Un mio articolo pubblicato oggi su Europa.

Il made in Italy come modello per uscire dalla crisi e rilanciare una crescita sostenibile, collegato anche al ddl italian quality, incardinato ieri in commissione.

 

Riporto qui di i seguito il testo integrale.

Per la prima volta dopo molto tempo l’anno è iniziato con auspici di opportunità, non solo con il rimbombo della crisi economica e finanziaria, con gli echi dello spread e del rating negativo.

So che nella vita di lavoratori e imprenditori, di persone e famiglie, le cose non sono cambiate, che siamo ancora pienamente dentro le difficoltà, ma non più sul baratro dell’instabilità, con il rigore come unico, condizionante, totem del dibattito.

Si parla di riforme, si discute di lavoro e di crescita, si confrontano prospettive e scelte, con la convinzione emergente che il 2014 sia segnato dal destino – che sta a noi rappresentanti eletti e politici saper avverare – di realizzare finalmente il cambiamento. È un destino che non può sfuggirci, pena la rinuncia definitiva alla possibilità di recuperare la fiducia delle persone. L’azione politica, di governo e del parlamento, deve saper coinvolgere i cittadini, conquistarli con risultati concreti, rilanciare una prospettiva di comunità che sappia ispirare le speranze.

Fare questo, partendo dal lavoro e dalle politiche industriali, significa scegliere alcuni assi di investimento strategico, possibilità di sviluppo realizzabili, condividendo una prospettiva di crescita sostenibile, un’idea di Italia.

La visione più efficace che possiamo scegliere per rilanciare un messaggio e una politica concreta, credibile sul futuro, è rappresentata da un modello che esprime – linguisticamente e concettualmente – quello che siamo: il made in Italy.

Il made in Italy non è – come mi è già capitato di spiegare – un settore, ma un modo di concepire la vita e la produzione, un intreccio unico di qualità della vita e qualità produttiva.

Non siamo un paese di materie prime, ma di trasformazione e manifattura, professionalità operaia, competenza artigiana, coraggio e visione delle piccole imprese; un paese di inventiva e cultura diffusa, consapevolezza dell’importanza del paesaggio e dell’ambiente, attenzione ai dettagli.

Le eccellenze del made in Italy – che rendono l’Italia, ancora dopo la crisi, uno dei paesi con le migliori performance nell’export – portano nel mondo un’idea di paese che nel dibattito interno fatichiamo a riconoscere, a valorizzare, a far diventare modello di crescita.

Scegliere il made in Italy ci porta a percorrere le strade dell’innovazione, della green economy, della ricerca e della filiera università-formazione-produzione-lavoro. Non significa scegliere alcuni settori industriali, ma i valori di una politica industriale, di fattori e non di settori, che rilanci tutto il paese, la nostra economia reale, i territori, i distretti, le reti d’impresa, le filiere produttive globali.

Il made in Italy, proprio perché capace di unire qualità della vita e qualità della produzione, è una visione competitiva fondata sulla sostenibilità ambientale e sociale, sul rispetto dei diritti del lavoro, sul riconoscimento e la valorizzazione delle competenze complementari di donne e uomini, sull’integrazione armoniosa delle esperienze di lavoro e private, a partire dalla maternità, che deve essere considerata un valore per tutta la società, e non ragione costante di discriminazione e di emarginazione in particolare delle giovani ragazze.

Una visione che si traduce in un welfare rinnovato e armonizzato con le migliori esperienze europee, attento alla persona, capace di modularsi in modo flessibile sulle esigenze concrete di donne e uomini, giovani e anziani. Una visione fondata sull’uguaglianza, sulla dignità della persona, sul merito, sulla qualità.

Sembrano parole astratte, ma sono invece elementi vivi per quel pezzo di economia reale fatto di imprenditrici e imprenditori, lavoratrici e lavoratori che ogni giorno costruiscono la competitività e il successo dell’italian quality.

Proprio all’italian quality è dedicato il disegno di legge bipartisan di cui sono prima firmataria, presentato a fine novembre e che ha iniziato ieri l’iter in commissione, il quale mira a tutelare e valorizzare la qualità e l’eccellenza italiana, grazie ad un marchio volontario pubblico, su cui investire risorse per la promozione nei mercati globali dei prodotti così certificati.

Tutto ciò, come ha scritto anche Ermete Realacci su Europa, deve essere parte prioritaria e centrale dell’azione del governo e del parlamento in questo 2014.

Qualità ed eccellenza del made in Italy – con i valori e i fattori che le determinano – sono opportunità strategiche su cui orientare le linee operative della riforma del lavoro e dell’azione di governo per lo sviluppo. Sono convinta che scegliendo il made in Italy come la visione su cui modellare l’uscita dalla crisi ci troveremo uno strumento straordinario per far crescere l’Italia e far tornare italiane ed italiani ad appassionarsi al futuro comune.