Oggi ho partecipato ad un evento all’Ambasciata britannica a Villa Wolkonsky sulla campagna contro la violenza sessuale nelle aree di conflitto, in vista del vertice che ci sarà su questo tema a Londra dal 10 al 13 giugno.

 

Ecco il mio intervento.

—–

La violenza sessuale utilizzata nei conflitti come forma di controllo e sopraffazione ha attraversato e attraversa ogni angolo della Terra ed è un delitto tra i più feroci poiché attenta alla dignità umana e all’integrità della persona. Esso è ancora più spietato poiché non si tratta di un ‘effetto collaterale’, di una orribile conseguenza della guerra, ma di una vera e propria strategia militare che ha attraversato e attraversa ogni angolo della terra. Durante le guerre gli stupri hanno lo scopo di seminare il terrore tra la popolazione e, in alcuni casi, modificare la composizione etnica delle generazioni successive. Talora si è fatto ricorso allo stupro per contagiare scientemente le donne con l’HIV.

Lo stupro è una violenza inaccettabile, anche durante i conflitti, che causa non solo danni fisici, come il rischio di sterilità e di malattie sessuali, ma anche psicologici e sociali. Spesso le donne che sono state abusate, e le loro famiglie, vengono escluse dalle loro comunità, mentre i bambini nati da stupri possono essere abbandonati; in altri casi le donne ricorrono all’aborto ma, visto che vi sono molti paesi in cui esso è illegale, se lo procurano da sole. Questo, nella maggior parte dei casi, vuol dire morte certa.

Il rapporto 2010 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) lo afferma chiaramente «le donne fanno di rado la guerra, ma troppo spesso ne soffrono le conseguenze peggiori: la violenza sessuale costituisce un’arma di guerra ripugnante e sempre più utilizzata».

Guardando solo agli ultimi 20 anni le cifre parlano chiaro: più di 200.000 donne violentate durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, 60.000 in Sierra Leone (1991-2002), più di 40.000 in Liberia (1989-2003), quasi 60.000 nella ex Yugoslavia (1992-1995). E ancora in Cecenia, Darfur, Iraq, Libia, Kosovo, Ruanda.

In Congo è stato, ed è ancora, un vero e proprio genocidio. Stupri di massa, mutilazioni, fosse comuni, organi genitali cui viene dato fuoco, padri costretti a violentare le figlie, o i figli le madri, orrore che colpisce bambine di 3 anni come anziane di 90: non sono “effetti collaterali” della guerra, ma una vera e propria strategia militare, di entrambi gli schieramenti, con lo scopo di colpire chi tramanda la vita.

In Libia, ad aprile 2011, l’ambasciatrice statunitense Susan Rice ha denunciato la distribuzione di viagra ai soldati, per essere sessualmente più aggressivi durante il conflitto.

E anche in Egitto, a Piazza Tahrir, ci sono stati stupri, per intimidire le donne che partecipavano alla protesta e per il gusto di fare del male.

E la stessa cosa sta accadendo in Siria, come riporta in dettaglio il reportage di Lauren Wolfe pubblicato la scorsa settimana su The Nation.

 

Le Nazioni Unite hanno iniziato ad occuparsi degli stupri nei conflitti nel 1992, a seguito delle violenze in ex Yugoslavia, dichiarando “lo stupro di donne un crimine internazionale” e attivando poi negli anni diversi enti e gruppi impegnati nella lotta contro le violenze sessuali nei conflitti.

Nel 2008 è intervenuto anche il Consiglio europeo con due risoluzioni.

È invece di aprile 2013 l’intesa del G8 che indica la violenza sessuale nelle zone di conflitto come crimine di guerra e lancia un programma di contrasto investendo 35 milioni di dollari.

E’ stato proprio il governo britannico che, durante il semestre di presidenza del G8, ha lanciato la campagna Fermiamo la violenza sessuale nei conflitti, campagna  presentata e discussa anche a Roma, su iniziativa dell’Ambasciata britannica, per sensibilizzare anche l’opinione pubblica italiana. Sono certa che l’impegno dell’Italia durante il proprio semestre di presidenza non sarà da meno.

Per questo abbiamo presentato, lo scorso settembre, una mozione di tutti i Gruppi parlamentari, approvata in Senato (di cui sono stata prima firmataria), affinché lo stupro nei conflitti venga finalmente riconosciuto come crimine di guerra e siano messi in atto provvedimenti necessari a prevenire e reprimere tale forma di violenza. Un impegno su cui il Senato ha dimostrato grande unità.

E’ il momento che il governo si impegni ad agire in modo che i suoi sforzi diano forza a quelli della Nazioni Unite, degli organismi multilaterali e della società civile nell’attuazione di un piano di contrasto già delineato dall’intesa del G8, che indica la violenza sessuale nelle zone di conflitto come crimine di guerra e lancia un programma di contrasto. Altro fattore fondamentale è perseguire una comune strategia europea, rafforzando la capacità dell’Unione di essere incisiva nel condizionare il punto di vista delle regole internazionali, anche in merito ai conflitti ed ai crimini di guerra.

Abbiamo chiesto al governo italiano che si impegni ad agire, a livello nazionale e internazionale, perché si adottino i provvedimenti necessari a prevenire, reprimere e mettere fine allo stupro come arma di guerra.

Alcuni atti secondo me necessari:

Dare vita ad un migliore sistema di giustizia, che non può essere lasciato ai singoli stati, ma implica invece la definizione condivisa di uno specifico reato internazionale: per responsabilizzare i singoli paesi, per garantire risarcimenti alle vittime, per rafforzare le capacità di indagine e sanzionare gli atti criminali, anche con una “polizia giudiziaria” dedicata e una sezione  specializzata all’interno del Tribunale penale internazionale.

Favorire l’inclusione delle donne, sia nelle forze armate che nei gruppi di risoluzione dei conflitti, dove oggi sono meno del 10%.

Le donne nell’esercito o nelle organizzazioni civili che operano per la pace svolgono la funzione di mediatrici interculturali di genere e costituiscono un modello che facilita l’emancipazione delle donne locali e la loro organizzazione, contribuendo anche alla decostruzione degli stereotipi.

Bisogna poi garantire un’adeguata formazione dei militari sulle implicazioni della violenza sessuale durante le guerre e adottare codici di condotta.

Bisogna garantire il pieno svolgimento del mandato del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto e sostenere il lavoro del team di esperti previsto dalla risoluzione 1888 (2009).

Combattere la violenza vuol dire anche rimuovere le barriere che impediscono monitoraggio e reporting: solo un’adeguata documentazione può permettere di individuare e punire i colpevoli e garantire sostegno sanitario, psicosociale, giuridico ed economico alle vittime.

Serve un approccio cooperativo e globale, sia da un punto di vista di applicazione dei principi condivisi in ambito internazionale, sia da quello di attivazione dei finanziamenti necessari, come quelli previsti dall’UE.

È decisivo, anche in questo campo, perseguire una comune strategia europea, rafforzando la capacità dell’Unione di essere incisiva nel condizionare il punto di vista delle regole internazionali, anche in merito ai conflitti e ai crimini di guerra.

È poi importante che intervenga l’Assemblea generale dell’ONU, scartando, negli accordi di pace, ogni ipotesi di amnistia per questi reati.

Occorre invece che tutta la comunità internazionale riconosca lo stupro di guerra come “grave violazione” dell’articolo 27 della Convenzione di Ginevra, unitamente ai crimini di genocidio, ai crimini contro l’umanità e a tutti i crimini di guerra.

 

Non è più tollerabile che al mondo accadano cose come lo stupro di guerra.

La comunità internazionale deve intervenire per irrigidire le norme, punire severamente – in modo esemplare – chi si macchia di violenze simili, far cambiare cultura e mentalità diffuse.

Per secoli lo stupro durante le guerre è stato tacitamente accettato, considerato inevitabile. Non è così, e dobbiamo dirlo in modo sempre più forte e con atti che impegnano le Istituzioni. Dobbiamo dare visibilità ai procedimenti giudiziari e diffondere il messaggio che lo stupro durante i conflitti è un’azione vergognosa, deplorevole, ingiustificabile.

Dobbiamo poi restituire alle donne le condizioni per esprimere la propria forza. Per accedere all’istruzione e al lavoro, per costruire percorsi di vita che permettano loro di unirsi, promuovere i propri diritti, anche durante i conflitti, sapere che ci sono valori, impegni internazionali e armi giuridiche per difendersi.

Lo stupro come arma di guerra non tocca direttamente le nostre vite quotidiane, ma tocca la coscienza e la responsabilità morale di agire che ognuno di noi ha come persona, ancor più se come me svolge compiti di rappresentanza elettiva ed istituzionale.