Ho partecipato oggi pomeriggio all’Assemblea ACRIB (Associazione Calzaturifici Riviera del Brenta).

Ecco il mio intervento.

 

Innanzitutto voglio ringraziarvi dell’invito a partecipare oggi alla vostra assemblea.

È un onore e un piacere per me tornare a dialogare con voi nel mio ruolo istituzionale, dopo che per tanti anni mi sono occupata del vostro settore da sindacalista.

 

Qui rappresentate una delle grandi eccellenze italiane.

 

I prodotti che nascono dalle competenze artigiane e operaie, dal design e dalla passione imprenditoriale che la tradizione calzaturiera della Riviera esprime sono motivo di orgoglio e valore per tutto il Paese.

 

Circa 570 aziende, piccole e medie imprese, tra calzaturifici, accessoristi, modellisti e ditte commerciali.

Oltre 10.000 lavoratori, il 14% degli addetti del settore in tutta Italia.

Quasi 20 milioni di calzature prodotte, poco meno del 10% di tutta la produzione italiana, per un giro d’affari di oltre 1,65 miliardi di euro.

Il 91% di fatturato derivante dalla esportazioni.

 

Sono dati che conoscete, sono la sintesi statistica della vostra eccellenza.

E li riprendo proprio per evidenziare il grandissimo valore che producete.

 

So che la crisi è stata dura e lo è ancora. Si sono persi posti di lavoro, hanno chiuso aziende, si è contratto il fatturato.

E la crisi è arrivata proprio quando si stavano superando le difficoltà derivate dall’apertura dei mercati e dall’ingresso della Cina nel Wto.

 

Abbiamo vissuto anni di enormi cambiamenti.

Anni nei quali una filiera come la vostra, proprio per quell’eccellenza che vi porta in tutto il mondo, ha dovuto fare i conti, ben prima di molti altri settori industriali del paese, con la globalizzazione.

 

Sono stati anni in cui la collaborazione tra imprese e sindacati ha portato a maturare la condivisa consapevolezza che la sfida era da giocare su qualità e innovazione, sapendo coniugare creatività, bellezza e stile, con le capacità manifatturiere, artigiane e industriali.

Solo in questo modo era possibile provare a non subire la globalizzazione, ma anzi a governarla, a competere secondo un modello di sviluppo e di benessere etico e sostenibile.

Gli anni e l’esperienza nel sindacato tessile – sia come Segretaria Generale italiana, sia come Presidente europea – mi hanno insegnato che ormai ogni modello di sviluppo deve confrontarsi con la dimensione globale.

Perché la globalizzazione riguarda la qualità della vita e incide direttamente su quanto e come l’economia davvero può essere a misura di persona.

La globalizzazione riguarda la democrazia di questo nuovo secolo.

 

La dimensione globale è la nostra dimensione, che ci piaccia o no. E quindi dobbiamo capirla e governarla.

 

Chi ha scelto qualità e innovazione, come voi – e cito come esempio virtuoso il “Politecnico calzaturiero”, laboratorio di ricerca, innovazione e formazione che avete promosso nel 2001 – dimostra che la sfida, con fatica e coraggio, si poteva e si può vincere.

 

Voi rappresentate, insieme agli altri settori ad alto tasso di esportazioni, la parte di Italia che ha meglio reagito alla crisi.

 

Secondo il Trade Performance Index (Tpi) del Wto, indice basato sui risultati concreti ottenuti sui mercati, l’Italia nel 2010 – dopo l’anno nero 2009 – era già seconda dopo la Germania.

Mentre il nostro mercato interno è ancora in difficoltà, siamo velocemente tornati forti nel mondo.

Dal 2010 i settori che esportano sono quelli che più crescono in Italia.

Il made in Italy è il nostro modello vincente, un modello radicato nelle filiere e nei distretti delle nostre eccellenze produttive, come quella che rappresentate.

Voi siete un pezzo importante del made in Italy. Siete un pezzo di quel modello che credo sia utile trasformare in paradigma per tutto il paese.

 

Il made in Italy è un modello di qualità dei processi produttivi fatto di competenze diffuse, operaie e artigiane, di stile e creatività, di gusto e passione imprenditoriale, di tradizione e innovazione.

Fattori che conoscete bene, che vivete ogni giorno, cui date forza ogni giorno.

 

Il made in Italy non è solo una serie di prodotti, ma un sistema di valori.

È un modello di sviluppo etico e sostenibile, rispetto dei diritti e della salute dei lavoratori e delle persone, ricerca, innovazione, green economy, valorizzazione dei beni culturali e naturali.

Chi osserva, consuma, acquista un prodotto made in Italy sceglie di condividere con noi un pezzo di noi stessi, sceglie un po’ di Italia per arricchire la sua vita.

Il made in Italy funziona proprio perché unisce nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità produttiva e qualità della vita.

 

Lo sapete. Le vostre scarpe, prodotte per tante griffe importanti e vendute in tutto il mondo, sono desiderate e acquistate dall’Europa alla Cina, dagli Stati Uniti al Brasile. Ai piedi di donne ricche, abituate al lusso, e di chi nel lusso non vive ma fa sacrifici per portare un oggetto di qualità. Per distinguersi. Per coccolarsi. Per essere un po’ made in Italy.

Un po’ made in Riviera del Brenta.

 

Si tratta, allora, di valorizzare questa straordinaria risorsa, la nostra più straordinaria carta di identità nel mondo.

E occorre farlo trovando condivisione di obiettivi e percorsi tra imprese e sindacati, senso di coesione tra imprenditori, lavoratori e artigiani.

 

La vostra Consulta territoriale per il calzaturiero (organismo paritetico costituito da 6 rappresentanti imprenditoriali e 6 sindacali) è un positivo esempio, con cui condividere strategie e azioni e con cui stimolare anche le Istituzioni.

Nelle vostre scelte, nel modo con cui fronteggiate difficoltà e opportunità, si avverte quel senso positivo della sfida comune che credo essere fattore decisivo per ritrovare forza competitiva.

 

Condividere significa porre con maggiori forza priorità e azioni.

Dalle misure ancora di carattere emergenziale ed urgente – dall’accesso al credito alla riduzione del costo del lavoro – a quelle strutturali: infrastrutture, innovazione, tecnologia.

 

Dobbiamo passare da una fase di rilancio lasciata a singoli settori ad un investimento generale, rinnovato e strategico, per dare al paese serie politiche industriali.

L’industria è tornata in testa alle priorità del governo, ma è necessario darsi obiettivi concreti e una chiara strategia di crescita, appunto ritornando a ragionare di politiche industriali, a livello nazionale ma anche europeo.

Dire politiche industriali significa scegliere i fattori che riteniamo decisivi per dare l’impronta alla crescita che vogliamo determinare. Ricerca, innovazione, qualità, sostenibilità: queste sono le leve del futuro che dobbiamo scegliere.

Sapendo che abbiamo già, nelle filiere e nei distretti del made in Italy, come per la Riviera, un modello vincente.

E sapendo che la nostra manifattura è stata e continuerà ad essere il motore del Paese, è la nostra garanzia di qualità, l’esperienza produttiva diffusa e condivisa su cui fondare il futuro.

Voi lo dimostrate.

 

Deve essere chiaro, però, che l’unico modo per valorizzare davvero la nostra qualità produttiva, anche nella competizione globale, è scegliere la dimensione europea come nostra dimensione naturale.

Dobbiamo puntare sulla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, per competere portando nel mondo crescita, buona occupazione, sviluppo sostenibile, rispetto delle regole e dei diritti sociali, ambientali, del lavoro, umani.

L’UE è l’unico ente sovranazionale che ha la storia, la credibilità, la forza diplomatica e politica per proporsi come modello e guida etica per i percorsi dell’economia globale.

 

È dall’Europa che possiamo agire per introdurre regole di reciprocità nei mercati internazionali, per garantire serie ed eque relazioni commerciali e combattere la concorrenza sleale che subiscono le nostre produzioni.

Le regole del commercio internazionale sono un fattore di competizione decisivo per il futuro. Se avremo delle regole eque e di reciprocità con le nuove potenze economiche, se riusciremo a rendere universali i diritti umani e dei lavoratori, di dignità e rispetto della persona, di salario e di libertà, allora potremo far vincere un modello etico, di qualità produttiva e qualità della vita. Il modello che conoscete, il modello del made in Italy.

 

Certo l’Europa ha in questi ultimi tempi mostrato anche incertezze e ritardi, come nelle posizioni che hanno bloccato il percorso di approvazione del marchio d’origine.

È una battaglia da riprendere.

La tracciabilità deve essere una sfida da vincere, per informare e garantire la sicurezza di lavoratori e consumatori e valorizzare le filiere e le tante piccole imprese che producono italiano.

E la tracciabilità è anche uno degli strumenti di contrasto alla contraffazione, insieme all’inasprimento dei controlli e ad una parallela azione culturale e informativa che faccia conoscere i danni e la pericolosità del falso. L’industria del falso produce un valore annuo di 7 miliardi di euro, fa perdere 5 miliardi di gettito fiscale, occupa 130mila addetti.

 

Occorre individuare ogni modo possibile per difendere e rilanciare il made in Italy, la sua – e la nostra – immagine nel mondo.

 

Valorizzando e trasformando in esempio, come dicevo, i modelli produttivi di qualità come il vostro.

Quelli che hanno la capacità di creare un prodotto inimitabile, esclusivo, che racchiude idee brillanti, tradizione, lavoro esperto.

 

Quelli che rendono forte il modello di sviluppo italiano fondato sulle economie di territorio, sulla capacità manifatturiera, su filiere in cui l’artigianato è intrecciato con la piccola impresa industriale e i saperi si conservano e innovano, senza mai abbandonare la qualità.

Filiere dove la capacità artigiana, la competenza dei lavoratori, la passione degli imprenditori si sommano in un mix vincente.

 

Carlo Cipolla scriveva che: “La missione dell’Italia è produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”.

 

Il made in Italy è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo.

 

Ecco perché il made in Italy mi sembra il modello più forte, più nostro, più unico, più promettente che abbiamo in dote.

Ecco perché mi è capitato di parlare del made in Italy come un sogno: un sogno che già esiste, un sogno che voi rappresentate, un sogno che dobbiamo sostenere e valorizzare.

Ecco perché sono convinta che il made in Italy è un programma per il futuro del Paese.

Lo ricordava ancora una volta ieri a Monza il presidente Giorgio Napolitano nel suo intervento alla sessione istituzionale di “Verso Expo 2015”, in cui ha sottolineato la capacità del nostro Paese di avere fiducia in se stesso “e suscitare rinnovata fiducia verso l’Italia”.  Il Capo dello Stato ha parlato della possibilità di un nuovo sviluppo dell’Italia per il superamento della crisi che stiamo vivendo nel mondo dal 2008, della recessione che sta mettendo a dura prova l’Europa e in particolare l’economia e la società italiana.