Troppe volte in questi giorni è stato utilizzato il termine improprio di “quote rosa” in riferimento all’importante battaglia condotta da molte donne e uomini per introdurre un’equa rappresentanza di genere nella legge elettorale. Si tratta di un termine sbagliato e ghettizzante, utilizzato da chi lavora per   il mantenimento delle discriminazioni e delle diseguaglianze.

Non vogliamo in alcun modo rivendicare soglie o quote femminili. La questione, infatti, non si limita ad una misura quantitativa della rappresentanza, ma investe la concreta possibilità per una delle componenti della società di incidere sui processi decisionali e fare le politiche portando in Parlamento la realtà del paese per cambiare, finalmente, le priorità della azione politica.

A partire dal dare priorità al lavoro delle donne e dei giovani, al rilancio del valore sociale della maternità e di politiche di innovazione che portino alla condivisione dei lavori di cura procedendo verso una riforma del welfare che lo renda a misura di donne e uomini: per questo è prioritario andare nella direzione di una democrazia paritaria basata sul contributo di donne e uomini, che non rinuncia a nessuno dei generi, che è resa forte dalla piena collaborazione tra energie e competenze differenti e complementari.

Molti hanno tirato in ballo il fatto che le donne dovrebbero farsi spazio in base al merito, su questo non ci sono dubbi: sappiamo ormai bene che lì dove le donne sono messe in condizione di giocare alla pari, non hanno difficoltà ad affermarsi. Dobbiamo continuare a lavorare per portare avanti un profondo cambiamento culturale che consenta la Paese di avvalersi dell’importante e innovativo contributo femminile alla costruzione del nostro futuro.