Sabato ho partecipato a “Join our Europe”, il corso di formazione politica organizzato dai Giovani Democratici di Pisa, partecipando all’interessante tavolo su come rilanciare il modello sociale europeo.

 

Di seguito una sintesi di quello che ho detto.

L’Europa così come è stata in questi anni non è bastata, è stata troppo poco, non ha funzionato. Il punto di svolta del modello sociale europeo è stato tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, quando con l’apertura dei mercati e la diversificazione dei modelli sociali europei le politiche economiche nazionali si sono rivelate insufficienti. In quel momento i Paesi europei hanno compiuto scelte diverse: Germania e Regno Unito sono intervenute subito, a Nord il modello europeo di Lisbona ha funzionato, mentre l’Italia con le scelte protezionistiche della destra di Berlusconi e della Lega Nord ha percorso una via diversa. Mentre la Germania faceva scelte di politica pubblica basate sulla ricerca e sull’innovazione per puntare sull’occupazione di qualità, l’Italia non faceva alcun investimento. I Paesi europei hanno ridefinito secondo le proprie tradizioni le loro politiche economico-sociali e i modelli si dono diversificati ma nel mondo globale di oggi l’Europa necessita di un modello di sviluppo sostenibile comune, in un mondo in continua trasformazione non possiamo restare soli.

 

Il primo punto di svolta per noi è l’adesione del Partito Democratico al Partito Socialista Europeo, con questa scelta siamo entrati definitivamente nella politica europea e se vinceremo le elezioni faremo tornare la politica a governare l’Europa. Il voto dei cittadini europei deve contare, una novità importante dovrà essere fare contare il Parlamento europeo quanto la Commissione europea.

La sfida che abbiamo davanti è cambiare, il problema sono state le cattive scelte di politica economica e le assenti scelte di politiche del lavoro e sociali. Ma il vero cambiamento dell’Europa può arrivare solo da chi nell’Europa crede. Noi proponiamo di invertire il ciclo culturale. L’Europa deve porsi nella competizione globale con un modello di competizione sostenibile a livello sociale  e ambientale. E’ necessario a livello europeo cambiare i livelli di tassazione su lavoro e impresa spostandoli sulla rendita. Dobbiamo costruire un  welfare che guardi ai nuovi fabbisogni, non serve un welfare solo per sostenere ma abbiamo bisogno di un welfare delle opportunità. Inoltre, dovremo affrontare due contraddizioni: l’alta età media europea, affrontando i temi della natalità e dell’immigrazione, e la regolazione del mercato europeo, al momento il mercato più aperto al mondo.

 

Non soltanto la politica, anche le parti sociali devono accettare la sfida del cambiamento. Mantenere  condizioni nazionali che non si rapportano alle condizioni europee è conservazione. Se vogliamo una Europa nuova tutti i soggetti dell’economia e del lavoro devono cambiare, i sindacati come la Confindustria. E’ necessario armonizzare a livello europeo per avere un parametro di riferimento. Per esempio, i sindacati europei devono cominciare a parlare di contratto unico per settore a livello europeo.

 

Dobbiamo rimediare ad alcuni errori di lettura  che la sinistra ha commesso in passato. La sinistra non ha spinto per l’Europa politica dopo l’ingresso nell’Euro e ha sottovalutato le nostre caratteristiche economiche di Paese. Adesso la sinistra deve contribuire alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa e deve farlo proponendo alcuni temi per noi fondamentali. E’ necessario regolare i mercati, investire su industria e lavoro per costruire nuove opportunità, fare scelte di politica pubblica che vadano nella direzione della ridistribuzione per ridurre le disuguaglianze, investire sulle competenze per permettere alle nostre imprese di competere con prodotti di qualità. Inoltre, dobbiamo affrontare la questione dell’occupazione giovanile: è necessario intervenire sulla leva fiscale delle imprese per favorire assunzioni di giovani nelle imprese. Ricordiamoci però che non possiamo declinare il tema dell’occupazione giovanile in modo neutro, le giovani donne sono penalizzate perché si scontrano ancora oggi con una cultura d’impresa che assume un modello che si basa sul numero di ore che lavori e non sulla qualità del lavoro.

 

Io credo che l’Europa debba avere politiche di risposta a questi temi.