Questa mattina ho partecipato alla presentazione del DDL “Disposizioni in materia di statistiche e politiche di genere”, di iniziativa del CNEL.

È un tema che mi sta a cuore, di cui si occupa anche il DDL proposto a luglio sulla valutazione di impatto delle statistiche e della regolamentazione.

Ecco cosa ho detto.

 

Per orientare le politiche pubbliche alla ripresa economica e produttiva, alla riduzione delle diseguaglianze, alla coesione sociale e all’equità, non si può prescindere oggi dall’analisi e dalla verifica dell’impatto di genere, sulla scia dell’impostazione mainstreaming assunta in sede europea sin dal 2006.

Violenza, poca presenza nel mercato del lavoro, difficoltà a conciliare tempi privati e lavorativi, pochi spazi di carriera e poche posizioni apicali, nel privato come nelle istituzioni: oggi in Italia le donne continuano a dover affrontare condizioni di vita più dure e discriminatorie.

Le donne hanno energie e intelligenze capaci di produrre qualità, etica, uguaglianza, sviluppo. Ma in Italia vengono sprecate, quando non disprezzate.

È una questione di modelli culturali, di stereotipi, di debolezze di sistema, di inefficacia delle politiche pubbliche.

È in questo scenario che si inserisce la necessità di adeguamento di genere della rilevazione, produzione e diffusione di statistiche in tutti gli ambiti economici, culturali e sociali.

Il termine “statistiche di genere” è comunemente utilizzato al livello internazionale per indicare l’attitudine della ricerca statistica nel suo complesso ad assumere il genere – secondo specifici criteri e indicatori – come variabile essenziale alla comprensione dei fenomeni sociali.

Adottare statistiche di genere significa fare in modo che tutti i dati statistici siano raccolti, elaborati e analizzati in modo disaggregato secondo il genere, che vengano resi pubblici in modo da presentare i dati relativi ad entrambi i generi con lo stesso grado di visibilità e leggibilità, che rispondano ad una qualità complessiva dell’informazione statistica basata sulla sensibilità alle “questioni di genere”.

Non si tratta di un tema nuovo.

Si tratta anzi di un impegno già assunto, anche dal Governo italiano, con la sottoscrizione della piattaforma della Conferenza dell’ONU sulla condizione femminile di Pechino 1995.

Da allora ci sono stare discussioni e proposte di legge, ma nulla si è concluso.

All’inizio di quest’anno il regolamento UE 99/2013, relativo al programma statistico europeo 2013-2017, è tornato sull’argomento, stabilendo l’obbligo a produrre “statistiche che soddisfino criteri di elevata qualità”, includendo “dati disaggregati per genere”, nella convinzione che le statistiche di genere possano svolgere un ruolo importante nella definizione di politiche che accrescano la coesione e rafforzino l’Unione Europea.

Ecco, quindi, che la decisione del CNEL di riproporre, in una versione aggiornata, il disegno di legge sulle statistiche di genere si inserisce in un quadro di regole e prescrizioni internazionali ed europee.

Il ddl mira a realizzare una sorta di “circolo virtuoso” tra statistiche sociali e statistiche di genere, in modo che dal rispettivo rafforzamento derivi un miglioramento complessivo dell’informazione statistica e delle politiche di coesione di genere che possono trovare nelle statistiche riferimenti preziosi di direzione.

Occorre che le statistiche di genere non siano una espressione di sensibilità volontaria da parte di qualche istituto, ma che diventino un impegno per tutti i soggetti che forniscono dati, con una generale armonizzazione dei contenuti e delle metodologie di produzione dell’informazione statistica.

Avevamo incluso questo tema – nell’ottica del mainstreaming di genere – anche nel ddl “Disposizioni per la valutazione dell’impatto di genere della regolamentazione e delle statistiche” presentato a luglio, con firme di tutti i gruppi parlamentari.

C’è bisogno di agire nel profondo e servono azioni che possano fungere da grimaldello per sbloccare una situazione intollerabile e svantaggiosa per tutti.

Quello delle statistiche di genere, collegando ricerca sociale ed economica e politiche pubbliche, è parte di una cambio di paradigma complessivo nell’affrontare le questioni di genere.

Che non sono questioni femminili, ma temi che riguardano tutta la società e le nostre complessive potenzialità di crescita e uguaglianza.

Il ddl che oggi presentiamo è dunque uno strumento che, se approvato,  permetterà all’Italia di fare un importante passo in avanti nella concreta azione di equilibrio delle condizioni di vita di donne e uomini, integrando organicamente nel nostro sistema la cultura e le misure di mainstreaming di genere.