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190281_443885129016880_825444884_nQuesta mattina sono stata ad un incontro importante davvero. L’Ambasciata britannica di Roma ha ospitato una conferenza-dibattito sul tema della violenza sessuale nelle zone di guerra e conflitto, con la collaborazione a diversi livelli di Se Non Ora Quando, dell’UNHCR, di Avvocati senza Frontiere e di Roma Capitale. Certo, un tema distante da quelli rumorosi della campagna elettorale, ma necessario e assordante per chi ha sempre voluto ascoltare il grido di violenze e discriminazioni. E parlando di questo tema, sono emersi numeri spaventosi: sono centinaia di migliaia le violenze sessuali che sono state usate come arma di guerra. Nei conflitti in Ruanda si sono contati addirittura 400 mila stupri, in quelli della Siria di oggi le violenze sessuali eguagliano il numero delle uccisioni, mentre in Bosnia, negli anni 90, sono avvenuti circa 50 mila stupri (con solo 30 condanne). Perché c’è pure questo a pesare, la stragrande maggioranza delle violenze rimane impunita, senza che sia fatta minimamente giustizia, mai.

Coraggiosi operatori di quei contesti ci hanno raccontato il senso di queste violenze, che scaturiscono da una visione ovviamente primordiale della donna, ma che hanno anche l’obiettivo strategico di offensiva nei confronti delle parti avverse. In Darfur, ad esempio, gli stupri servivano a rendere impossibile la vita delle donne in alcuni accampamenti, di modo da obbligare intere famiglie a migrare oltre il confine con il Ciad.

Rispetto a questo scandalo internazionale, ha alzato la voce per primo il Regno Unito, deciso a condannare il ricorso allo stupro come arma di guerra, convinto che sia arrivato il momento di scuotere le coscienze dell’opinione pubblica internazionale e di unire le forze di tutti i Paesi, a partire da quelli del G8. Nasce così l’iniziativa PSVI – Preventing Sexual Violence In Conflict Areas, lanciata dal Ministro degli esteri William Hague, che si inserisce nell’ambito degli impegni per il mandato britannico di presidenza del G8 2013. L’iniziativa mira a sostituire la cultura dell’impunità con una cultura della consapevolezza e della deterrenza rispetto all’uso, in alcuni casi sistematico, della violenza sessuale come arma di guerra. L’obiettivo è portare le proposte concrete che usciranno da tavoli come il nostro, già nell’incontro di aprile del G8 dei Ministri degli Esteri a Londra.

Per quanto ci riguarda, è chiaro quanto questa iniziativa si inserisca all’interno della mobilitazione per i diritti delle donne, già in atto da qualche anno nel percorso di SNOQ, e più recentemente nella spinta di One Billion Rising. Dobbiamo sfruttare i canali che si sono aperti, dobbiamo riempirli di attenzione anche per il piano internazionale e fare rete, adoperandoci affinché le notizie e le proteste per la violenza sulle donne, ovunque siano, possano rompere il muro di silenzio che troppo spesso le circonda.