggiore frequenza, mentre diversi esponenti politici e rappresentanti delle istituzioni hanno continuato a fomentare intolleranza e odio con dichiarazioni palesemente discriminatorie.
I dati della Survey data explorer – LGBT, condotta dalla Agenzia UE per i diritti fondamentali nel 2014, confermano che solo in Lituania il linguaggio della politica è più omofobo di quello italiano.
Questo ha ripercussioni anche sul sentire comune. Secondo una ricerca realizzata dall’Istat gli italiani non hanno in generale atteggiamenti particolarmente negativi verso le persone omosessuali: il 73% degli intervistati è contrario alle discriminazioni in campo lavorativo o abitativo, il 75% non considera l’omosessualità una malattia, né qualcosa di immorale, e neanche una minaccia per la famiglia. Il 66% pensa che si possa amare chiunque, l’importante è volersi bene. Ma quando si tratta di avere a che fare in prima persona con una persona omosessuale entrano in gioco timori che derivano pregiudizi culturali: per il 41% non è accettabile che un insegnante di scuola elementare possa essere omosessuale, per il 28% che lo sia un medico, per il 25% che lo sia un politico. Il 17,2% degli italiani non vorrebbe un omosessuale come vicino di casa. E il 56% degli italiani consiglia maggiore discrezione agli omosessuali perché così sarebbero accettati di più.
Ma è proprio l’invisibilità a cui si autocondannano le persone omosessuali, anche quando sono vittime di violenze e discriminazioni, ciò che bisogna oggi contrastare. Per questo servono tutele certe nel diritto per le vittime di reati di natura discriminatoria basati sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Nel luglio 2011, come nel 2009, il parlamento italiano ha respinto la proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia, accogliendo le pregiudiziali di incostituzionalità presentate dai vari gruppi parlamentari. Il disegno di legge mirava a introdurre l’aggravante di omofobia nei reati motivati dall’odio e dalla violenza sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Inoltre, nella legislazione italiana manca il riconoscimento della rilevanza sociale delle famiglie costituite da persone dello stesso sesso e dai loro figli. Ciò impedisce a molte persone di godere dei diritti umani essenziali per l’autorealizzazione e alimenta la stigmatizzazione delle persone LGBT.
Attualmente, il disegno di legge “Disposizioni in materia di contrasto dell’omofobia e della transfobia” (cd DL Scalfarotto) si è arenato nella discussione qui al Senato in Commissione Giustizia. Oggi, qui, dobbiamo riaccendere i riflettori anche su questo, per contrastare davvero discriminazioni e violenza omofoba.
Per combattere in modo efficace le violazioni dei diritti fondamentali occorre in primo luogo un fermo impegno politico nei confronti dei principi della parità di trattamento e della non discriminazione. È fondamentale che le scelte politiche, sia a livello comunitario che nazionale, adottino una posizione ferma contro l’omofobia e la discriminazione nei confronti delle persone LGBT, contribuendo in tal modo a un cambiamento positivo degli atteggiamenti e dei comportamenti pubblici. In secondo luogo, è necessaria una buona conoscenza della situazione, basata su dati consolidati idonei a orientare lo sviluppo di politiche e azioni basate su fatti concreti. Occorre un costante monitoraggio del fenomeno omofobico e un impegno, da parte di tutti i soggetti, sia a promuovere la ricerca scientifica e la raccolta dati che a incoraggiare attivamente le persone LGBT a presentare denunce in caso di episodi discriminatori.

Un altro aspetto essenziale è porre rimedio alla mancanza di diritti per le coppie di persone dello stesso sesso, che per esempio non hanno la possibilità di assistere il proprio compagno o compagna ricoverato in ospedale, di condividere contratti assicurativi, fino all’esclusione dall’eredità dei beni acquistati insieme o condivisi durante la vita.
Questa necessità di tutela giuridica della coppia omosessuale si comincia ad affermare anche nella cultura giuridica italiana. Se l’art. 2 della Costituzione afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, nell’art. 3 trova invece fondamento il principio della non discriminazione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Un punto fondamentale è quindi il riconoscimento alle famiglie di fatto del diritto all’unione, e del diritto di esprimere liberamente la loro identità di genere senza discriminazione.
Bisogna poi eliminare ogni forma di discriminazione nella legge sul matrimonio civile e riconoscere unioni omosessuali e famiglie di fatto, anche quando questi risultano emessi da atti di autorità stranieri.
Il fatto che attualmente sia in discussione in Commissione Giustizia qui al Senato il decreto Legge sulle Unioni Civili, che confido arrivi in Aula a giugno, mi fa sperare che presto anche in Italia avremo una normativa a riguardo.
Il nostro pensiero deve andare anche ai 100mila bambini che si stima abbiano uno o entrambi i genitori omosessuali. Questo è un dato su cui la politica non può restare indifferente. Le istituzioni devono contribuire a demolire tutti quegli stereotipi e pregiudizi secondo i quali “l’amore tra persone dello stesso sesso é contro natura”, “una lesbica non ha istinto materno”, “i figli degli omosessuali diventano omosessuali”.

Sono infiniti i luoghi comuni che riguardano l’omosessualità e in particolare l’omogenitorialità. Ma se noi rimettiamo al centro dell’agire politico la persona, il reciproco rispetto, superando questa visione stereotipata dell’identità, siamo in grado di valorizzare veramente la famiglia come nucleo fondamentale della società.

In molti ci interroghiamo su qual è la condizione necessaria per l’esistenza di una famiglia, e credo sia doveroso ragionare su concetti fondamentali che coinvolgono i nostri più profondi sentimenti e valori.
Peraltro, uno dei temi fondamentali che ricorre nelle avversioni al riconoscimento dei diritti omosessuali è la visione secondo la quale l’estensione dei diritti, nel rispetto e in attuazione della nostra Costituzione, a persone alle quali attualmente non sono riconosciuti sarebbe una sottrazione di diritti a chi ora li ha. Eppure il riconoscimento delle famiglie omosessuali non toglie valori alla società, semmai ne aggiunge. È un allargamento di diritti per alcune cittadine e cittadini, non una riduzione per la collettività. Obiezioni e resistenze si sgretolano sotto la mole di ricerche scientifiche che dimostrano come i bambini cresciuti in famiglie omosessuali siano mentalmente sani e socialmente integrati quanto quelli cresciuti in famiglie eterosessuali. Basta con le generalizzazioni e i pregiudizi, essi creano frustrazione e danneggiano l’intera collettività.
La famiglia non è solo quella che fa figli, ma quella che cresce persone con amore, cura, educazione, sostegno.
Mi interessa su questo aprire il più possibile il dialogo tra culture politiche e religiose diverse.

Il confronto di oggi è una scelta di apertura, di reciproco ascolto, sapendo che ci unisce il rispetto della dignità piena e non graduabile di ogni essere umano, ossia il valore che ogni uomo e donna possiede per il semplice fatto di essere uomo e donna e di esistere come persona, unica e irripetibile.
Per quanto riguarda in particolare la Chiesa cattolica, come in generale le grandi religioni monoteiste, è chiaro che la “questione omosessuale” non può essere esaustivamente compresa nel dibattito sulla illiceità del matrimonio omosessuale, che sarebbe da opporsi alla legittimità del matrimonio eterosessuale come “unicum naturale” sacro, fondato sul fine primario della procreazione ed educazione della prole. Quando Mons. Bruno Forte, segretario speciale del sinodo, ha avuto modo di precisare, in diverse occasioni, che garantire i diritti degli omosessuali è un fatto di civiltà, esprime un cambiamento importante che coinvolge la religiosità delle persone, cioè il modo stesso di vivere la religione in base alla conoscenza, l’esperienza personale, la credenza, la pratica, l’appartenenza. Una posizione a suo modo innovativa è anche quella che fu espressa dal Cardinal Martini, che nel dialogo con Ignazio Marino, dal titolo “Credere e conoscere”, affermò: “Personalmente ritengo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. Naturalmente sono pronto ad ammettere che in alcuni casi la buona fede, le esperienze vissute, le abitudini contratte, l’inconscio e probabilmente anche una certa inclinazione nativa possono spingere a scegliere per sé un tipo di vita con un partner dello stesso sesso. Nel mondo attuale tale comportamento non può venire perciò né demonizzato né ostracizzato”. E ancora, con riferimento al dibattito sulle unioni civili e il matrimonio: “Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d’altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela. Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni”.
In merito al riconoscimento delle unioni civili si sono espresse anche le Nazioni Unite nelle raccomandazioni all’Italia elaborate nell’ambito dell’ultima Revisione Periodica Universale (marzo 2015).
Nella stessa occasione, l’Italia ha accettato 176 raccomandazioni, tra cui 23 relative all’istituzione di un organismo nazionale indipendente per la promozione e tutela dei diritti umani, in linea con i principi di PARIGI.
Credo sia fondamentale saper valorizzare, in questa sede, il disegno di legge per l’Istituzione della Commissione nazionale per la promozione e la tutela dei diritti umani, depositato a giugno 2013 e che ha iniziato lo scorso aprile l’iter in commissione Affari Costituzionali.
Sono due gli aspetti fondamentali che a mio parere dobbiamo essere in grado di valorizzare.
Primo, che la Commissione abbia, come previsto nel ddl, competenza su tutto il territorio nazionale per quanto riguarda la tutela e l’attuazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, intrattenendo anche relazioni a livello internazionale, collaborando con gli organismi preposti alla tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea e con gli omologhi organi istituiti da altri Stati.
E, secondo, che – in ottemperanza alla risoluzione n. 48/134 – la Commissione operi in piena autonomia operativa e finanziaria, con indipendenza di giudizio e di valutazione. È chiaro che pur nella sua autonomia, la Commissione svolge anche un ruolo consultivo per il Governo presentando analisi, proposte, pareri e configurandosi come una vera e propria risorsa per l’azione governativa. Questo è un punto chiave che potrà significare per tutte le associazioni Lgbt una grande opportunità di interlocuzione con le istituzioni. Un elemento la cui mancanza, oggi, contribuisce a vanificare i molti impegni portati avanti da tutta la società civile.
La struttura del nuovo soggetto istituzionale, così come prevista nel ddl, è improntata a garantire informazione reciproca tra Stato e società civile nel campo dei diritti umani, nonché a garantire il pluralismo di opinioni, ed è composta dalla Commissione, organo collegiale di cui fanno parte due componenti eletti, rispettivamente, dal Senato della Repubblica e dalla Camera dei deputati con la maggioranza dei due terzi dei componenti, e dal Presidente designato congiuntamente dai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati; vi è inoltre, il Consiglio per i diritti umani e le libertà fondamentali, che si configura quale organo consultivo e di indirizzo per la Commissione e rappresentativo della società civile, composto da non più di quaranta persone; infine, è previsto un Ufficio della Commissione, che costituisce la struttura operativa e amministrativa di supporto alla sua attività.
Indipendenza ed autonomia dal Governo (operativa e finanziaria), pluralismo, ampio mandato basato sugli standard universali sui diritti umani, adeguato potere di indagine e risorse adeguate: con queste caratteristiche sono certa la Commissione potrà svolgere un ruolo chiave nel rapporto tra le istituzioni e la società civile, promuovendo la cultura dei diritti umani e, soprattutto, il monitoraggio del rispetto dei diritti umani in Italia nonché l’attuazione delle convenzioni e degli accordi internazionali ratificati dall’Italia in materia.

19 maggio