Oggi sono intervenuta alla prima sessione del seminario estivo di Symbola a Treia.

Ecco quello che ho detto.

Buongiorno a tutte e tutti e grazie a Symbola – ad Ermete e Fabio – dell’invito e dell’occasione di confronto che il rapporto ci fornisce.

 

Sono molto contenta di essere con voi anche quest’anno.

Si sta ormai ampliando sempre più il gruppo di chi guarda al futuro con la convinzione che “fare l’Italia”, come dite nel titolo del seminario, significhi rilanciare quei fattori di competizione che sono iscritti nel nostro dna, che sono fattori naturali di coesione, fattori di identità e di prospettiva.

 

Etica, innovazione, ricerca, sostenibilità, paesaggio, bellezza, comunità: sono parole d’ordine che ispirano una visione di futuro legata al made in Italy, ai nostri talenti, alle eccellenze che fanno grande l’Italia nel mondo, alla qualità che è e deve essere il nostro principale biglietto da visita.

È il panorama culturale, economico e sociale che emerge dal rapporto.

Siamo tutti d’accordo – qui, ciascuna e ciascuno con la propria storia e la propria attuale responsabilità – su questo panorama, su questo capitale, sulle prospettive di competizione che possiamo realizzare.

Dobbiamo però saper rilanciare ancora, trasformare la visione di prospettiva che oggi condividiamo in un racconto che sappia estendersi e ramificarsi, che diventi programma d’azione.

 

Abbiamo l’occasione – ed anche la responsabilità – di provare un’operazione di egemonia nel solco della storia in cui ci troviamo, con riforme e cambiamenti mai così a portata di mano, ma ancora tutto da realizzare.

La spinta energica del governo ha aperto spazi a chi al cambiamento crede davvero, e sfida chi ha idee e valori ben radicati nella nostra identità storica ma proiettati pragmaticamente sulle cose da fare.

 

È il momento di incidere sulla nuova fase, in modo semplice: partendo da chi siamo e da quello che sappiamo fare. Dall’essere e dal produrre made in Italy.

 

Il made in Italy è un racconto di futuro e un programma di lavoro.

Significa puntare su innovazione e ricerca come fattori chiave delle politiche industriali.

Significa considerare l’ambiente come condizione di sviluppo, in una visione in cui diventa green tutta l’economia.

Significa lavorare su un incrocio mirabile di manifattura e intelligenza culturale e creativa.

Significa valorizzare paesaggio, tipicità e tradizioni come fonti di competitività e di attrazione turistica ed economica.

Significa garantire i diritti – quei diritti che le nostra Costituzione ci impegna a rendere esperienza quotidiana – a cittadine e cittadini, lavoratrici e lavoratori, consumatrici e consumatori.

Significa scegliere la qualità.

Significa fare della qualità italiana il fattore cardine del nostro rilancio: qualità produttiva e qualità della vita.

 

È già questo che oggi nel mondo pensano di noi. I successi del made in Italy, delle eccellenze, delle tante piccole imprese, delle filiere come quelle di territori come le Marche, derivano proprio dal riconoscimento, da parte di osservatori e consumatori di ogni parte del mondo,  della qualità dei nostri prodotti, e della capacità che essi hanno di raccontare il nostro paese, la nostra bellezza e il nostro stile di vita.

Perché il paradosso è che l’Italia nel mondo, se osserviamo quello che accade al made in Italy, ha conservato e accresce una reputazione e un’immaginario che invece noi, stretti nelle difficoltà economiche e sociali del Paese, facciamo fatica a riconoscere.

 

E così il brand italiano è diventato quinto al mondo – secondo i dati di Future Lab – nelle valutazioni dei consumatori globali.

Perché a differenza dei nostri competitor noi non sosteniamo, non valorizziamo, non prendiamo a modello il made in Italy.

 

Abbiamo faticato troppo, come insieme del sistema istituzionale e di governo, a riconoscere come la competizione si gioca oggi, nei mercati globali, proprio sulla reputazione, sulla credibilità, sulla qualità come fattore reale, complesso, vincente.

Ma meglio di me lo raccontano le esperienze di tutte quelle imprese e produzioni che hanno continuato a crescere anche durante la crisi, grazie alla capacità di stare nei cambiamenti e nei mercati internazionali puntando proprio sui valori e sulla qualità del made in Italy.

 

Guardare al paese reale ci indica la strada.

E ci fa scoprire come si stia rafforzando la tendenza al rientro produttivo in Italia: sempre più aziende che avevano delocalizzato stanno tornando a produrre nei nostri territori, ponendo l’Italia al secondo posto nel mondo in questa classifica, dopo gli USA e prima degli altri paesi europei (dati UniCLUB MoRe Back-reshoring Research Group).

Ci sono ragioni logistiche, certamente, ma anche di forza e riconoscibilità del made in Italy.

La ricerca di Future Lab che citavo indica come i consumatori non si accontentano di una sola delle fasi di produzione, apprezzano invece quei prodotti che sanno esprimere in tutta la filiera i valori intrinsechi di un paese.

Per questo dentro le proposte d’azione che devono realizzare il modello di crescita che emerge dal nostro dibattito deve trovare spazio centrale la battaglia per la tracciabilità e contro la contraffazione, parte integrante di una politica di apertura dei mercati che interpreta la globalizzazione come processo di straordinarie opportunità quando basato su regole, reciprocità, trasparenza, certificazione obbligatoria dei prodotti.

 

Sono talmente convinta di questo che ne ho fatto, come alcuni di voi sanno, uno dei punti principali del mio impegno in Senato, con la proposta di legge per l’istituzione di un marchio volontario a tutela e valorizzazione della qualità italiana.

Il marchio è uno strumento giuridico, ma anche simbolico e narrativo.

Deve garantire la qualità del prodotto e deve raccontare l’Italia.

 

Quella nuova Italia che torna a sentirsi comunità coesa, raccoglie le energie e i talenti di tutte e tutti e si riscopre protagonista.

Quella nuova Italia che torna a “fare l’Italia” e a guardare con coraggio e ottimismo le sfide del mondo globale.

 

È chiaro in questo senso, che per “fare l’Italia” non si può immaginare di isolarsi.

“Coesione è competizione” vale in primo luogo nell’appartenenza all’Europa.

Con le elezioni del 25 maggio ci siamo scoperti – a sorpresa rispetto al clima che si respirava, ma in modo coerente con la nostra storia – uno dei paesi più europeisti dell’Unione.

Questo deve essere il punto di partenza: più Europa, ma un’Europa nuova.

 

Ho trovato molto ben centrati, in questo senso, gli elementi strategici del documento che il governo italiano ha consegnato lunedì al presidente Van Rompuy come contributo per il vertice dei Capi di Stato e di Governo che si  svolgerà il 26 e 27 giugno a Bruxelles.

Un profondo cambiamento nell’agenda politica ed economica europea, una strategia forte per rilanciare crescita e lavoro, riforme strutturali nei paesi membri e un presidente della Commissione audace e innovativo, capace di esigere il rispetto delle regole europee ma essere anche in grado di pensare fuori dagli schemi.

È una traccia ambiziosa e positiva di lavoro.

 

Ma dobbiamo osare ancora di più, proprio nell’ottica di quell’idea di piena collaborazione competitiva.

Io credo che dobbiamo avere il coraggio di lanciare davvero un dibattito sugli Stati Uniti d’Europa. Su una maggiore cessione di sovranità e una maggiore unità politica e sociale dell’Unione.

 

Stati Uniti d’Europa per stare nel mondo globale forti un modello di sviluppo sostenibile comune e con la possibilità di esercitare un’influenza geopolitica su regole e processi democratici ed economici.

Stati Uniti d’Europa per sentirci cittadine e cittadini di una comunità di stati che persegue uguaglianza, condivide valori e diritti, fa esperienza più egualitaria del benessere.

Stati Uniti d’Europa per definire standard comunitari di welfare, protezione sociale e politiche attive, che rendano vivi quei valori universali – diritti umani e libertà fondamentali – scelti a Lisbona come la nostra profonda identità.

Stati uniti d’Europa per rilanciare la competitività dell’industria e la qualità della manifattura europea, con investimenti per il lavoro e infrastrutturali, politiche di coesione e scelte energetiche.

Stati uniti d’Europa per rafforzare anche l’Unione monetaria, superando la competizione interna e producendo una maggiore stabilità di tutta l’Eurozona, con strumenti anticrisi e di solidarietà interna.

Stati uniti d’Europa come spazio dentro il quale far crescere quel modello di qualità produttiva e quel racconto del paese che è rappresentato dal made in Italy.

 

Come cerchi concentrici i livelli di coesione su cui lavorare attraversano confini, comunità, filiere.

La ricerca della qualità – con tutto quello che implica e comporta – deve essere il motore di un nuovo spirito di collaborazione, di condivisione, di sfida collettiva.

 

Una sfida complessa, ambiziosa e affascinante, con un forte carico simbolico e uno straordinario potenziale in termini di risultati concreti per il futuro di tutte e tutti.

 

Grazie.