Oggi sono stata a Rimini per il congresso della Fisac e a Cervia per il congresso della Flai, le federazione dei bancari-assicurazioni-credito e dell’agroindustria della Cgil.

È un grande piacere per me andare a salutare delegate e delegati e dirigenti che si battono quotidianamente per il lavoro e per il futuro del Paese.

A Cervia ho partecipato ad un dibattito sul contrasto alla violenza sulle donne, tema decisivo per la qualità della democrazia e del lavoro, con Loredana Taddei (responsabile politiche di genere della Cgil), Adriana Nannicini (ricercatrice e psicologa del lavoro), Mirea Perniciano (studentessa) e la moderazione di Luisa Pronzato (Corriere della sera).

 

 

A Rimini ho portato un saluto sullo scenario politico e delle riforme economiche, in Italia e in Europa.

Qui di seguito vi riporto quello che ho detto.

 

 

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Buongiorno a tutte e tutti e grazie dell’invito ad essere qui con voi.

So quanta passione e quanta competenza, quanta generosità e quanta voglia di guardare all’interesse generale del Paese trovino concretizzazione nel congresso di una grande federazione sindacale.

Auguro quindi a tutte le delegate e tutti i delegati buon congresso e buon lavoro.

 

Già dal titolo che avete scelto per accompagnare i vostri lavori – “Il lavoro decide il futuro” – si intuisce come lo sguardo sia alto e rivolto a tutto il Paese.

 

Non c’è dubbio che le banche siano – come sono sempre state – un fattore centrale nei processi dell’economia reale, in termini soprattutto di sostegno e servizio alle imprese, piccole e grandi, che vogliono investire.

 

In particolar modo questo è oggi un tema decisivo.

La crisi di questi anni, una crisi iniziata proprio come crisi finanziaria, ha avuto impatti devastanti sull’economia reale e sul lavoro.

Imprese fallite, posti di lavoro persi, famiglie in grave difficoltà.

 

Oggi è il momento di invertire il ciclo culturale ed economico e rilanciare investimenti e crescita.

Occorre farlo a livello interno e comunitario.

 

Il rilancio della crescita in tutta Europa, e quindi di conseguenza in ciascuno stato ed anche da noi, non può che realizzarsi attraverso maggiori investimenti, per i quali, in un sistema come quello comunitario, il ruolo delle banche è centrale.

 

Mi pare in questo senso un segnale positivo che in Europa si stiano intensificando riflessione e decisioni per rafforzare l’integrazione anche bancaria.

 

Il semplice coordinamento tra le varie autorità nazionali di vigilanza nel settore finanziario non si è rivelato sufficiente a garantire stabilità e sicurezza del mercato.

Sono necessari interventi volti a favorire una più stretta integrazione in materia di vigilanza e intervento in caso di crisi, anche per evitare che future crisi, anche di singoli istituti, attivino pericolosi meccanismi di  contagio.

L’interconnessione, indispensabile oggi, di mercati e sistemi bancari, va governata per valorizzarne gli elementi positivi e limitarne gli effetti distruttivi.

 

L’Unione bancaria, su cui il 20 marzo scorso Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto una prima intesa, in attesa poi che il Parlamento si esprima in seduta plenaria, va in questa direzione, ed è un rafforzamento del processo di integrazione del mercato e delle scelte per la crescita.

 

L’UE è l’unico ente sovranazionale che ha la storia, la credibilità e l’autorevolezza – se ci sbrighiamo a superare i limiti evidenti avuti finora e ritrovare forza politica – che può proporsi come modello e guida etica per i percorsi dell’economia globale e per i diritti umani, sociali e civili.

 

Il ruolo delle banche e la maggiore integrazione di regole e processi del mercato bancario devono allora essere funzione di questa prospettiva di crescita.

Una prospettiva pienamente europea, nella convinzione che i mesi che abbiamo di fronte – con le elezioni, il rinnovo della Commissione e il semestre di Presidenza italiana – siano decisivi.

 

La strada è difficile, perché le politiche di austerità hanno prodotto danni ingenti.

È da anni che parliamo solo di crollo dei posti di lavoro, crollo del consumo, crollo delle produzioni, crollo del credito.

E così siamo arrivanti al crollo della fiducia e, quasi, al crollo dell’Europa.

 

L’Europa in questi anni non è stata un alleato per cittadine e cittadine, lavoratrici e lavoratori, imprese, banche.

 

Ma il problema non è l’euro, né tanto meno l’Unione o il processo di interazione, che sono invece le nostre ancore di salvezza e le nostre opportunità di rilancio.

Il problema sono state le cattive scelte di politica economica e le assenti scelte di politiche del lavoro e sociali.

La crisi si è abbattuta sull’Europa e la reazione condizionata dalle resistenze e dalle influenze dei partner più forti ha acuito differenze e disuguaglianze.

 

L’Europa deve invece tornare ad ambire al primato della crescita sostenibile e del welfare universalistico.

Dobbiamo imprimere all’Europa e condividere tra cittadine e cittadini europei un senso di solidale appartenenza ad una comunità forte e che ci rafforza, nella quale ci siano spazi per una leale e collaborativa competizione tra stati, ma non la deriva delle relazioni tra membri in un conteggio matematico-finanziario come per lo spread.

 

È una sfida decisiva per governo e istituzioni, ma anche per imprese, banche, sindacati.

 

Dobbiamo presentarci al mondo, ai mercati e alle sfide democratiche globali con la forza di quei valori che riteniamo giustamente universali e che dobbiamo però rendere un programma concreto di crescita economica e della qualità della vita, intorno al quale rinfocolare la passione europea che ha guidato le generazioni che hanno fatto l’Unione.

Nel Preambolo del Trattato di Lisbona si definisce l’Europa attraverso la difesa e la promozione dei “diritti umani inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto”.

 

Questa è l’europa per cui dobbiamo batterci. Questa è l’Europa che dobbiamo ritrovare e ricostruire.

E non è l’Europa dei burocrati e del rigore.

Quella Europa non ci piace e non ha funzionato.

Ma a chi dice “no euro” dobbiamo saper rispondere con forza e credibilità più Europa.

Più Europa per me significa lavorare per gli Stati Uniti d’Europa.

 

Stati Uniti d’Europa per stare nel mondo globale forti un modello di sviluppo sostenibile comune.

Stati Uniti d’Europa per stare nel mondo globale come soggetto diplomatico incisivo.

Stati Uniti d’Europa per sentirci cittadine e cittadini di una comunità di stati che persegue uguaglianza, condivide valori e diritti, fa esperienza più egualitaria del benessere.

Stati Uniti d’Europa per definire standard comunitari di welfare, protezione sociale e politiche attive, che rendano vivi quei valori universali scelti a Lisbona come la nostra profonda identità.

Stati Uniti d’Europa per completare l’integrazione a tutti i livelli, dal sistema bancario ai diritti dei lavoratori.

 

Per questo – per fare questo – si deve invertire il ciclo culturale.

In Europa come in Italia, dove si è in questi ultimi tempi ripreso a parlare di investimenti, crescita, lavoro.

 

Il DEF approvato martedì dal Consiglio dei ministri mi pare abbia indicazioni utili in questo senso.

A partire dall’intervento sull’Irpef che permetterà di ottenere 80 euro in busta paga per i redditi inferiori a 25mila euro.

Una misura che risponde alle difficoltà gravi in cui troppe persone e famiglie si sono trovate e permette di far ripartire la domanda interna.

 

Una misura inquadrata, quindi, in un’ottica di riequilibrio del sistema, con la riduzione, via spending review, di sprechi e guadagni eccessivi e la richiesta di partecipare alla sfida della crescita a tutti i soggetti, comprese le banche.

 

Il governo ha dato un messaggio chiaro: dopo anni in cui hanno stretto la cinghia sempre gli stessi si inizia a far dimagrire burocrazia, politica, grandi manager.

 

Inoltre l’intervento sull’Irap permette di sostenere gli investimenti produttivi rispetto alle rendite finanziarie.

 

Insomma l’azione del governo, dopo aver impostato le riforme elettorale e costituzionale, si sta mostrando decisa anche rispetto alle scelte economiche, per rilanciare la crescita e il lavoro.

Con misure urgenti, perché gli effetti della crisi sono ancora pungenti, e misure di sguardo e respiro più profondo e largo, per individuare e condividere prospettive di cambiamento capaci di invertire, come dicevo, il ciclo culturale ed economico.

 

Ma queste prospettive, al di là degli annunci, devono fondarsi su valori e su investimenti concreti. Non possiamo più permetterci di fermarci a riforme sulla carta e a parole che riempiono il dibattito ma poi non cambiano le cose.

Occorre concretamente contrastare la precarietà, rilanciare gli investimenti per il lavoro, pubblici e privati, facilitare l’accesso al credito, per piccole e medie imprese come per le famiglie e i lavoratori in difficoltà.

Occorre restituire lavoro e speranze ai giovani.

Occorre ridurre le disuguaglianze e costruire una nuova Italia, più giusta, più solidale, più coerente con i nostri principi costituzionali.

 

Per cambiare, ci tengo a chiudere su questo, occorre mettere al centro il lavoro delle donne.

Il basso tasso di lavoro femminile è uno dei principali fattori che frenano la crescita, sia in termini quantitativi che qualitativi. Non solo, infatti, secondo stime Ocse e Bankitalia, aumentare il tasso di occupazione femminile permetterebbe una crescita del PIL fino al 7%, ma una maggiore presenza di donne nel mondo del lavoro, dell’impresa, come delle istituzioni e della società civile, permetterebbe di far crescere quei valori – etica, responsabilità, collaborazione, sostenibilità, qualità, innovazione – su cui dobbiamo costruire le prospettive di crescita italiana ed europea.

Misure fiscali, come incentivi per il lavoro femminile e detrazioni per le spese dei servizi di cura – dall’infanzia alla vecchiaia. Accesso al lavoro, eliminazione del gender pay gap e facilitazione dei percorsi di carriera femminile. Condivisione vera dei compiti familiari, per realizzare quella conciliazione dei tempi privati e di lavoro senza che tutta la fatica continui a pesare solo sulle donne. Apertura a forme di flessibilità contrattuale – come il part time – che aiutino proprio la conciliazione dei tempi di vita, senza però aggravare le condizioni precarie di tante lavoratrici, ma anzi facilitando e valorizzando le scelte di maternità. Servizi alla persona e riforma del welfare proprio per accompagnare le scelte di vita di ciascuna e ciascuno.

Gli ambiti su cui ragionare, condividere e proporre sono ampi e uniscono misure prettamente economiche e misure sociali e culturali, parte di quel complesso lavoro di cambiamento per rendere la nostra democrazia – come quella di tutto il modello europeo – più paritaria, uguale e forte.

 

Perché le prospettive dell’economia, della finanza, del credito non possono restare scollegate rispetto alle prospettive complessive del Paese.

Tutti, dalle Istituzioni alle imprese ai sindacati alle banche, devono capire e condividere che è il momento di mettersi al servizio del Paese.

 

So che che è quello che fate tutti i giorni.

Allora grazie e ancora buon lavoro e buon congresso.