Forse nessuno è stato capace di esprimere in pochissime parole, meglio di Albert Einstein, un concetto così complesso come quello del cambiamento, quando lo scienziato ricordava che non possiamo pensare di risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato. Nella storia della Repubblica, il sindacato non è stato soltanto uno strumento di affermazione dei diritti dei lavoratori, ma anche uno degli attori più importanti nella costruzione dei linguaggi e dei valori della nostra democrazia.
Per questo, da dirigente sindacale, mi battevo per una Cgil adeguata ai tempi del cambiamento, del mondo globale, della società complessa. E per questo, trovare nell’attuale vocabolario sindacale, come si sente da più parti, la reminiscenza del logoro concetto di “traditori”, riferito a politici che da ex sindacalisti tradirebbero le aspettative dei lavoratori, votando a favore del Jobs Act, colpisce forte al cuore per la sconfortante degenerazione dei linguaggi adottati per esprimere pareri e prese di posizione, legittime e differenti per ciascuno.
Alla dialettica democratica, quella che costruisce confronti di merito e sintesi politiche, serve molto di più, a cominciare dalle scelte chiare e pragmatiche di cui deve rispondere una classe dirigente, in un paese civile alle prese, tra l’altro, con una forte crisi della rappresentanza sia politica che dei corpi intermedi. Assistiamo, invece, a un cieco scontro tra codici comunicativi che privilegiano le retoriche dei toni aspri, torti a prescindere che messi insieme non fanno una sola ragione.
Chi ha votato a favore del Jobs Act, la legge delega per la riforma del mercato del lavoro, lo ha fatto per vari motivi e valutando, come sempre avviene in ogni attività parlamentare – ma non solo, vale anche nella pratica negoziale del sindacato – il compromesso che si realizza fra le ragioni ispiratrici di un provvedimento e i risultati che il confronto nelle aule concretamente produce, anche in conseguenza del proprio lavoro di parlamentare. Sembra, per questo, per lo meno un azzardo da saltimbanco liquidare queste ragioni con le giustificazioni del “tradimento”. La coerenza, tra chi viene dai sindacati e oggi condivide la riforma del lavoro, sta proprio tutta in quei punti fondamentali che ne caratterizzano l’impianto generale e le modifiche prodotte in parlamento di cui abbiamo puntigliosamente parlato in queste settimane.
Non credo sia il caso di chiamare in causa le storie, e i padri e le madri del sindacalismo confederale italiano, per ricordare quanto vi sia di limitato in un sindacato che miri a resistere alle trasformazioni in corso, perdendo così la sfida del governo del cambiamento. Dico questo perché, a rileggere oggi quelle storie, che ancoravano il sindacato alla cultura del riformismo, sembra che i linguaggi di oggi siano, in confronto, la pagina strappata di un dizionario non nostro.
Detto questo, è profondamente sbagliato identificare, oggi, i nostri sindacati con il conservatorismo, perché anche quella è una semplice etichetta appiccicata ad una realtà assai complessa e, in quanto tale, denota non solo una mancanza di rispetto e di visione democratica e propositiva di una sinistra moderna, ma dopotutto non è detto che produca lo stimolo che ci vorrebbe, per indirizzare il sindacato – come io penso – verso un nuovo modello di rappresentanza più vicino a quello tedesco, partecipazione compresa. Ma in generale, avendo sempre sottolineato l’importanza del fare politica tramite il dialogo con le parti sociali, vedere un governo che non riesce a coltivare un serio confronto con chi rappresenta i lavoratori, mi preoccupa non poco.
Per questo auspico un nuovo inizio nei rapporti governo-sindacati – nelle forme e nei modi da concordare – in linea con i tempi e le mutate condizioni di oggi rispetto al passato, più o meno recente, dell’economia, della produzione, della società, e con la velocità con la quale si producono concretamente i cambiamenti e, per ciò stesso, senza alcuna nostalgia per pratiche – la concertazione – di un’epoca che non è più assolutamente riproducibile. E questo nuovo inizio deve necessariamente accompagnarsi ad una maggiore capacità, da parte di tutti, nel saper usare toni adeguati e nel saper scegliere linguaggi che rispettino tutte le persone, la loro storia, i loro ruoli, le diverse responsabilità.
Il verbo “tradire”, dall’origine etimologica notoriamente legata alla consegna di qualcosa a nemici ed avversari, sarebbe il caso di accantonarlo, almeno per fare spazio alle parole di cui necessita, veramente, il futuro del nostro paese. Perché ad essere in gioco non sono “fedi” da difendere, ma la credibilità di chi, i lavoratori e le lavoratrici, è chiamato a rappresentarli, sia sul versante sociale che su quello della rappresentanza politica, come il Partito democratico, e l’autorevolezza di chi, in quanto governo, deve sapere trovare le risposte più giuste per cambiare davvero il Paese.

Visualizza l’articolo online