Stamattina ho partecipato ad un interessante convegno organizzato dalla Flai Cgil su “cibo e diritti, la qualità made in Italy”.

Ecco il mio intervento.

Penso che il compito più decisivo che spetta a questa stagione politica, nei diversi ruoli che ciascuno svolge, sia di tornare ad investire sull’Italia, su una mission forte e competitiva, su politiche di crescita innovative e strategiche, che puntino sulla qualità dei prodotti e delle produzioni italiane.

Per fare di nuovo l’Italia, per permettere di nuovo all’Italia di essere se stessa, a partire dalle eccellenze e dai fattori che producono successo internazionale, occorre puntare sul made in Italy.

 

Il made in Italy come orizzonte di sfida economica, politica e culturale.

In un’ottica pienamente europea ed europeista, con la consapevolezza che l’UE è l’unico ente sovranazionale che ha storia, credibilità e forza diplomatica per proporsi come guida etica per i percorsi dell’economia globale, modello dentro il quale far crescere anche l’agroalimentare.

 

Il consiglio europeo di febbraio 2014, in particolare, sarà dedicato alla competitività, nell’idea di arrivare ad una condivisione concreta di quel patto per la crescita che serve all’Europa per equilibrare le logiche di rigore che si sono dimostrate insufficienti.

Dobbiamo arrivare pronti, portando in dote il nostro modello migliore, quello del made in Italy.

E dobbiamo poi sfruttare il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, che è un’appuntamento decisivo, da vivere come occasione storica per l’Italia e per l’Europa, appunto per rilanciare l’Europa della crescita.

 

I sacrifici che i cittadini hanno sostenuto per reagire alla crisi troverannano senso solo se sapremo rilanciare una forte azione a sostegno dell’economia reale, una reale governance europea per uno sviluppo sostenibile.

In questo quadro l’agroalimentare è un esempio di qualità ed eccellenza, ma anche dei limiti strutturali che abbiamo nel valorizzare questi fattori.

Negli ultimi dieci anni il mercato agroalimentare mondiale è più che raddoppiato, arrivando ad un valore di 1182 miliardi di euro.

È uno spazio su cui dobbiamo investire puntando su quello che già rende il cibo italiano una eccellenza globale.

Su quei fattori di qualità del territorio, delle filiere e dei prodotti finiti che sono apprezzate e ricercate nel mondo.

 

Tra il 2002 e il 2011 la quota dell’export agroalimentare italiano si è mantenuta costante attorno al 3,3%.

E nel 2012 l’agroalimentare rappresenta la prima voce dell’export italiano, con un fatturato record di 31 miliardi di euro.

L’agricoltura è oggi uno dei pochi settori in grado di generare lavoro (tra i 150.000 e i 200.000 posti secondo le stime di CIA e Coldiretti).

 

Non potendo competere sul campo delle materie prime agricole (come mais, grano, soia ecc.), i prodotti italiani che vincono nel mondo sono quelli ad alta specializzazione.
Il prodotto più esportato è il vino che finora nel 2013 ha fatto segnare il record storico, con un aumento del 9% delle vendite all’estero.

Ma sono fortemente competitivi anche l’ortofrutta fresca (+10%), pasta (+4%), olio d’oliva (+10%), salumi (+6%) e formaggi (+1%).

 

Le esportazioni del madre in Italy alimentare sono cresciute soprattutto in Russia (+10,1%), Canada e Giappone (+8,6%) e Stati Uniti (+8,3%).

C’è ancora molto margine di crescita se sapremo fare i giusti investimenti – nei diversi settori e come sistema paese – per trasformare in quote di mercato l’immagine di cui il made in Italy gode anche nei mercati in espansione.

Qualcosa si comincia a muovere in Cina, con un aumento, nel 2012, dell’84% delle vendite di pasta, del 28% dell’olio e del 21% del vino.

 

Il cibo, inoltre, è il settore dove è maggiore la spesa dei turisti, con 24 miliardi di euro spesi per gustare una delle 4698 specialità alimentari presenti in tutta Italia.

 

Insomma, chi ha scelto di investire sulla qualità ottiene risultati positivi.

Non possiamo infatti competere sulle produzioni di fascia medio-bassa, ma restiamo vincenti sulla fascia alta, che non significa lusso ma appunto qualità.

La crisi ha colpito la credibilità dell’Italia come paese, ma non l’efficacia del brand Italia: il riconoscimento di cittadini, consumatori e turisti di ogni parte del mondo dei valori che esprimiamo.

 

Qualità, ricerca, innovazione, sostenibilità, legalità: sono i fattori strategici  che fanno forte il made in Italy e sono i fattori su cui puntare per una nuova strategia di crescita.

Un strategia che che va accompagnata da politiche commerciali improntate al principio di reciprocità, con regole antidumping e svolgendo come Europa una funzione di regolatore etico dei mercati internazionali e di contrasto alla contraffazione.

La contraffazione, in tutte modalità con cui si pratica e diffonde, è una gravissima forma di illegalità, che colpisce produttori, lavoratori e consumatori, con effetti pesanti sul piano economico, sociale e per la salute.

 

È una sfida di legalità, di sicurezza, di valori, una sfida strategica rispetto all’idea di futuro che abbiamo in mente, un futuro che io credo debba concentrarsi proprio su un modello di crescita etico, legale, fondato sull’eccellenza, sulla conoscenza, sulla qualità, sui diritti.

 

In campo alimentare l’italian sounding è arrivato a valere più di 60 miliardi di euro: una cifra impressionante se pensiamo che il valore delle esportazioni legali in questo settore vale circa 23 miliardi di euro (2009).

Secondo uno studio Coldiretti-Eurispes  il falso Made in Italy copre oltre il 75% del mercato mondiale, sottraendo enormi possibilità di export alle nostre aziende.

Oltre il 70% delle paste di grano duro vendute all’estero sono finte, come  l’85% degli aceti e il 54% del prosciutto crudo.

Il falso alimentare è poi una delle voci più importanti del giro d’affari delle agromafie (che è tra i 12 e i 17 miliardi di euro, tra il 5 e il 10% di tutta l’economia mafiosa).

E si espande, nei settori, andando sempre più a coinvolgere anche prodotti freschi, e nelle modalità, come per i kit di autoproduzione della mozzarella o del Parmigiano che si trovano in vendita online.

 

Quella contro la contraffazione e per la tracciabilità è una battaglia da rilanciare, in Italia e in Europa, espandendo i meccanismi di tutela a tutti i settori e rafforzando, per l’agroalimentare, l’attuale normativa (il regolamento UE 1169/2011), come in questi mesi in discussione (entro il 13 dicembre 2014 la Commissione deve presentare una relazione a Parlamento e Consiglio sull’opportunità di etichettare obbligatoriamente con country of origin o invece place of provenance alcuni tipi di alimenti non trasformati).

 

Dobbiamo tornare a difendere e valorizzare quel made in Italy che è la più forte opportunità di crescita che abbiamo, l’unico modello vincente su cui ridefinire le strategie di crescita.

Ho presentato su questo un disegno di legge che mira a tutelare e valorizzare l’italian quality. Un modello che unisce qualità dei prodotti e diritti di lavoratori e consumatori.

 

Il made in Italy, infatti, non è qualcosa che riguarda pochi marchi, ma un sistema di valori radicato e diffuso: funziona proprio perché unisce nell’esperienza e nell’immaginario dei consumatori di tutto il mondo qualità dei prodotti e qualità della vita.

 

Per il settore agroalimentare questo significa entrare in relazione con qualità, stili e diritti legali all’alimentazione.

In un’idea di sviluppo sostenibile coerente anche con il tema – “nutrire il pianeta, energia per la vita” – dell’Expo 2015.

 

José Graziano da Silvia, il Direttore dell’Organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, ha detto che “cambiare quello che mangiamo, come mangiamo e quanto mangiamo è essenziale per la sostenibilità.”

 

Il made in Italy è è la direzione giusta di cambiamento.

Ed è la cornice che definisce il nostro passato e dentro la quale possiamo ritrovare il filo per raccontare e costruire il futuro, per ritrovare il senso di noi stessi e il nostro posto nel mondo.