Questa mattina sono intervenuta al convegno “Imprenditoria e start up femminili: valore comune per il Sistema Paese” organizzato da Ferrovie dello Stato e Luiss.

Ecco quello che ho detto.

Il tema che ponete a dibattito, l’imprenditoria e le start up femminili come valore per il Paese, mi trova in totale sintonia.

L’impegno per le donne – diritti, uguaglianza, lavoro, empowerment personale e imprenditoriale – è una costante della mia storia personale, sindacale e politica.

Sono sempre stata convinta e lo sono oggi più che mai – anche spinta dalla responsabilità del ruolo Istituzionale che mi trovo a svolgere – che le donne siano il valore da liberare per riattivare l’Italia.

L’imprenditoria e il lavoro delle donne innestano nel sistema competenze e valori che quella maschile non è abituata a praticare.

Le donne portano un punto di vista sulle cose che unisce senso pratico e creatività, con un potenziale di forte complementarità con l’utilitarismo asciutto e decisionista che spesso caratterizza l’atteggiamento maschile.

Le donne sono poi le principali responsabili delle decisioni d’acquisto, abituate quindi ad agire nei processi reali, capaci di conoscerli e interagire efficacemente con essi.

Questo porta consuetudine nel confrontarsi con le novità e prudenza in una gestione più cauta dei processi finanziari.

Le donne sono più attente al clima aziendale, all’importanza del contesto ambientale in cui si lavora e si produce.

È vero che talvolta faticano ad essere tra loro solidali, ma tendono ad un maggior senso di squadra e una maggiore ricerca di collaborazione di idee e saperi, caratteristiche che ben collimano con quelle richieste dai settori tecnologici e digitali, che agiscono in uno spazio reticolare, che spinge a collaborare e condividere.

Le donne sono anche più flessibili e multitasking, adatte quindi a lavorare con successo negli ambienti innovativi, dove il cambiamento e la velocità dei processi sono condizioni con cui interagire costantemente.

C’è poi, nelle donne, una attitudine all’uguaglianza e all’etica – è dimostrato che la presenza di donne ai vertici di istituzioni e imprese riduce corruzione e illegalità – , c’è nelle donne una capacità di coerente e reale adesione ai valori che si esprime anche facendo impresa.

Anche questi sono fattori di competitività, troppo spesso sottovalutati e che invece dobbiamo rimettere al centro di ogni idea di sviluppo.

In questo senso l’esempio delle ormai tante giovani manager in ruoli apicali nelle principali aziende tecnologiche statunitensi ha dimostrato – nel caso emblematico di Marissa Mayer assunta a capo di Yahoo alla 28sima settimana di gravidanza e in tanti altri – la possibilità di un diverso approccio culturale anche alla maternità, che da ostacolo per la carriera diventa valore, come elemento di un modo più umano di fare impresa e di competere.

L’onda femminile può essere una forza che rimodella l’economia con investimenti immateriali, innovazione, valorizzazione delle risorse umane, valori più etici.
Ma in Italia siamo ancora in ritardo.

Le imprese femminili sono meno del 25% e scendono sotto il 10% nei settori innovativi.

C’è un gap evidente tra potenzialità e realtà.

Un gap che non è questione delle donne, ma del paese e delle sue prospettive di crescita.

Per incentivare lo sviluppo di imprese innovative il Governo ha stanziato un fondo che permette di avere fino a 200mila euro. Non sono misure specifiche per l’imprenditoria femminile – per la quale restano gli incentivi tradizionali -, ma è un’opportunità che mi auguro tante stiano provando a cogliere.

Le sfide delle donne che vogliono fare impresa vanno sostenute e moltiplicate, con politiche economiche, scelte strategiche sulle direzioni della crescita che vogliamo attivare, politiche pubbliche ispirate al mainstreaming di genere.

E con servizi di qualità per infanzia e anziani, con incentivi e leve fiscali, con un cambiamento di tutto il sistema Italia, sul piano normativo, economico e cultuale, per valorizzare il contributo di tutte e tutti.

Le donne hanno energie e intelligenze capaci di produrre qualità, etica, uguaglianza, sviluppo. Eppure in Italia continuano a dover affrontare condizioni di vita più difficili e discriminatorie. È una questione di modelli culturali, di stereotipi, di debolezze di sistema, di inefficacia delle politiche pubbliche.

E così l’Italia è solo 71esima (e ultima in Europa) su 136 Paesi censiti per quanto riguarda l’uguaglianza delle opportunità tra i sessi secondo il Global Gender Gap Report 2013 del World Economic Forum.

Sicuramente incide il fatto che l’85% delle posizioni di potere in Italia sia destinata agli uomini.

Ma in generale sono ancora troppo poche in Italia le donne che lavorano. Oggi sono il 47,1% (dati ISTAT), rispetto ad una media UE del 58,6%, al terz’ultimo posto in Europa.

Certo ci sono anche alcuni dati più confortanti – da prendere come incoraggiamento.

Su 100 donne che lavorano in Italia 16 sono imprenditrici o autonome, mentre sono solo 10 in media nell’Eurozona (dati OCSE 2012).

Segno che le donne hanno un voglia di intraprendere, di provarci, di sfidare le difficoltà puntando su se stesse, consapevoli del proprio talento e valore, provando con coraggio a perseguire nuovi obiettivi di impresa, per cercare – spesso proprio nelle start up – la conciliazione non solo dei tempi, ma della qualità del lavoro e della vita.

Sono aumentate poi, grazie alla legge Golfo-Mosca, le donne nei cda delle aziende italiane: dopo che per 10 anni l’incremento era stato solo dello 0,5%, praticamente nullo, siamo passati in un anno dal 7 al 20%.

Ed è positivo anche il bilancio dell’Osservatorio sulle quote di genere nelle società quotate e nelle società pubbliche istituito presso il Dipartimento delle Pari Opportunità, che ha presentato i primi dati la scorsa settimana.

Un percorso di cambiamento coerente con la mozione unitaria approvata dal Senato a giugno, che garantisce trasparenza, funzionalità e un’adeguata rappresentanza di genere nella nomina dei consigli di amministrazione delle società a partecipazione pubblica.

Anche i dati sull’occupazione dell’Istat ci dicono che qualcosa è iniziato a cambiare: quest’anno c’è stato un lieve incremento dell’occupazione femminile (+0.4%, 100.000 donne in più), mentre è continuata a calare quella maschile.

Forse anche da noi si pone il tema della mancession: il fenomeno per cui la recessione fa contemporaneamente diminuire la forza lavoro maschile e rilancia l’occupazione femminile.

I motivi sono molteplici, dalla crisi che ha colpito maggiormente settori tradizionalmente più maschili, al più alto livello di istruzione delle donne – 25% di laureate, contro il 12.5% degli uomini – che ha permesso di intercettare prima le opportunità di ripresa o di lanciarsi in idee di nuove imprese o start up.

Si tratta di segnali ancora minimi, ma che indicano una direzione da seguire.

Viene da chiedersi se davvero la devastante crisi economica possa diventare un’opportunità per le donne.

Forse è meglio invertire i fattori: le donne possono sicuramente essere il volano della ripresa e della crescita dell’Italia.

Lo conferma l’OCSE: la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro garantirebbe infatti il mantenimento dei tassi di popolazione attiva (contrastando gli effetti dell’invecchiamento demografico) e contribuirebbe ad aumentare il PIL dell’1%.

E se si arrivasse al 60% di occupazione femminile, raggiungendo il traguardo di Lisbona, secondo stime di Bankitalia il PIL aumenterebbe del 7 per cento.

Dobbiamo allora rilanciare un senso condiviso dell’esistenza di due generi e delle differenze di genere che deve permeare società, mondo del lavoro, imprese, istituzioni. Lavorando, insieme, uomini e donne delle Istituzioni, delle associazioni, delle imprese e del lavoro, della società civile, per raggiungere quel cambiamento reale che possiamo ottenere solo liberando e valorizzando il capitale femminile, facendo partecipare appieno le donne alla produzione del benessere economico e sociale.

Le donne sono forti e sono pronte. Pronte a vivere in un paese che punta su di loro e forti nel dare il proprio contributo come valore comune per il Paese.