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Oggi sono stata a Formia per partecipare alla celebrazione dei 70 anni dell’eccidio della Costarella, durante l’occupazione nazifascista.

Ecco quello che ho detto.

 

Buongiorno, grazie al sindaco Bartolomeo di avermi invitato e a voi tutti per essere qui.

 

È sempre un onore per me, da Vice Presidente del Senato, partecipare a momenti di ricordo e celebrazioni di chi è caduto vittima delle violenze del regime fascista e dell’occupazione tedesca.

Come ha detto Pietro Calamandrei:

dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione.

 

Chiunque sia morto colpito dagli aggressori della democrazia e della libertà deve restare nei nostri cuori e nella nostra memoria.

E la storia, quella che per tanti è ancora una storia vissuta sulla propria pelle, deve essere di insegnamento ai più giovani, perché sappiano che la democrazia di oggi è frutto di lotte, sofferenze e vittime innocenti.

E perché imparino ad usare l’insegnamento della storia per tenere sempre viva la trama della libertà, che purtroppo trova sempre nuovi avversari insidiosi.

 

Il 26 novembre del 1943 qui morirono 8 persone. Innocenti accusati di proteggere dei partigiani furono trucidati ingiustamente durante un durissimo rastrellamento, che portò centinaia di persone – donne e uomini, giovani e anziani – ad essere radunati, imprigionati, usati per i lavori di difesa dell’occupazione nazista.

Le truppe tedesche, in difficoltà di fronte all’avanzata angloamericana e ai bombardamenti che a Formia erano iniziati da settembre, scelsero la violenza più atroce contro i civili inermi come estremo atto di attacco e difesa.

 

Non ci sono spiegazioni per atti come questo.

Solo l’arroganza, la viltà e la presunzione di onnipotenza che offrono le armi e le ideologie dittatoriali possono spiegare comportamenti disumani, che negano ogni forma di civiltà, rispetto e solidarietà.

 

La paura, la vendetta, l’inebriamento accecante della guerra portarono ad episodi di ingiustificata e di vergognosa crudeltà.

In tutta Italia ci furono rastrellamenti, violenze sessuali, famiglie sterminate: centinaia di vittime civili cui la vita fu tolta senza ragione, senza umanità, distruggendo ogni senso di giustizia e fratellanza.

 

Chi fu ucciso nell’eccidio di Costarella non pagò nessuna specifica colpa, ma solo il tentativo di scappare dal rastrellamento.

Senza ordini e senza ragioni alcuni soldati tedeschi spararono a gruppi di uomini che fuggivano verso le montagne, solo per mettere in salvo la propria vita e poter continuare ad essere presenti per le proprie famiglie.

 

Nel leggere ricordi e racconti dell’eccidio mi hanno particolarmente colpito quelli di una donna, Benedetta Magliocco, moglie di uno degli innocenti uccisi.

Ricorda e descrive in momento in cui trovò il marito morto, a terra, in mezzo ad altri corpi e vicino ad un gruppo di SS che si rilassavano dopo le uccisioni.

La donna chiese di poter portare via il corpo del marito, e uno dei soldati le rispose di no, perchè “banditi non avere famiglia!”

“Questa frase mi martella la testa, mi è rimasta così impressa che non riesco più a dimenticarla” – ricorda Benedetta in una testimonianza.

Fortunatamente lei come le altre famiglie riuscirono infine a portare via i cadaveri, potendo così dare loro sepoltura e cerimonia funebre.

 

Il ruolo delle donne nella Resistenza ai nazifascisti è spesso poco visibile, in una storia raccontata quasi solo al maschile.

Fu invece un ruolo decisivo, sia di quelle impegnate nell’antifascismo militante sia di quelle che diedero sostegno al contrasto al regime con atteggiamenti di opposizione passiva.

Miriam Mafai, ha scritto in Pane Nero:

La Fame e la guerra spingono dunque le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano ad uscire dal ruolo che era stato lo affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di “moglie e madre esemplare”. (…) Sia pure tra le difficoltà e le tensioni della vita quotidiana ognuna di loro dovette imparare in quegli anni a decidere da sola, senza l’aiuto né la tutela di padri, mariti, fidanzati, (divenendo così), nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa.

 

Le donne furono allora – come sono oggi – portatrici sane e naturali di apertura, autonomia, libertà, uguaglianza.

Furono parte di quella reazione all’ingiustizia, alla violenza, alla dittatura e alla guerra che è il fondamento della nostra democrazia, della Costituzione e dei valori che definiscono lo spirito nazionale della nostra comunità.

 

L’oppressione del regime, il peso della guerra, la riscoperta di un barlume di quella speranza dimenticata per troppi anni, diedero a donne e uomini il coraggio di unirsi in un’unica forza per liberare il Paese.

La Resistenza è la nostra esperienza di fondazione e formazione ed insieme è stata l’esperienza di crescita personale decisiva per tante italiane e per tanti italiani.

 

Che fossero cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, tutti si battevano per un orizzonte comune: l’Italia libera.

Con la Resistenza – ha detto il Presidente Napolitano nel 2010 – rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale.

La Resistenza ha restituito agli italiani il senso pieno, positivo, partecipato di essere un solo paese, una sola comunità.

 

Oggi dobbiamo saper imitare il coraggio di chi, estenuato da oppressione e violenza, scelse di lottare per un’ideale, credette alla possibilità di migliorare le cose, si trovò parte di una comunità che stava rinascendo.

 

Io sento questa responsabilità. Come donna, come cittadina, come rappresentante delle Istituzioni.

Una responsabilità che deve accompagnarsi al momento del ricordo e della celebrazione e deve orientarci anche nelle sfide di oggi.

 

Dobbiamo ritrovare la forza, il coraggio, la lucidità per reagire. Per ricostruire le infrastrutture etiche e di uguaglianza nel paese, in modo da poter sconfiggere la rabbia e la delusione di tante cittadine e tanti cittadini. Per restituire giustizia e diritti. Per ritrovare fiducia.

 

Dobbiamo agire per i tempi che abbiamo immediatamente di fronte e per un cambiamento più profondo.

Agire sulla cultura del paese, per cambiare i valori, le abitudini, i modi di stare insieme.

Per questo è importante ricordare, celebrare le vittime, coinvolgere in questi momenti anche i più giovani, per agire anche sulla sulla formazione e sulla scuola.

 

Sapendo coniugare stabilità e speranza, risultati concreti e prospettive credibili.

 

Sapendo unire la passione e il coraggio di donne e uomini che devono ritrovare forza dalla storia comune e tornare a condividere un’orizzonte positivo per cui battersi, nel nome degli stessi valori – libertà e democrazia – per cui caddero le vittime innocenti di 70 anni fa.