Oggi sono stata a Siena, per partecipare a “Nice to Meet You: conoscersi per non discriminare”, evento organizzato dall’Università di Siena nell’ambito della celebrazione della Giornata Mondiale contro il razzismo promossa dall’UNAR.

Queste la parole che ho detto

L’incontro di oggi è un’importante occasione di confronto sui temi che la “XI Settimana d’azione contro il razzismo”, organizzata dall’Unar, ci invita ad affrontare.
“Conoscersi per non discriminare” è il monito giusto a cui tutti noi dobbiamo ispirarci per contrastare i pregiudizi e gli stereotipi.
Domani, Giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, che si celebra in tutto il mondo il 21 marzo, sarà una giornata speciale, e dal mio punto di vista è giusto che questa data rappresenti un’occasione in più per ribadire le profonde implicazioni etiche e politiche che il tema del razzismo comporta per tutti noi.
Però credo anche che compito della politica è fare delle azioni contro il razzismo un modello culturale, un riferimento imprescindibile per orientare il nostro agire quotidiano. È fondamentale, in questo senso, che ogni giorno possa essere una giornata contro le discriminazioni.
Sappiamo benissimo che il nostro paese, dalla forte tradizione emigratoria, ha conosciuto negli ultimi vent’anni un inversione di tendenza che ha visto i flussi immigratori superare quelli in uscita.
Questo non ha facilitato la nostra capacità di sviluppare politiche adeguate, molte dimensioni del fenomeno ci hanno trovato sprovveduti di leggi aggiornate.
È giusto riconoscere che abbiamo standard legislativi che vanno assolutamente allineati con i più avanzati modelli europei, laddove questi contribuiscono a una maggiore inclusione sociale e a un più equilibrato rapporto tra politiche di accoglienza, diritti e doveri.
Il principio di non discriminazione è inscritto nella nostra Costituzione, che all’articolo 3 stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Rendere concreta la pratica della non discriminazione non è facile, perché il razzismo coinvolge profonde implicazioni psicologiche, sociali e culturali che interrogano ciascuno di noi sulla nostra identità.
Sappiamo che le discriminazioni su base etnico-razziale riguardano oltre i due terzi delle segnalazioni pervenute all’Unar.
Le situazioni discriminatorie, nella società italiana, riguardano soprattutto l’accesso alla casa, la canalizzazione verso gli studi superiori, il tasso di impiego lavorativo, la tenuta occupazionale.
Secondo il sondaggio “Eurobarometro standard, Rapporto Nazionale Italia 2014”, commissionato e coordinato dalla Commissione europea sull’opinione pubblica, il tema dell’immigrazione è salito nella scala delle priorità dei cittadini italiani ed europei; dopo disoccupazione e situazione economica, infatti, è questo il tema che gli italiani segnalano come priorità alle istituzioni europee, con il 29% dei consensi.
In parte tutto ciò è normale, è comprensibile. In un mondo dove la globalizzazione interroga la nostra capacità di saperci confrontare, continuamente, con culture, mercati, tecnologie di portata planetaria, saper governare il movimento delle persone vuol dire saper governare lo Stato, i suoi confini, le sue ambizioni in termini di ideali e modernità.
Ma attenzione, perché oltre a una discriminazione sociale e culturale, ne esiste una politica e istituzionale altrettanto inaccettabile in una democrazia avanzata, moderna, efficiente.
E questo è un problema che non riguarda solamente l’immigrato, inteso come “straniero”, “diverso”, “estraneo”, ma qualsiasi fenomeno dove la politica non sia in grado di garantire una piena cittadinanza per tutte e tutti, un pieno esercizio dei propri diritti e doveri, una piena possibilità di integrazione sociale e culturale all’interno di una comunità.
È risaputo che in condizioni di crisi economica e sociale la caccia al “diverso” diventa una facile valvola di sfogo: identificare un capro espiatorio rappresenta per molti una facile soluzione a tutti i problemi. Qui sta il potere degli stereotipi, nella loro capacità di far risparmiare energia psichica, di far funzionare l’integrazione dell’individuo nel gruppo, creando un “noi” e un “loro”.
Oggi abbiamo il terrorismo dell’Isis che bussa alle porte della nostra Europa, e ancora una volta siamo chiamati a misurarci con lo stereotipo dell’immigrato “musulmano e dunque terrorista”. Lo scopo dei terroristi, del resto, come insegna bene la storia del nostro Paese, è sempre quello di far vivere tutti nella paura, nell’insicurezza quotidiana, nel costante sospetto degli uni verso gli altri. In questo c’é un nodo politico, che a mio parere merita attenzione, che sta tutto nella volontà, degli integralisti e dei fanatici di ogni categoria, di esercitare la sopraffazione dividendo le persone, le comunità, le nazioni.
Ma la politica italiana, fortunatamente, non è ferma agli slogan. No c’è solo chi specula sulla vita degli immigrati, chi fa demagogia costruendo campagne elettorali dalle pericolose quanto inutili derive populiste, magari con tweet come “Terroristi islamici in azione, ma Renzi e Alfano continuano a far sbarcare migliaia di clandestini” oppure con dichiarazioni che etichettano l’antifascismo come “roba superata, da libri di storia”.
C’è anche una classe dirigente pienamente consapevole dell’esigenza di dare risposte efficaci alle forti domande di libertà, solidarietà e sicurezza che giungono dai cittadini. E accanto c’è la stragrande maggioranza di italiane e italiani impegnati ogni giorno nella solidarietà e nell’accoglienza: seppure le loro azioni non fanno spesso notizia, perché magari non hanno il giusto appeal mediatico, a loro dobbiamo dire grazie e rivolgere tutto il nostro ascolto.
Nessuna caccia allo straniero, dunque, nessun sentimento islamofobico, nessuna speculazione elettorale fondata sulle spirali dell’odio e della paura, potranno mai fornire risposte efficaci, nel discutere di politiche per l’integrazione, ma solo iniziative concrete e razionali che possano coinvolgere tutti i cittadini, con determinazione e unità, a cominciare dalle varie comunità di cittadine e cittadini immigrati presenti sul nostro territorio.
Come Paese al centro del Mediterraneo è un nostro dovere farci carico dell’assistenza, dell’aiuto e la protezione dei migranti che sbarcano nelle nostre coste.
Ma il problema non è solo nel saper fornire accoglienza. Sarebbe un grave errore politico lasciare che le emergenze attuali appiattiscano il dibattito pubblico sull’immigrazione intesa solamente come fenomeno di crisi, di urgenza, di pericolo.
Qui sento di dover richiamare l’attenzione sui media, sulla loro grande responsabilità di informare ma anche di costruire opinioni all’altezza della complessità dei fenomeni. Seppur molti passi in avanti sono stati compiuti, grazie alle campagne di sensibilizzazione, alla formazione degli addetti ai lavori, alla nascita di prodotti culturali dedicati alle specifiche tematiche dell’immigrazione, ancora oggi l’enfasi mediatica rischia di schiacciare il fenomeno migratorio sulla riproduzione di stereotipi e luoghi comuni.
Se guardiamo alle discriminazioni contro gli immigrati, in questo senso, vediamo il permanere di stereotipi fermi all’Italia degli anni ottanta.
L’immigrato come povero, come delinquente, come terrorista, come lavoratore che ruba il posto agli italiani. Anche in questo abbiamo fatto passi in avanti, certo, ma ancora facciamo fatica a far passare il messaggio della ricchezza culturale, sociale ed economica, di cui sono portatori gli immigrati.
Sarebbe sciocco voler nascondere i problemi esistenti in molte nostre città, dove l’emarginazione delle fasce più deboli e vulnerabili della popolazione contribuisce a creare tensioni sociali e situazioni di degrado. Ma così come questa emarginazione non riguarda certamente solo la popolazione immigrata, è altrettanto vero che oramai il nostro è un paese con flussi migratori simili al resto d’Europa: una volta eravamo terra di passaggio verso gli altri Paesi europei, oggi da noi vivono quasi 5 milioni di immigrati, cittadini che studiano nelle nostre scuole e università, lavorano nelle nostre famiglie, nelle nostre case, nelle nostre fabbriche, contribuiscono alla crescita dell’Italia.
È utile ricordare che la componente femminile è da sempre, in Italia, un elemento strutturale di questo contributo: come stimato dal Rapporto annuale del Dossier Statistico Immigrazione 2014, più della metà della popolazione straniera residente, il 52,7% sul totale, è costituito da donne.
Il ruolo che le donne immigrate svolgono nei processi di integrazione è fondamentale, visto che la larga maggioranza di loro, circa 8 su 10, è presente in Italia per motivi di lavoro (soprattutto servizi di assistenza alla persona) o di ricongiungimento famigliare.
Non possiamo negare che per le donne straniere si ripete il fenomeno che si registra tra le donne italiane, e cioè che è occupato il 69,2% di donne senza figli contro il 44,8% di chi ha figli. La mancanza di una cultura di condivisione delle responsabilità genitoriali, e la concezione della maternità come rischio d’impresa anziché come caratteristica da sostenere e tutelare per il bene di tutta la collettività, mettono le donne immigrate di fronte a una doppia inaccettabile discriminazione: discriminata in quanto donna e in quanto “straniera”.
Su questo servono cambiamenti che è compito della politica sostenere con scelte serie e innovative. Ad esempio, le nuove regole del mercato del lavoro, se accompagnate da un più scorrevole procedimento per l’ottenimento del permesso di soggiorno e da un più semplice riconoscimento dei titoli ottenuti nei Paesi d’origine, possono offrire opportunità di integrazione, autonomia e miglioramento della qualità della vita che in altre realtà europee sono stati realizzati già da tempo.
Nel 2012, dall’indagine “Condizione e integrazione sociale dei cittadini stranieri”, condotta dall’Istat, emergeva che il 9,3% dei cittadini stranieri dichiara di aver subito negli anni precedenti una discriminazione nella ricerca del lavoro, mentre il 16,9% ritiene di averne subite sul posto di lavoro. Altre discriminazioni sono state segnalate nella ricerca di una casa (10,5%), nell’ambito scolastico (12,6% tra gli stranieri da 6 anni in su), nell’ambito di luoghi pubblici, esercizi commerciali o mezzi di trasporto (8,1%), nei rapporti di vicinato (6,2%), nella erogazione di finanziamenti (3,6%) o in visite e controlli medici (2,8%).

Sempre in quell’anno, il report Istat “I migranti visti dai cittadini”, nell’ambito dell’indagine commissionata dal Dipartimento per le Pari Opportunità “Discriminazioni in base al genere, all’orientamento sessuale e all’appartenenza etnica”, è stato rilevato come, nonostante l’80% degli italiani sia convinto che per un immigrato l’inserimento nella società sia difficile, il 65,2% degli intervistati ha ritenuto troppi gli immigrati, il 55,3% è convinto che “nell’attribuzione degli alloggi popolari, a parità di requisiti, gli immigrati dovrebbero essere inseriti nella graduatoria dopo gli italiani” e il 48,7% è d’accordo sul fatto che “in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani” rispetto agli immigrati.
È chiaro dunque che per vigilare sulle discriminazioni serve un grande investimento sul cambiamento di mentalità, perché i luoghi comuni sono duri a morire e si rafforzano nei periodi di crisi. Questo grande cambiamento non può che essere coltivato a partire dalla scuola, non solo in termini di educazione alla multiculturalità, ma anche nei termini della gestione stessa delle comunità scolastiche.
Dico questo perché le nostre stesse scuole e università si sono trovate, nella maggior parte dei casi, a dover affrontare un numero di iscrizioni, da parte di giovani immigrati, inaspettato. Questo invece è il segno di un’Italia che cambia, che seppur con grande fatica contribuisce alla mobilità sociale, a garantire il diritto allo studio per tutti, a far emergere sogni e progetti di vita in grado di andare oltre i limiti dati dalla propria condizione di migrante o semplicemente di studente ospite.
L’Istat ci ricorda, nel rapporto “Noi Italia 2015”, che gli stranieri in età 15-64 anni residenti in Italia hanno un livello di istruzione simile a quello degli italiani: nel 2013 la metà degli stranieri è in possesso della licenza media, il 40,4 per cento ha un diploma di scuola superiore (rispetto al 36,9 per cento del 2005) e il 9,5 per cento una laurea.
Il miglioramento di questi dati è una sfida per tutti, certo, ma in quanto tale è anche una grande opportunità. Perché per la scuola e per l’università passano l’apprendimento linguistico, l’inserimento culturale, l’integrazione sociale, la partecipazione al mondo del lavoro e delle istituzioni, la costruzione della cittadinanza.
È mio auspicio che le università italiane sappiano sempre più investire sull’accoglienza degli studenti stranieri, diventando poli di attrazione di quel capitale umano che si trasforma poi in ricchezza, qualità della ricerca, produttività, crescita culturale.
Il provincialismo delle nostre istituzioni e delle nostre tradizioni formative ha recato non pochi danni alla nostra capacità di rinnovarci come sistema-paese, ora saper esercitare l’integrazione degli studenti stranieri nei nostri atenei vuol dire essere capaci di competere a livello globale, di valorizzare al massimo le nostre potenzialità nei campi della ricerca, dell’innovazione, dello sviluppo.
Dai luoghi di culto ai centri sportivi, agli spazi in scuole e università dovremmo farci carico di politiche che facilitino il confronto e l’incontro fra culture e popolazioni diverse. L’evento di oggi va in questa direzione, e ci invita anche a riflettere seriamente sul bisogno di internazionalizzare tutte le nostre aree formative.
Proprio per il ruolo che la scuola può svolgere nelle pratiche di non discriminazione, credo nell’esigenza di continuare a proporre lo “Ius Soli” come norma di civiltà, grazie al quale rendere i figli di immigrati nati sul nostro territorio cittadini italiani, lasciando che intraprendano la carriera scolastica con piena parità giuridica e culturale rispetto agli altri. Si può discutere delle varie misure da intraprendere, ad esempio parlando di uno Ius Soli “temperato”, per cui un bambino figlio di immigrati può diventare cittadino alla fine di un ciclo scolastico. Ma intanto è importante che anche questo tema non resti più un tabù.
Del resto, le oltre 200.000 firme raccolte fra il 2011 e il 2012 nella Campagna per i diritti di cittadinanza “L’Italia Sono Anch’Io”, avevano già dato un segnale forte sia con le proposte a favore della partecipazione politica ed amministrativa e per il diritto di elettorato, che con le proposte per le Nuove Norme Sulla Cittadinanza.
Un tema ricordato più volte dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che negli anni del suo mandato presidenziale in più occasioni si è espresso chiaramente a favore di una riforma della legge sulla cittadinanza.
Siamo tutti chiamati a partecipare al mondo che verrà, e il nostro Paese, da sempre porta del Mediterraneo, avrà maggiori capacità di garantire la piena cittadinanza di tutte e tutti quanto più saprà farsi protagonista nei processi di contrasto alle discriminazioni.
La libertà di culto, la condivisione di pari diritti e doveri tra uomini e donne, la possibilità di esercitare liberamente il proprio orientamento sessuale e le proprie passioni politiche e culturali, l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, la libertà di informazione, la dignità delle persone e la protezione della loro integrità fisica e psicologica, la valorizzazione di quelle risorse umane che essendo indispensabili non possono rimanere in condizioni di subalternità, sono valori non negoziabili su cui tutta l’Europa è chiamata a misurare le proprie capacità di influenza politica e culturale, e sono i veri diritti di cittadinanza su cui nessun razzismo potrà mai mettere radici.