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I risultati delle elezioni tedesche evidenziano alcune conferme e alcune novità rispetto alle attese.

 

La vittoria della CDU (con gli alleati bavaresi del CSU), con il 41,7%, riporta il partito ai livelli di consenso raggiunti nel 1990, sotto la guida di Kohl, subito dopo la riunificazione tedesca.

È un successo personale davvero notevole per Angela Merkel, che si appresta ad iniziare il suo terzo mandato da Cancelliera.

La sua vittoria era data per scontata, a guardare i sondaggi e il clima raccontato da molti osservatori, ma le dimensioni del successo superano le attese.

 

Nonostante questo la CDU non ha i numeri per governare da sola, né può ripetere l’alleanza di centrodestra con i liberali degli ultimi 5 anni.

I liberali (FPD), infatti, non hanno superato la soglia di sbarramento e restano esclusi dal Parlamento. Stessa sorte per il partito di destra antieuro (AFD), il cui insuccesso dimostra che spazio reale per le posizione euroscettiche non esiste.

Pur distante di circa 16 punti dai rivali democristiani, l’SPD (con il 25,6%) potrebbe dunque trovarsi nuovamente al governo, per una riedizione della grosse koalition già sperimentata tra 2005 e 2009, con l’obiettivo, questa volta, di non sparire di nuovo offuscati dalla leadership di Angela Merkel, ma di riuscire invece a incidere sulle scelte strategiche del governo.

 

Con Merkel si afferma un modello di leadership ferma e rassicurante, austera, talvolta severa, ma umana, capace di presentarsi ai cittadini vicina e accessibile.

Una leadership che ha saputo dare stabilità e costruire la ripresa della competitività tedesca dopo la crisi che ha messo in discussione la tenuta dell’euro e dell’Unione, risollevando le percentuali di occupazione e mostrando una stabilità economica frutto di buoni fondamenti di sistema e, appunto, della leadership forte e insieme low profile della Cancelliera.

 

È la vittoria di una donna forte e autorevole, capace con linguaggio chiaro di farsi ascoltare e capire da tutti, protagonista di un governo riformatore e di una continuità senza strappi.

È la vittoria, anche, dell’Europa (nonostante non sia stato tema centrale di campagna): un’idea di Europa convinta, fondata su austerità e riforme strutturali per i paesi in difficoltà, in modo da stabilizzare i singoli stati senza appesantire l’equilibrio comunitario e senza eccessive cessioni di potere a Bruxelles.

 

Un’idea che non ha saputo rispondere, fino ad oggi, agli squilibri sociali ed economici che ci sono nell’Unione e che non ha saputo costruire un percorso di crescita diffuso e condiviso tra tutti i paesi.

Mi auguro che la nuova stagione tedesca sia su questi temi più aperta, sfruttando la vittoria del fronte europeista anche per rilanciare proprio equità e crescita.