Oggi pomeriggio sono intervenuta al quinto rapporto annuale Beauty Report sul valore dell’industria cosmetica italiana, organizzato dall’associazione di imprese Cosmetica Italia.

Stare nei cambiamenti, scegliere di internazionalizzare, mettere a valore la filiera lunga, dalla ricerca alla vendita, investire in innovazione, unire nello sviluppo dei prodotti qualità ed etica: questi sono i fattori che rendono la cosmetica un’eccellenza italiana.

 

Ecco tutto quello che ho detto.

Buongiorno a tutte e tutti e grazie per l’invito.

È un piacere per me essere con voi, ad ascoltare il rapporto e a riflettere sul valore dell’industria cosmetica.

È un piacere perché rappresentate una di quelle eccellenze della manifattura italiana che a mio avviso devono essere prese a modello per il rilancio dell’industria e del lavoro, in Italia come in Europa.

Per voi stare nei cambiamenti è un’attitudine strutturale, dovendo accompagnare la costante trasformazione dei canoni e delle percezioni personali e sociali della bellezza.

Una capacità che il settore ha mostrato anche negli anni della crisi e che risulta fondamentale per vincere le sfide della globalizzazione, che oggi chiede consapevolezza e credibilità ad ogni soggetto in campo.

Stare nei cambiamenti, scegliere di internazionalizzare, mettere a valore la filiera lunga, dalla ricerca alla vendita, investire in innovazione, unire nello sviluppo dei prodotti qualità ed etica.

Questo è quello che fate.

E i buoni risultati nell’export dicono che questo viene riconosciuto e premiato, con il +11% del 2013 ultimo dato di una serie ormai stabilmente positiva (2010 +17,2%, 2011 +11,0%, 2012 +7,1%).

Ma sono molti i dati che ben descrivono il vostro valore tra quelli con cui avete presentato questa giornata e che sono nel rapporto.

Un valore di mercato superiore ai 9.500 milioni di euro nel 2013, con +2,6% di produzione, nonostante il calo dei consumi interni.

Terzo sistema economico della cosmetica, con 35.000 addetti diretti e 200.000 con l’indotto, 65% del make-up distribuito nel mondo fabbricato in Italia.

E poi 54% di donne impiegate, 11% di laureati (tra cui quasi la metà donne), 7% di fatturato investito in innovazione e sviluppo (con la media nazionale ferma al 3%).

Voi praticate quel modello di qualità italiana che, come accennavo, ritengo possa essere il modello per rendere credibile una fase nuova di politiche economiche, del lavoro e industriali.

Quel modello di qualità italiana che ha ispirato il ddl che ho presentato a novembre con sostengo bipartisan per lanciare un marchio di qualità volontario per tutelare e sostenere il made in Italy.

Sono convinta del valore e del potenziale del made in Italy: la nostra manifattura è stata e continuerà ad essere il motore del Paese, la nostra garanzia di qualità, l’esperienza produttiva diffusa e condivisa su cui fondare il futuro.

D’altra parte recenti ricerche indicano come si stia rafforzando la tendenza al rientro produttivo in Italia: sempre più aziende che avevano delocalizzato stanno tornando a produrre nei nostri territori, ponendo l’Italia al secondo posto nel mondo in questa classifica, dopo gli USA e prima degli altri paesi europei (dati UniCLUB MoRe Back-reshoring Research Group).

Ci sono ragioni logistiche, certamente, ma anche di forza e riconoscibilità del made in Italy.

E quanto conta la provenienza di un prodotto lo indica chiaramente un’altra ricerca – realizzata da Future Lab: i consumatori non si accontentano della qualità di una sola delle fasi di produzione, apprezzano invece quei prodotti che sanno esprimere in tutta la filiera i valori intrinsechi di un paese, facendo breccia così nell’immaginario globale.

Il made in Italy ha tutto per fare breccia, ma non il sostegno di politiche e scelte condivise che lo valorizzino.

Dobbiamo allora invertire il ciclo culturale, politico ed economico, scegliendo i fattori su cui puntare per lanciare serie e moderne politiche industriali: qualità, innovazione, sostenibilità.

Sono i valori su cui abbiamo fondato tutte le fasi di espansione economica e produttiva, su cui possiamo giocare un ruolo protagonista in Europa e tornare a competere nei mercati globali.

Sono valori che voi conoscete e praticate.

La qualità è il primo asset su cui puntare, sapendo che non possiamo competere nei mercati internazionali su produzioni base, ma solo scegliendo l’eccellenza.

Non siamo un paese di materie prime, ma di trasformazione e manifattura, professionalità operaia, competenza artigiana, coraggio e visione delle piccole imprese, di inventiva e cultura diffusa, consapevolezza dell’importanza del paesaggio e dell’ambiente, attenzione ai dettagli, cura di sé e attenzione al benessere.

Dal cibo alla moda, dalla tecnologia all’innovazione, dalla cultura all’artigianato alla cosmetica: il made in Italy, nelle sue filiere e nelle sue produzioni di qualità, esprime i valori del nostro paese e si gioca le proprie quote di mercato sulla veicolazione di uno stile di vita.

Quando nel mondo qualcuno apprezza o compra prodotti made in Italy sta scegliendo un esempio di qualità produttiva e insieme un esempio di qualità della vita.

Su questa qualità occorre investire in innovazione, rilanciando gli investimenti in ricerca, gli intrecci tra università e imprese nelle filiere produttive e nei distretti, la capacità di uso delle tecnologie.

Per un Paese di grande storia e di valori profondamente radicati nelle esperienze di imprenditori e lavoratori, l’innovazione deve oggi essere un driver del futuro che non possiamo mancare.

Dobbiamo poi scegliere, come ulteriore fattore di sviluppo, la sostenibilità ambientale ed etica.

Significa rispetto del territorio, valorizzazione della bellezza del paesaggio, politiche energetiche innovative, green economy.

E significa legalità, rispetto dei diritti, costruzione di condizioni di lavoro sempre rispettose della vita delle persone che lavorano.

Significa contrastare il lavoro sommerso, il lavoro che non rispetta la sicurezza, battersi contro contraffazione e ogni altra forma di gestione illecita dei mercati, per tutelare la salute di lavoratori e consumatori e l’impegno delle imprese che producono legalmente.

Insomma il made in Italy – ancor più con di fonte l’esempio di una eccellenza come la vostra – può davvero essere il modello di crescita con cui il Paese si presenta in Europa e nel mondo: non è solo una scelta di politica economica, ma un modo per puntare a far crescere il benessere e la qualità della vita italiana per tutte e tutti.

L’industria cosmetica, poi, soddisfa anche un quarto e per certi versi ancor più decisivo fattore.

Ricordavo i dati in precedenza: 54% di donne impiegate lungo la filiera.

Il lavoro delle donne è uno dei maggiori potenziali di crescita e di cambiamento che abbiamo: non solo, secondo stime Ocse e Bankitalia, aumentare il tasso di occupazione femminile permetterebbe una crescita del PIL fino al 7%, ma una maggiore presenza di donne nel mondo del lavoro e dell’impresa permetterebbe di far crescere quei valori – etica, responsabilità, collaborazione – su cui dobbiamo costruire le prospettive di crescita.

E quel 54% di donne in questo settore è un motivo in più per cui sono lieta e onorata di essere intervenuta oggi.

La cosmetica è un fattore di benessere, di socialità, di qualità della vita.

Sono valori sociali, produttivi e identitari.

Sono stili che ci distinguono nello stare al mondo, sono un esempio della bellezza italiana su cui vincere le sfide del futuro.

Grazie.