Oggi ho aperto i lavori degli stati generali delle Donne. Questo il mio intervento.

La politica sarà un luogo per tutti

Care amiche, cari amici,
sappiamo che in Italia il genere di appartenenza condiziona le opportunità economiche e di carriera, e conosciamo tutte la mancanza di condivisione delle responsabilità pubbliche tra uomini e donne. L’Italia è terz’ultima in Europa per tassi di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni. Peggio di noi solo Malta e la Grecia. Eppure le donne sono coloro che da tempo, nelle nostre università, si laureano di più e meglio. Uno dei tanti indicatori, questo, di una discrasia tra paese reale e cultura politica non più tollerabile, che è anche tra le principali cause del bassissimo tasso di natalità nel nostro paese. La maternità è vissuta nel mondo del lavoro ancora come un rischio, e questo è un problema culturale da attribuire a chi fa impresa, visto che siamo ancora il paese delle dimissioni in bianco, ma soprattutto un problema politico che chiama in causa la mancanza di vere e proprie politiche di welfare. È solo con la piena partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale, che in un paese civile e democratico possono diventare realtà nuovi modelli economici a misura di tutti, dove il lavoro possa essere vissuto dalle donne come elemento della propria identità, pienamente conciliabile con la vita familiare e con la maternità.
Credo che nella politica italiana sia in corso un cambiamento inarrestabile, che non è caduto dall’alto, né è un destino scritto, perché dipende da noi, da ciascuno di noi, con il proprio ruolo e le proprie responsabilità.
È vero, che la parità di genere non sembra ancora essere entrata a far parte, pienamente, della cultura politica della nostra classe dirigente. Ad esempio, abbiamo ancora leggi regionali prive della doppia preferenza di genere, come in Calabria, dove una sola donna è stata eletta nelle ultime consultazioni; diversamente, in alcune regioni abbiamo ottime leggi elettorali in cui non sono ammissibili le liste che non rispettano la parità di genere, e dove è prevista la doppia preferenza di genere, come, ad esempio, in Emilia Romagna. Sono diseguaglianze che rendono conto di diverse culture politiche, diseguaglianze che fanno molto male al legame indissolubile tra cittadini e istituzioni: una democrazia, per essere rappresentativa, deve avere vocazione paritaria, altrimenti non lo è.

Abbiamo conosciuto, negli ultimi anni, un considerevole aumento delle donne tra gli eletti sia nel Parlamento italiano che in quello europeo. Ma attenzione, perché a questo cambiamento hanno contribuito, in gran parte, solamente il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, segno di quanto non sia ancora trasversalmente diffusa una vera cultura della rappresentanza paritaria.
Dopo l’approvazione della Convenzione di Istanbul, straordinaria piattaforma di trasformazione sociale divenuta legge dal primo agosto di quest’anno, l’Italia ha cominciato, tramite il primo decreto di attuazione realizzato, un percorso di contrasto al femminicidio, ma quello doveva essere l’inizio di un percorso senza precedenti per costruire gli strumenti di attuazione della Convenzione, invece credo si sia trascurato il profondo cambiamento di prospettive che essa ci offre, laddove spinge ad operare innanzitutto sulla prevenzione.
Dalla legge elettorale europea, e dalla legge Del Rio, che ha introdotto il principio della rappresentanza di genere per la composizione delle giunte nei comuni con più di 3000 abitanti, tutte le istituzioni hanno cominciato a valutare normative per contrastare le discriminazioni nei confronti delle donne.
Abbiamo anche ottenuto, con la riforma del Senato, la norma secondo la quale “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. E un altro segnale positivo sono le scelte politiche che investiranno la nuova legge elettorale, perché l’impegno, da parte di tutti i partiti che stanno partecipando alla costruzione dell’Italicum, a garantire la rappresentanza di genere, è un fatto che merita di essere considerato con molta attenzione: l’esistenza di una norma antidiscriminatoria, che muova la rappresentanza nel nostro paese verso una democrazia paritaria, è un miglioramento che coinvolge tutti i livelli di partecipazione esercitati nelle nostre istituzioni.
I risultati ottenuti finora sono frutto di faticose battaglie condotte da donne e uomini amici delle donne nelle istituzioni e nei movimenti, a livello locale, nazionale, europeo. Rimangono ora delle priorità aperte da realizzare. Il ruolo del Parlamento è fondamentale per pianificare e monitorare gli interventi legislativi con norme giuste, aggiornate ed efficaci. Dal primo agosto di quest’anno, principi e norme contenuti nella Convenzione di Istanbul sono divenuti obbligo, eppure manca ancora un serio monitoraggio della loro applicazione, perché manca una pratica politica, nel nostro Paese, che sappia costruire un metodo di lavoro realmente in linea con quanto la Convenzione stabilisce; dunque deve diventare legge una commissione bicamerale che relazioni in Parlamento, ogni anno, lo stato di attuazione della stessa. La realizzazione di una commissione di questo tipo richiederebbe una settimana di tempo, non di più. Dobbiamo introdurre, nella nostra politica, il metodo del monitoraggio delle leggi che si adottano. Anche perché questo significa fare leggi che poi si applicano davvero. Inoltre va realizzato un osservatorio di genere presso la presidenza del Consiglio che valuti ex ante l’impatto che le leggi hanno sulla reale vita delle donne: basta con la “neutralità” nelle scelte, è necessario conoscere l’impatto sui generi per superare le discriminazioni e le diseguaglianze.
Infine, per creare una società con pari opportunità, occorre il contributo del mondo della scuola, della famiglia, del lavoro, dei media: la politica ha bisogno di fondare le proprie radici in una solida cultura della parità, del riconoscimento delle differenze, della non discriminazione: è dovere della politica creare le condizioni per una cittadinanza piena, a misura di donna e di uomo.
Non è più concepibile l’idea di un progetto politico che non abbia come punto di riferimento la Convenzione di Istanbul, per intervenire, davvero, sulla prevenzione delle violenze e delle discriminazioni verso le donne. Come prima firmataria del disegno di legge, al Senato, sull’educazione di genere, e della prospettiva di genere, nelle attività e nei materiali didattici di scuola e università, sento di dover ricordare che l’impegno di noi donne nel costruire una società che sia a misura di donna, coincide con scelte politiche seriamente intenzionate ad esercitare una piena cittadinanza per tutti. Un disegno di legge, firmato da più partiti, che è stato depositato in Senato proprio in concomitanza con l’annuale Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con l’obiettivo di intervenire, con metodo e competenze interdisciplinari, sulla rappresentazione dell’identità di genere che pervade i modelli educativi dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze.
La sfida del presente è questa: gestire il potere, le conoscenze, le competenze, le responsabilità, di ciascuna di noi, investendo direttamente sul cambiamento della cultura politica con la quale viene governato il nostro paese. Solo con questo percorso, il futuro dell’agenda politica italiana sarà pienamente orientato alle politiche di mainstreaming di genere. Il contributo delle donne si sta rivelando fondamentale per costruire una qualità nelle scelte che la politica italiana è chiamata a esercitare.
Alle conquiste del passato, stiamo legando quelle del presente, per costruire gli strumenti di buon governo della nostra comunità di destini. Occorrono il coraggio, la passione, l’impegno etico e la responsabilità, perché dovremo essere all’altezza delle nostre grandi ragioni.