Stamattina, per la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ho partecipato all’incontro di Telefono Rosa con le scuole, poi al consiglio straordinario del primo municipio di Roma.

Oggi pomeriggio sarò allo spettacolo Ferite a morte messo in scena per l’occasione alla Camera e poi stasera alla lettura “Sii dolce con me, sii gentile” e alla serata Un lunedì da leonesse al Macro Testaccio di Roma, organizzata dal comitato “Se Non Ora Quando Factory”, con il sostegno della Regione Lazio e del Comune di Roma.

 

Vi segnalo, per l’occasione, questo bellissimo intervento sul tema.

 

Ecco cosa ho detto questa mattina con gli studenti.

Sono molto contenta di essere qui.

Non c’è modo migliore per iniziare questa giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che discutere e confrontarsi con chi, seppur spesso trascurato dalla politica, rappresenta le speranze che abbiamo per il futuro.

Il valore di una giornata come questa, che è simbolica e di mobilitazione, si raddoppia quando sono coinvolte le ragazze e i ragazzi che faranno e vivranno l’Italia di domani.

So che cambiare, in Italia, nell’Italia di oggi, sembra qualcosa di troppo difficile e faticoso, quasi impossibile.

Ma non abbiate paura, non lasciatevi scoraggiare da chi intorno a voi agisce come se tutto dovesse restare sempre fermo.

Siate voi i protagonisti del mondo che volete vivere domani.

Avete dalla vostra l’energia della gioventù e il tempo che questa età offre come occasione per realizzare i propri progetti e insieme i progetti che rendono migliore la vita di tutti.

Noi contiamo su di voi, e intanto proviamo ad agire per darvi fiducia.

In questi mesi, grazie anche al fatto che questo in carica è il Parlamento con più donne di sempre (siamo solo al 30%, ma fino alla scorsa legislatura eravamo al 20%), abbiamo fatto alcune cose importanti.

Abbiamo ratificato la convenzione di Istanbul, che è il punto più avanzato del diritto internazionale: il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e invita ad agire a tutto campo per fermarla.

Abbiamo poi proposto l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla violenza contro le donne.

Abbiamo, con il Governo, approvato norme che agiscono sulla sicurezza e sul sostegno ai centri antiviolenza.

E abbiamo iniziato a lavorare per verificare l’impatto di genere delle scelte pubbliche, a coinvolgere i media nel processo di cambiamento, a lavorare perché anche la scuola si aggiorni e collabori all’eliminazione di ogni traccia di sessismo dai linguaggi.

Il linguaggio è un fattore di quel cambiamento culturale, profondo e lungo, che è necessario per eliminare la violenza di genere.

Un cambiamento che, proprio perché necessariamente profondo e lungo, non può che avere nell’educazione e nella formazione il vettore più forte e credibile.

Per cambiare i modi con cui fin da piccoli e poi nell’adolescenza – quindi quando si è a scuola – ci si relaziona alle differenze di genere e si costruiscono le basi, i valori e le regole della socializzazione tra sessi.

Cambiare quello che socialmente è ritenuto accettabile e quello che non lo è.

Quello che fa ridere e quello che offende.

Quello che sentiamo distante e quello che ci riguarda.

Quello che fa sentire una persona vincente e quello che fa perdere punti tra gli amici e al lavoro e in tutti i contesti sociali.

Cambiare gli ordini della questione, restituendo protagonismo agli uomini.

Troppo spesso gli uomini, nelle discussioni sulla violenza di genere, sono un soggetto invisibile.

L’attenzione è sempre sulle donne, sulla vittima.

Mai su chi dell’atto di violenza è il protagonista.

Così siamo portati a chiederci perché una donna accetti di subire maltrattamenti, non si ribelli, sia attratta da uomini violenti. Trattiamo la violenza come un fatto di coppia, psicologico.

E non ci chiediamo, invece, perché tanti uomini siano violenti, perché questa violenza è accettata dalla nostra società, su quali retaggi culturali poggia.

Dobbiamo cambiare paradigma, sentirci tutti responsabili, a partire dagli uomini.

La violenza contro le donne non è una questione privata, ma culturale.

Non è una questione di parte, ma della maggioranza.

Non è una questione di sensibilità, ma di leadership.

Non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale.

Dal 2002, nel mondo, la prima causa di uccisione di donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute.

Quando si uccide una donna lo si fa proprio per colpire l’essere donna.

Questo perché la violenza contro le donne è un fenomeno fortemente legato agli stereotipi e alle mentalità maschiliste che hanno da sempre governato il mondo e che resistono più forti in alcuni paesi e retaggi sociali.

Gli abusi contro le donne sono più diffusi dove, per affermare l’autorità maschile all’interno della coppia, le abitudini culturali tendono a giustificare il ricorso alla forza, con un’idea dell’amore come possesso che porta alla violenza contro donne che si definiscono “amate”.

Ti amo più della mia vita! Ti amo più della tua vita: e quindi o sei mia o ti uccido!

Questo non è amore. Non esiste l’amore possessivo e violento. La violenza annulla ogni altro sentimento, distrugge tutto e lascia in vita solo se stessa.

Non credete a chi vuole giustificare comportamenti violenti, a chi usa la parola amore come alibi per azioni vergognose.

Condannate dentro di voi e tra di voi ogni violenza, distinguendo senza inganni chi sta dalla parte dell’amore e chi lo nega con la violenza.

Chi ha la vostra età è il più forte e naturale fattore di cambiamento che la storia conosca.

Portate sul mondo uno sguardo nuovo, pulito e coraggioso.

Da voi e dai vostri sogni deve partire la nuova Italia.

Un’Italia più giusta, più libera, con meno violenza, più vostra.