Stasera sono intervenuta a Rovigo ad un dibattito del PD su donne, femminicidio, welfare.

Ecco il mio intervento.

——

PER I DIRITTI DELLE DONNE 

L’impegno per i diritti delle donne, la libertà di ciascuna, l’uguaglianza e per una piena parità di genere rappresenta da sempre, per la mia storia personale, sindacale e politica, una priorità decisiva, il mio sguardo differente su ogni fatto del mondo.

Negli ultimi dieci e più anni, nel mio impegno sindacale in Italia e in Europa, ho agito nella convinzione che si potesse costruire un paese che non ti costringe a scegliere tra l’essere mamma o lavoratrice. Un paese in cui essere donna non significa vedere ridotte le opportunità di lavoro e di carriera. Un paese in cui il peso dell’impegno familiare e di cura è equamente diviso tra ogni coppia. Un paese in cui le discriminazioni sono contrastate efficacemente.  Un Paese in cui non esistono le dimissioni in bianco. Un paese dove si contrastano e riducono le violenze contro le donne.

Oggi che sono Vice Presidente del Senato la responsabilità di costruire quel paese diventa molto più pressante e concreta.

L’attività in Parlamento in questo senso è già stata intensa, in termini di proposte e discussioni e primi atti.

È in corso la ratifica della Convenzione di Istanbul, che dopo il voto alla Camera arriverà in Senato la prossima settimana.

Sono poi stati presentati in Senato due atti parlamentari. Il primo, a firma di donne e uomini di tutti i gruppi, per chiedere la costituzione di una commissione d’inchiesta sul fenomeno della violenza contro le donne; il secondo, ad opera di alcune senatrici del Pd, un disegno di legge contro il femminicidio che punta non solo, e non tanto, su azioni penali ma sulla prevenzione e sulla necessità di finanziare i centri antiviolenza.

Sono primi segnali di un Parlamento che ha il numero di donne più alto della storia repubblicana.

Anche per questo il lavoro da fare – in collaborazione con il Governo – deve essere incisivo e concreto.

Le donne rappresentano una eccezionale risorsa: in termini di lotta alla povertà, per accrescere reddito e stabilità delle famiglie e per le proprie autonome scelte di vita; in termini economici, per contribuire alla crescita del paese con competenze ed energie pari a quelle degli uomini; in termini sociali, di riequilibrio dei ruoli e tempi di lavoro e famiglia e di più servizi di cura; in termini etici, perché è dimostrato che la presenza di donne ai vertici di istituzioni e imprese riduce corruzione e illegalità.

 

LE COSE DA FARE: CULTURA E LAVORO 

C’è molto da fare, e prima di tutto deve cambiare la cultura del Paese. Occorre creare davvero pari opportunità, senza nascondersi dietro ad una falsa neutralità formale, che è solo altra forma di discriminazione. Devono cambiare le regole maschiliste – nelle istituzioni, nelle imprese, nei media, nella scuola e nelle università – che affliggono non solo le donne ma l’Italia e le nostre prospettive di futuro.

Il primo punto è il lavoro, per invertire la rotta che ci vede tra gli ultimi posti per donne che lavorano, conquistando un vergognoso 74° posto, su 147, nella graduatoria del Global Gender Gap.

Attraverso misure concrete, che uniscano la leva fiscale della detassazione, l’intervento sui servizi, dagli asili a quelli per gli anziani, il sostegno alla maternità e il contrasto alle dimissioni in bianco. Riequilibrio di genere nei congedi parentali, poi, e flessibilità degli orari e incentivi al part-time. Ancora quote di parità nei consigli di amministrazione, insieme a misure per facilitare i percorsi di carriera, e un’ Authority sulle discriminazioni. E misure per estendere i diritti a tutte le forme contrattuali, equilibrando alcuni difetti della riforma del lavoro.

C’è poi il tema della condivisione e non conciliazione dei tempi privati e di lavoro.

Nelle tante assemblee con le donne fatte da sindacalista, quello che mi ha sempre sconvolto è la paura di vedere schiacciata e compromessa la possibilità di seguire i propri progetti di vita. Per troppe donne, giovani lavoratrici, fare un figlio è una scelta che mal si concilia con il mantenimento del lavoro, che blocca i percorsi di carriera, che viene fatta pesare da un sistema miope e ipocrita, che dimentica che le scelte di maternità e di lavoro di ciascuna donna e di ciascuna coppia sono mattoncini per la costruzione collettiva della futura competitività del paese.

Le donne vogliono lavorare e fare figli. Vogliono una società amica, che non le discrimini, ma che ne sostenga e valorizzi le scelte e le differenze, una società più giusta e dinamica, con una nuova etica civica capace di dare un significato concreto alle idee di womenomics, facendo partecipare appieno le donne alla produzione del benessere economico e sociale.

Dobbiamo rilanciare un senso condiviso dell’esistenza di due generi e delle differenze di genere che deve permeare società, mondo del lavoro, imprese, istituzioni. Lavorando, insieme, uomini e donne che siedono in Parlamento, per raggiungere quel cambiamento reale che possiamo ottenere solo liberando e valorizzando il capitale femminile.

 

FERMARE LA VIOLENZA

Le donne e gli uomini che siedono in Parlamento hanno un dovere civico e morale che è premessa di tutte le altre azioni: reagire alla crescente violenza, stoppare il femminicidio, costruire una società che rispetta le donne.

Veniamo da anni in cui l’immagine e il ruolo della donna nella nostra società hanno subito solo offese. E nei quali non c’è stata nessuna politica attiva per le donne.

Le donne invece sono esempio di cultura dell’innovazione, di etica del lavoro, possono essere la corrente principale dei cambiamenti. É quello che credo sia successo il 13 febbraio 2011. Non grazie a noi che da sempre facciamo politica, ma grazie alle tantissime donne e ragazze che sono scese in piazza per la prima volta, per dare una scossa al paese e avviare la stagione di cambiamenti, faticosi e necessari, che stiamo vivendo.

Dobbiamo ora lanciare un’altra stagione di avanzamento dei diritti, del cambiamento profondo che risponda al movimento nato 2 anni fa e a tutte le donne e le ragazze, per cambiare l’approccio culturale, promuovere una nuova qualità della relazione tra uomini e donne, che sia rispettosa e solidale, che incoraggi le denunce e che attivi reazioni forti e condivise.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a casi di cronaca e ad oltraggi sessisti nei confronti della Presidente Boldrini e della Ministra Kyenge. Segno che gli atteggiamenti discriminatori e violenti sono ancora fortemente radicati nel Paese e non risparmiano nemmeno chi ricopre alte cariche istituzionali.

Si susseguono poi nella cronaca quotidiana gli atti di violenza, di ogni tipo.

La violenza maschile contro le donne è un fenomeno che pervade il Pianeta e non da adesso, e sta diventando una priorità dell’agenda internazionale,   che ha visto gli interventi delle Nazioni Unite, che quest’anno hanno redatto un documento unanime contro la violenza su donne e bambine (CSW, 8/15 marzo), e del Consiglio d’Europa, che ha approvato la “Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”.

È il momento di mettere in campo tutti gli strumenti utili anche a livello nazionale, costruendo la più larga alleanza possibile, nella direzione della task force interministeriale indicata dalla Ministra Idem, coinvolgendo anche le associazioni, tutte le donne e gli uomini.

Serve un maggiore presidio del territorio, aumentando i centri antiviolenza e formando le forze dell’ordine. Servono servizi e serve una rivoluzione culturale, che passa per un linguaggio non sessista, per l’accesso al lavoro, per la valorizzazione del ruolo delle donne, per il protagonismo diretto, testa ,cuore e corpo delle donne in tutti gli ambiti della vita e della cittadinanza per il futuro dell’Italia.

Occorre unire piano legislativo, legale e penale e piano culturale, per cambiare radicalmente gli equilibri tra donne e uomini nella società. Facendo cambiare soprattutto gli uomini.

Lo ha scritto molto bene Cristina Comencini qualche giorno fa su Repubblica.

La fantasia di possedere la donna amata, non è solo di chi arriva al gesto estremo di cancellarla, ha radici millenarie, è iscritta nel nostro modo di desiderarci. Per questo sono gli uomini normali, i ragazzi che mai potrebbero uccidere, che devono sentirsi in causa per primi. Ridefinire se stessi, il proprio desiderio di fronte a un essere diverso, che dice quello che prova liberamente, con un corpo che non concede per sempre, ma che vuole desiderare il loro per scelta, è il grande compito degli uomini del nostro tempo. Questa riflessione non è veramente mai cominciata per paura. È la stessa paura di affrontare il dolore dell’abbandono di una donna, di vederla nella sua differenza, vitalità, invecchiamento, la paura di perdere la certezza della sua presenza accanto a te. […] Gli uomini devono capire il legame tra violenza e desiderio del corpo femminile. E devono essere cresciuti i ragazzi in un modo nuovo dalle donne che sono le loro madri. Lasciare che gli uomini divengano tali, staccandosi dall’idea della disponibilità materna totale, dall’idea possibile di una subalternità femminile che accetta tutto perché non vede nel figlio mai l’adulto. La subalternità femminile è lo specchio della violenza sulle donne, il nostro sguardo abbassato di chi non vuole vedere il pericolo e stringe l’ altro nell’abbraccio che sembra riparare ogni offesa, cancellare ogni minaccia. Questa è la portata della questione : l’evoluzione del modo profondo in cui ci guardiamo, ci desideriamo, facciamo l’ amore, cresciamo i figli.

 

CONTRO IL FEMMINICIDIO 

Il femminicidio non è più un’emergenza occasionale nè un fatto privato, ma una tragedia sociale ormai cronica, che si è ripetuta e si ripete fino a diventare strutturale.

Sono già 34 le donne uccise in Italia nel 2013.

Nel 2012 sono state 124 (dati www.casadonne.it/cms/).

“Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge nella Convenzione di Istanbul – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica”.

Il femminicidio è per le donne italiane sia fisico che simbolico: con la violenza fisica o con la violenza verbale si cerca di limitare il ruolo delle donne, tenendo il paese ostaggio di una cultura misogina, discriminatoria, antistorica.

I dati quantitativi e qualitativi dei crimini confermano il femminicidio come una vera e propria piaga sociale che riguarda donne di tutti i ceti sociali, le età e le società; un fenomeno che ormai da tempo non si limita a casi estremi o platealmente efferati e che troppo spesso  nasce dal cuore delle relazioni e della vita familiare.

Come ricorda Luisa Betti, “In Italia il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è talmente radicato nella società che la discriminazione di genere è una costante dal primo giorno in cui nasci femmina: in famiglia, nella scuola, al lavoro, nelle istituzioni, nei rapporti con gli amici, per strada. E la discriminazione di genere è già di per sé una violenza.

Non si può prescindere allora da un profondo cambiamento culturale e dall’annullamento del pregiudizio che porta, adesso, nella realtà dei fatti, a non avere chiara percezione della violenza e a sottovalutarne anche il rischio di vita: come dimostra il 70% dei femminicidi che in Italia potevano essere evitati, perché già segnalati come situazioni a rischio.

Cosa vuol dire allora ratificare una Convenzione come quella di Istanbul in un Paese come questo, e cosa davvero significa affrontare la violenza contro le donne – femminicidio?”

Significa agire con pragmatismo, sapendo che c’è molto da fare e che la ratifica stessa è solo l’inizio.

La ratifica della Convenzione rappresenta un passo di fondamentale importanza per proseguire l’azione del nostro Paese contro ogni tipo di violenza nei confronti delle donne e dei minori. La Convenzione è  il punto più avanzato del diritto internazionale sul tema, nonché il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e come forma di discriminazione, configurandola dunque come violazione del principio di uguaglianza.

A conferma di ciò, nel preambolo si sottolinea che il raggiungimento dell’uguaglianza tra i sessi de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne.

La nostra ratifica – che dovrà essere completata con il voto del Senato – però non basta. Occorre che l’Italia si faccia promotrice dell’allargamento del processo di ratifica, perchè per entrare in vigore la Convenzione dovrà essere ratificata da almeno dieci Stati, di cui otto Stati membri del Consiglio d’Europa.

E occorre trovare altri strumenti, come una Commissione di indagine  parlamentare sul femminicidio e la violenza sulle donne, per conoscere meglio e agire più incisivamente.

Questi impegni richiedono anche delle risorse finanziarie. Si è già discusso in sede di ratifica alla Camera della copertura finanziaria. Non entro nei dettagli, ma per realizzare gli obiettivi ambiziosi della Convenzione i soldi ci vogliono e andranno trovati.

«L’uomo si presenta come forma di espressione dominante, che pretende di imporsi su ogni materia.  – Ha scritto Gille Deleuze. – La donna, invece, ha sempre in sé un tratto di divenire, di fuga possibile, che si sottrae alla propria formalizzazione». Le donne sono dinamiche, progressiste, adatte al governo del cambiamento. Puntare sulle donne è il modo migliore per vincere il futuro. Fermare la violenza è il primi passo per farlo.

Le donne sono pronte. Pronte a vivere in un paese che punta su di loro e pronte a dare il proprio contributo per il futuro di tutti.

Esserci, farsi valere, contare per una nuova civiltà, per una nuova dimensione di umanità, che sappia costruire una nuova relazione tra uomini e donne.