Oggi sono intervenuta al  convegno organizzato da ANMIL “Tesori da scoprire: la condizione della donna infortunata nella società. Un’indagine sulle donne vittime del lavoro”.

Di seguito potete leggere quello che ho detto.

 

——

Ringrazio l’ANMIL per la ricerca e i dati che ha posto alla nostra attenzione e Silvana Amati e tutti coloro che stanno intervenendo.

 

E ringrazio anch’io – come già fa Gianfranco Bettoni nella presentazione della pubblicazione con i dati della ricerca –  tutte le donne intervistate, che hanno accettato di raccontare esperienze traumatiche, difficoltà e reazioni, rendendo così possibile la ricerca e prestandosi ad essere elemento di una crescita di informazione, consapevolezza e prevenzione.

 

Non sono mai abbastanza le occasioni in cui si accendono i riflettori sugli infortuni sul lavoro, sulla sicurezza, sulle morti bianche.

Se ne parla quando capitano incidenti, e il Presidente Napolitano ha molte volte ammonito – anche su questo – società e politica. Ma non si è prodotta quella consapevolezza di gravità e urgenza di cambiamento.

 

Ancor meno, poi, ci si occupa e si discute – anche nel dibattito politico e informativo – delle donne che subiscono infortuni o malattie invalidanti.

Il mio allora è un ringraziamento davvero sentito e doppio.

 

I dati che emergono dalla ricerca descrivono una realtà dura e drammatica.

Voglio riprenderne e commentarne alcuni.

 

Abbiamo visto che sono circa 250.000 le donne colpite ogni anno da infortuni sul lavoro (235.000) o malattie professionali (15.000), circa 2.000 con incidenti di gravità tale da causare disabilità pari o superiore al 16% (quella per cui spetta una rendita vitalizia, oltre che assistenza costante).

Già questo dato da solo basterebbe a far comprendere gravità e urgenza del fenomeno.

È un dato che unisce diverse generazioni, tra cui molte anziane, i cui infortuni sono avvenuti in contesti lavorativi differenti da oggi, sia in termini di settori (ad esempio con un peso storico maggiore, in passato, di infortuni anche femminili nel settore agricolo), sia in termini di caratteristiche e maggiore pericolosità dei luoghi di lavoro.

Per fortuna abbiamo visto che le ragazze con meno di 35 anni sono una piccola percentuale (1,4%) del totale delle donne disabili, segno di un cambiamento in corso, per quanto sempre troppo lento e ancora troppo limitato.

 

Mi viene da dire che per gli infortuni sul lavoro dobbiamo darci lo stesso obiettivo che ci siamo dati – con l’approvazione della convenzione di Istanbul – per la violenza contro le donne.

Sono fenomeni sociali da eliminare.

La convenzione di Istanbul si prefigge chiaramente l’obiettivo di una società senza violenza.

E ugualmente dobbiamo darci l’obiettivo di una società senza infortuni sul lavoro.

Per rispetto delle persone, dei diritti umani e del lavoro, e per rispetto della nostra Costituzione che mette il lavoro a fondamento della Repubblica.

E non possiamo accettare che fondamenti della Repubblica, come la libertà e il lavoro, siano umiliati da una realtà che non tutela la persona nelle esperienze quotidiane della vita, private e lavorative.

 

Ugualmente non possiamo accettare – in termini economici, sociali, di sicurezza e salute, di benessere – che permangano le differenze geografiche tra diversi territori, con il Sud e il Centro Italia indietro anche sul terreno della sicurezza sul lavoro delle donne, con dati di infortuni maggiori.

La sicurezza, poi, richiama ormai un campo vasto, in cui è difficile distinguere i rischi per chi partecipa attivamente alle produzioni e chi vive di rischi indiretti, legati ad esempio ad inquinamento e alla mancata tutela ambientale.

Anche questi sono elementi di tendenza che riguardano tutto il Paese, ma che hanno evidenti criticità soprattutto nel Mezzogiorno, come indicano anche i casi di maggiore attualità, come Ilva o Terra dei fuochi, su cui il Parlamento per fortuna ha iniziato ad intervenire, proprio per tutelare la salute di cittadine e cittadini.

 

Ma voglio soffermarmi su un dato che mi ha colpito particolarmente – e che deve colpire tutti: la crescita degli infortuni in itinere, trasversali a tutti i settori di attività.

È un tipo di infortunio – come spiegato bene dalla ricerca – riconosciuto da poco, e quindi i cui dati storici sono meno significativi.

La ricerca dice che il 15% degli infortuni subiti da donne, e il 35% degli infortuni di particolare gravità, si verificano nel percorso casa-lavoro-casa.

Ma il dato cresce fino al 40% se limitato alle donne più giovani.

 

Gli infortuni in itinere sono la conseguenza di un fatto banale: le donne che lavorano sono lavoratrici doppie.

Perché le donne – quasi solo le donne, per abitudini culturali e tradizioni dell’organizzazione familiare nel nostro Paese – sono sempre e già lavoratrici in casa, prima di uscire per andare a lavorare fuori.

La difficoltà di conciliare tempi privati e di lavoro si ripercuote così anche su stress e infortuni, causati da freneticità, quantità di spostamenti, necessità di dover gestire l’organizzazione della famiglia senza supporti adeguati – né da parte degli uomini rispetto ai compiti di cura, né da parte dei datori di lavoro.

E così le donne che subiscono infortuni hanno non solo difficoltà nella ripresa del lavoro fuori casa, quello effettivamente retribuito. Ma si trovano anche a dover gestire con maggiore solitudine rispetto agli uomini la cura di se stesse e poi il lavori di casa e familiari.

 

Una delle differenze maggiori tra donne e uomini che subiscono infortuni invalidanti è che gli uomini trovano le proprie donne – compagne, madri, figlie – pronte a sostenererli, come principali protagoniste del lavoro di cura.

Le donne invece devono arrangiarsi da sole.

Lo conferma il dato che solo l’8% degli uomini infortunati dichiara di avere necessità di supporto esterno, mentre ne ha bisogno il 55% delle donne.

 

Così le donne subiscono maggiormente anche l’impatto psico-sociale degli infortuni, che evidenzia come la nostra sia una società non a misura di donne.

Soffrono di ansia o angoscia più degli uomini, dimostrando più bisogno di supporto psicologico.

Perdono amicizie e rapporti con i colleghi, e limitano le occasioni di svago o divertimento, tendendo a chiudersi o isolarsi.

Si colpevolizzano poi maggiormente per l’infortunio, dando meno colpe ad elementi esterni, che sono invece quelli che spesso determinano gli incidenti.

E quasi una su quattro viene spinta a licenziarsi dopo un infortunio. Un dato davvero intollerabile.

 

Il fatto è che ogni infortunio porta a confrontarsi con le possibilità fisiche del proprio corpo e con la propria identità familiare e sociale, con la necessità di riorganizzare ogni aspetto della vita e di farlo, in modo particolare per le donne, continuando a fronteggiare la sfida – già complessa quando in piena salute – del proprio ruolo nella società.

 

Siamo una società che non tutela le donne, che non riconosce le differenze e che non riconosce il loro valore.

Dalla condizione delle donne emerge tutta la difficoltà dell’Italia di fronteggiare le disuguaglianze e rispettare quell’obbligo di impegnarsi per ridurle che ci viene indicato dall’art. 3 della Costituzione.

 

Dalle donne, dalle loro difficoltà, dall’eccessiva fatica e dagli intollerabili rischi che corrono, emerge un piano di cambiamento che non riguarda solo la metà femminile del Paese, ma tutte e tutti, e la credibilità di ogni progetto di cambiamento.

 

È una necessità, quella di pensare e realizzare il cambiamento a partire dalle donne, che deve essere assunta con convinzione e responsabilità da parte di governo, Parlamento, istituzioni, ma anche soggetti della società civile, dall’informazione, da parte delle imprese e di tutto il mondo del lavoro.

 

Vorrei allora – e prendo un impegno personale su questo – che alla battaglia contro la violenza maschile, alla sfida per una democrazia paritaria, alla difesa dei diritti e delle libertà delle donne, a partire dalla maternità, all’azione per valorizzare il capitale femminile nel lavoro e nelle imprese, si aggiunga un piano per garantire la salute e la sicurezza delle donne, in ogni ambito della vita.

 

Si tratta di agire con nuove regole, per un rinnovato welfare, con una nuova e condivisa responsabilità nel far crescere la consapevolezza di fattori di rischio, dei diritti, della forza e delle possibilità delle donne.

Smettendo definitivamente ogni pretesa di poter trattare in modo uguale condizioni e situazioni che sono diverse, come diversi sono uomini e donne.

 

Le differenze di genere sono già entrate nella normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, sia a livello comunitario, sia a livello nazionale.

Il Testo Unico sulla sicurezza (decreto legislativo n.81, 9 aprile 2008) ha introdotto uno specifico riferimento alla differenza di genere, cui va prestata, da parte dei datori di lavoro, particolare attenzione nelle attività di formazione, prevenzione e gestione dei rischi, in relazione anche alle difficoltà di conciliare impegno lavorativo e impegni privati o ai rischi riguardanti le donne in gravidanza.

 

Ma occorre fare di più.

 

Occorre accettare pienamente la logica del mainstreaming di genere come guida perché tutte le politiche pubbliche siano effettivamente rispettose delle differenze di genere.

A questo proposito ho presentato un ddl che istituisce un’Osservatorio per la valutazione di impatto di genere delle politiche pubbliche che mi auguro trovi al più presto spazio di discussione e approvazione in Senato.

 

Occorre cambiare radicalmente l’approccio, anche rispetto alle responsabilità di datori di lavoro – pubblici e privati – che devono assumere con convinzione piena e sincera l’onere della gestione dei rischi, di informazione e prevenzione, di una garanzia di sicurezza di luoghi e processi di lavoro fondata su riconoscimento e valorizzazione delle differenze di genere.

 

La battaglia per la riduzione degli infortuni e delle malattie derivanti dal lavoro è un elemento della più complessiva sfida per valorizzare il capitale femminile e cambiare la nostra società.

Le donne sono diverse dagli uomini. Hanno diverse competenze, diverso approccio al lavoro, diversi valori, diversi punti di forza e diversa esposizione ai rischi.

 

Far crescere il loro peso nel processi produttivi, facilitare i percorsi di carriera e aumentare in numero di donne che occupano posizioni apicali, attuare serie politiche di conciliazione dei tempi di vita, cambiare l’approccio alla famiglia per condividere il lavoro in casa e di cura: sono tutti modi per migliorare il mondo del lavoro, rendendolo più giusto, più rispettoso delle persone, e sono convinta anche più sicuro.

E sono modi, anche, per cambiare l’Italia.

 

Grazie.