Oggi sono intervenuta al convegno di Federmoda a Tivoli “Come declinare il futuro del sistema moda italiano?”

Ecco cosa ho detto.

Nel titolo del dibattito chiedete come declinare il futuro del sistema moda italiano.

 

La mia risposta è secca e decisa: investendo sull’Italia, su una mission forte e competitiva, su politiche industriali innovative e strategiche, per fare di nuovo l’Italia, per permettere di nuovo all’Italia di essere se stessa, a partire proprio dalle eccellenze e dai fattori che producono successo internazionale di settori come la moda.

 

E tutto questo in un’ottica pienamente europea ed europeista, con la consapevolezza che l’UE è l’unico ente sovranazionale che ha la storia, la credibilità, la forza diplomatica e politica per proporsi come modello e guida etica per i percorsi dell’economia globale, modello dentro il quale rilanciare anche l’industria italiana e con essa il sistema moda.

 

Come molti di voi sanno mi sono molto occupata di questi temi negli ultimi dieci e più anni, quando ho guidato il sindacato tessile in Italia e in Europa.

Quella per la difesa e la valorizzazione del sistema moda, contro la contraffazione, per la tracciabilità, per la reciprocità dei mercati, è stata una battaglia che abbiamo condotto insieme, come strumento di legalità e come sostegno al made in Italy, alle produzioni e alle eccellenze che fanno grande l’Italia nel mondo e che purtroppo non siamo ancora riusciti a valorizzare e a rendere modello di crescita.

 

Sono qui oggi, allora, per portare il mio contributo alla discussione, ma anche, e soprattutto, per dirvi che ci sono, che potete usarmi nel mio ruolo istituzionale, se avete voglia, come terminale per le vostre richieste e come parte di quell’alleanza larga che dobbiamo costruire per restituire valore alle produzioni manifatturiere che rendono forte il made in Italy.

 

Si tratta, come accennavo, di una sfida da giovare sul piano italiano ed europeo.

 

Proprio in Europa, però, abbiamo fino ad oggi faticato ad imporre uno degli strumenti di rilancio del made in Italy, che come sistema moda abbiamo chiesto da tempo: la tracciabilità e l’etichettatura made in.

Qualcosa finalmente è cambiato da poco, giovedì 17 ottobre, quando la Commissione mercato interno del Parlamento europeo ha approvato l’articolo 7 della regolamentazione dei prodotti ”made in”, che prevede l’indicazione di origine obbligatoria.

È un risultato importantissimo – che va consolidato con l’approvazione finale da parte di Consiglio e Parlamento europeo – per tutti i consumatori europei e per tutta l’industria manifatturiera, che permette di superare i limiti della normativa del 2005, che prevede l’etichetta made in solo per i prodotti importati da paesi non europei.

 

Ora invece si risponde alla necessità di individuare, anche nel mercato interno, dove un prodotto è stato fabbricato, ai fini della sua piena tracciabilità e di una maggiore responsabilizzazione di autorità di controllo e produttori.

L’Europa sceglie di sostenere la manifattura, difendere la sicurezza dei prodotti e la tutela dei consumatori, sostenere il lavoro e le filiere produttive di qualità, tutelare la proprietà intellettuale e industriale.

 

È un segno che i tempi stanno maturando, che la sensibilità cresce e che la battaglia che combattiamo da molto tempo può trovare spazi più larghi di azione ed efficacia.

Un segno che dobbiamo saper cogliere come incoraggiamento per essere presenti in Europa con un rinnovato protagonismo – come sta facendo il Governo Letta.

 

Il consiglio europeo di febbraio 2014, in particolare, sarà dedicato alla competitività e alla politica industriale, nell’idea di arrivare ad una condivisione concreta di quel Patto industriale che serve all’Europa per equilibrare il Patto fiscale e la predominanza di logiche di rigore che si sono dimostrate insufficienti.

Dobbiamo arrivare pronti, portando in dote il nostro modello migliore, quello del made in Italy.

E dobbiamo poi sfruttare il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, che è un’appuntamento decisivo, da vivere come occasione storica per l’Italia e per l’Europa.

In quel semestre ci saranno le elezioni europee, il cambio del presidente, della Commissione e del Parlamento.

Sarà una fase determinante per far vincere quell’idea di un’Europa della crescita, che torna agli investimenti produttivi e per il lavoro, un’Europa più integrata e forte nelle dinamiche globali.

 

I sacrifici che i cittadini europei hanno finora sostenuto per reagire e superare la crisi troverannano senso solo se sapremo finalmente rilanciare una forte azione a sostegno dell’economia reale, una reale governance europea della politica industriale.

 

È un percorso, quello per un’Europa della crescita, che sta trovando sempre maggiore sostegno politico e istituzionale, in linea con la strategia di reindustrializzazione europea che la Commissione ha deciso lo scorso anno, con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 al 20% del PIL – rispetto al 15% attuale – legato al settore manifatturiero.

 

 

L’urgenza di intervenire viene anche dai dati più recenti del sistema moda italiano.

Il 2012 ha visto ancora un calo del fatturato del 4,7%, effetto soprattutto della contrazione dei consumi interni, diminuiti di quasi il 10%.

E le previsioni per il 2013 confermano il dato negativo, con una stima di un’ulteriore calo dell‘1,7%, in parte bilanciato dalle previsioni di recupero per il 2014.

 

Continua invece ad essere di segno positivo l’export, che cresce nel 2012 dello 0,7%.

La crisi ha colpito la produzione industriale ma non la nostra capacità produttiva.

Chi esporta, chi ha puntato sull’internazionalizzazione, chi ha scelto di investire sulla qualità ha ottenuto risultati positivi.

Non possiamo competere – l’ho detto tante volte rispetto alla moda con l’esempio delle t-shirt bianche – sulle produzioni di fascia medio-bassa, ma restiamo vincenti sulla fascia alta, che non significa lusso ma qualità.

Insomma la crisi ha colpito la credibilità dell’Italia come paese, ma non l’efficacia del brand Italia: il riconoscimento di cittadini, consumatori e turisti di ogni parte del mondo dei valori che esprimiamo, della qualità della vita e della qualità delle nostre produzioni.

C’è spazio nel mondo per un’Italia che fa l’Italia – come dice il manifesto Oltre la crisi di Symbola,  UnionCamere e Fondazione Edison.

 

E d’altra parte anche durante la crisi – dal 2009 al 2012 – il nostro saldo commerciale è salito dal 5° al 3° posto in Europa, con il nostro fatturato estero cresciuto più di Germania e Francia.

Le esportazioni hanno raggiunto nel 2012 il 30% del PIL (dati Istat) ed ormai dal 2010 i settori che esportano sono quelli che più crescono in Italia.

 

L’Italia che ha saputo fare l’Italia, governando i cambiamenti e rafforzando  la specializzazione e la qualità con cui si propone sui mercati internazionali, esce rafforzata dalla crisi e dalla globalizzazione.

 

Quante volte proprio il sistema moda si è sentito dare per spacciato?

Eppure siete ancora qui, sicuramente colpiti dalla crisi ma in piedi, pronti a difendere ancora e rilanciare il made in Italy nel mondo.

 

Qualità, ricerca, innovazione, sostenibilità, legalità: sono i fattori strategici per una nuova stagione di politiche industriali.

Fattori su cui investire anche in termini formativi e culturali, per ridefinire nell’immaginario collettivo una reale e positiva rappresentazione del lavoro manifatturiero, del lavoro nelle filiere delle nostre eccellenze produttive, dove si produce ricchezza, si rendono vivi valori, si contribuisce a rendere forte il Paese.

 

La nostra manifattura è stata e continuerà ad essere il motore del Paese, la nostra garanzia di qualità, l’esperienza produttiva diffusa e condivisa su cui fondare il futuro.

 

Ecco perché è decisivo lavorare con nuovo spirito collaborativo e unendo le reciproche responsabilità,  rilanciando insieme la forza dell’Italia nell’ottica di un’Europa della crescita: fare l’Italia, scegliere nuove politiche industriali, essere parte della sfida di fare davvero l’Europa.

Un strategia che che va accompagnata da politiche commerciali improntate al principio di reciprocità, con regole antidumping e svolgendo come Europa una funzione di regolatore etico dei mercati internazionali, per la tutela della proprietà intellettuale e industriale e per un’efficace contrasto alla contraffazione.

La contraffazione, in tutte modalità con cui si pratica e diffonde, è una gravissima forma di illegalità, che viola la proprietà intellettuale e industriale, colpisce produttori, lavoratori e consumatori, ha effetti pesanti sul piano economico, sociale e per la salute.

Non è un fenomeno illegale secondario, ed anzi paghiamo l’eccessiva tolleranza che per anni c’è stata sul tema, soprattutto quando ad essere contraffatti erano principalmente capi e accessori della moda.

L’attenzione dell’opinione pubblica ha iniziato a modificarsi e a stigmatizzare maggiormente la contraffazione quando si è cominciato a parlare di medicinali e beni alimentari contraffatti, che incidono in modo più evidente – anche se non sempre più grave – sulla salute di chi fa uso di prodotti falsi.

 

È una sfida di legalità, di sicurezza, di valori, una sfida strategica rispetto all’idea di futuro che abbiamo in mente per il Paese, un futuro che io credo debba concentrarsi proprio su un modello di crescita etico, legale, fondato sull’eccellenza, sulla conoscenza, sulla manifattura di qualità.

 

Dobbiamo tornare a difendere e valorizzare quel made in Italy che sta sempre più finendo in mani straniere, a conferma della competitività e della forza delle nostre eccellenze e, però, anche della nostra debolezza di sistema.

 

Insisto sul made in Italy perché credo sia la più forte opportunità di crescita che abbiamo, l’unico modello vincente su cui ridefinire le politiche industriali e di sviluppo, a livello interno ed europeo.

Ho presentato su questo un disegno di legge che mira a tutelare e valorizzare l’italian quality, un disegno di legge che si trova oggi in sintonia con le ultime decisioni comunitarie.

 

Il made in Italy non è qualcosa che riguarda pochi marchi, né tantomeno un’idea elitaria di lusso, ma un sistema di valori radicato e diffuso.

Il made in Italy funziona proprio perché unisce nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità produttiva e qualità della vita.

È un modello di qualità dei processi produttivi fatto di competenze diffuse, operaie e artigiane, di stile e creatività, di gusto e passione imprenditoriale, di tradizione e innovazione.

 

Il made in Italy è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo.

 

Voi che siete protagonisti del sistema moda italiano lo sapete bene. È per questo che sono convinta siate un pezzo fondamentale dell’alleanza che serve a rilanciare l’Italia, la nostra industria e le prospettive di crescita dell’Europa.

Grazie.