Caro Massimo Gramellini,
come prima firmataria del disegno di legge sull’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici di scuola e università, sento di dover precisare due o tre punti, da Lei sollevati nel suo “Buongiorno” di oggi, che mi stanno a cuore.
Il disegno di legge, che è stato sottoscritto in modo trasversale da quasi tutti i partiti, e non solo dal PD, non prevede semplicemente l’abolizione dai libri di testo delle “immagini di bambine che cucinano e cullano bambole, nella beata convinzione che siano quegli stereotipi ad alimentare il maschilismo della società e le violenze contro le donne”. Si tratta di qualcosa di più coraggioso, e cioè intervenire, con metodo e competenze interdisciplinari, sulla rappresentazione dell’identità di genere che pervade i modelli educativi dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. Questo primo punto non riguarda la scarsa consapevolezza del ruolo della donna, ma una ben peggiore mancanza di una cultura della reciprocità e del rispetto, che sono alla base di quella educazione sentimentale di cui Lei lamenta l’assenza dal discorso pubblico. Può essere, l’educazione sentimentale, una disciplina scolastica? Può essere insegnato, il sentimento dell’amore, come materia di studio? Magari in un’ora al mese, o a settimana, da includere nei programmi scolastici tra una lezione di storia e una di matematica? Io non credo. Ciò che invece può e deve essere fatto, e anche con una certa urgenza, visto il permanere di una cultura dominante fortemente patriarcale nelle società che, come la nostra, registrano i più alti numeri di violenze e discriminazioni verso le donne, è dare agli uomini e alle donne di domani gli strumenti per costruire una conoscenza e una visione più complessa e completa, e dunque meno stereotipata e preconfezionata, del rapporto con l’altro.
Lei stesso afferma che “l’amore è più forte del senso di sconfitta che ti infligge un rifiuto o un abbandono”: pensa possa coesistere, questo amore, con la totale mancanza di una prospettiva di genere, che è causa del senso del possesso e delle frustrazioni da cui muove l’odio degli uomini verso le donne? No. L’amore, o si fonda sulla consapevolezza che l’altra persona sia un proprio pari, o non è amore. Laddove manca un’educazione che valorizzi le differenze e la parità, non c’è posto per quella educazione sentimentale di cui Lei parla. E dove non si compie un reale e competente intervento che coinvolga tutto l’impianto generale delle attività e dei materiali didattici, come il nostro disegno di legge prevede, non ci sarà mai posto per una immagine della donna priva degli stereotipi che da secoli la dipingono come persona inferiore, o comunque ai margini della storia, e certamente sempre disponibile sessualmente e affettivamente.
Questo è un secondo punto su cui è indispensabile riflettere: sono felice che sul tema si possa aprire un vero dibattito che non rimanga confinato alla conta delle vittime di femminicidio da fare nelle ricorrenze del 25 novembre o nelle feste dell’8 marzo. Il nostro è un disegno di legge, e in quanto tale potrà essere migliorato e ampliato nella sua proposta di intervento. La politica deve scegliere, deve agire per ciò che può, e credo debba farlo coerentemente con quei valori e princìpi che hanno ispirato la nostra Costituzione e il più avanzato diritto internazionale nella rimozione degli ostacoli che limitano la libertà di scelta delle persone. Le politiche europee hanno predisposto, in campo educativo e scolastico, strumenti di sensibilizzazione e contrasto agli stereotipi sessisti, e lo hanno fatto da tempo, con il Quarto Programma di azione 1996-2000, con l’obiettivo stategico B4, con la Risoluzione del Parlamento europeo 2012/2116 (INI), nonché con la Convenzione di Istanbul, che proprio nella prevenzione delle violenze e delle discriminazioni riconosce un ruolo fondamentale alla scuola. In questo contesto, particolare importanza va riconosciuta al Codice Polite, per le pari opportunità nei libri di testo, promosso dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri tra il 1999 e il 2001, che conteneva un esplicito riferimento al bisogno di garantire che i nuovi libri di testo e i materiali didattici fossero realizzati in modo da favorire lo sviluppo dell’identità di genere e da rimuovere gli stereotipi presenti negli strumenti di formazione.
Non si tratta, dunque, di una battaglia ideologica ma, al contrario, di rimuovere dai materiali didattici e dai libri di testo gli stereotipi, perché una formazione fondata sulla riproduzione dei luoghi comuni, fa parte di quella maleducazione sentimentale prima ricordata. Ecco un terzo elemento, su cui il disegno di legge dovrebbe a mio parere contribuire a intervenire: la libertà, per uomini e donne di domani, di costruire quotidianamente la propria identità. Perché di bambole e bambocci, i nostri ragazzi e le nostre ragazze, ne hanno avuti fin troppi.