Oggi sono intervenuta in aula al Senato nel dibattito che ha seguito le dichiarazioni del presidente Renzi. Questo il resoconto stenografico del mio intervento

Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, intanto la voglio ringraziare perché non considero così usuale iniziare il dibattito sull’incontro europeo che si terrà nei prossimi giorni, citando il tragico episodio avvenuto questa mattina in Pakistan, accompagnato purtroppo dall’altro tragico episodio, anche se magari non delle stesse dimensioni, avvenuto ieri in Australia.
Con ciò si vuole segnalare un primo passaggio, per un rilancio politico e di cultura politica ideale, che a mio avviso è importante, ovvero che l’Europa ci serve come dimensione per stare nel mondo globale e che la politica estera – la più unitaria e forte possibile – ci serve esattamente per contrastare le violazioni dei diritti umani e il terrorismo.
Questo passaggio mi ha colpita: anche se può sembrare una cosa scontata, questo è un primo passaggio dell’anima di ciascuno di noi, perché nel 2014 non possiamo più immaginare di non avere un collegamento e un’interdipendenza.
Siamo interdipendenti da tutti i punti di vista, e la nostra cultura, la storia dell’Europa e il rispetto dei diritti umani e della pace – per cui ritengo che tutti e tutte operiamo in quest’Aula – devono portare a riconoscere l’importanza di questo aspetto. Non è dunque una scelta scontata e questo tema sarebbe potuto restare fuori dall’intervento del Presidente del Consiglio, in apertura del dibattito. Apprezzo dunque tale scelta, proprio perché credo sia collegata alla dimensione europea.
C’è una seconda riflessione che voglio proporre e che è contenuta anche nelle comunicazioni rese dal Presidente del Consiglio.
Mi rivolgo in particolare al senatore Malan, che intervenendo appena prima di me ha criticato molto il piano Juncker: avevo capito, senatore Malan, che lei facesse parte di quello stesso schieramento politico. Lo dico perché, francamente, dovremmo essere reciprocamente impegnati, almeno come Paese, fuori dalle nostre frontiere, a determinare quello che, insieme, riteniamo essere fondamentale per l’Europa. Faccio questa riflessione, non per astratta polemica, ma perché sono convinta di un passaggio di cui non c’è ancora grande consapevolezza, nemmeno nel nostro Paese. Forse – anzi, sicuramente – in questa Assemblea questa consapevolezza c’è, ma non c’è complessivamente nel Paese.
Guardate che quello che si sta giocando come scontro politico in Europa, tra una Europa dei conti e dei parametri che è rimasta la stessa e continua a voler rimanere tale e non essere Europa della crescita e del lavoro, esiste e non è scomparso.
Allo stesso modo, con le ultime elezioni europee, si è affacciata un’altra parte di Europa significativa, per fortuna non maggioritaria nei diversi Paesi, che in realtà pensa che di fronte ai problemi che ha creato l’Europa del solo rigore, si possano affrontare i temi della crescita e del lavoro disfacendosi dell’Europa stessa.
In questo senso il nostro Paese – a partire dalle elezioni del 25 maggio di quest’anno, che hanno dato un pezzo di forza in più al Partito Democratico all’interno del Partito socialista europeo – pone il tema della crescita, del lavoro e dell’occupazione.
Una semplice riflessione, che ho fatto anche negli anni precedenti e che voglio fare con voi in questa sede, è la seguente: se lo scontro in Europa è questo, che ciascuno di noi con le sue diverse sfumature afferma, la prima cosa di cui dare atto a questo Governo è oggettivamente il fatto che ha preso parte con determinazione al percorso più difficile di costruzione della nuova Commissione europea. Se avremo alle spalle, come avremmo dovuto avere nei mesi scorsi, tutto il Paese unito su questo, avremo più forza a determinare e a far realizzare esattamente quel cambiamento. È l’interesse del Paese che viene prima del singolo interesse di parte.
Su questo penso sia importante intanto affermare che quella europea è, per le politiche economiche e sociali, la dimensione su cui misurarsi. Il sistema Paese diventa più forte e più autorevole, se si presenta unito su questi terreni. In casa nostra possiamo fare tutte le differenze politiche – ci mancherebbe altro – e combattere tutte le battaglie politiche, sane e legittime.
Io penso che il Governo abbia portato a casa questo risultato.
Il Presidente del Consiglio dice che ci sono solo parole. Mi permetto di dire, Presidente, conoscendo la dimensione europea da un altro versante grazie alla mia precedente esperienza, quanto segue:
il fatto che Juncker abbia valutato di assumere il tema degli investimenti fuori dal patto di stabilità – certo sotto la pressione della sua elezione determinata dai numeri del Parlamento europeo- su quei driver che sottolineano la crescita per l’occupazione di tipo qualitativo e quindi sostenibile, penso sia un fatto politico importante su cui soffermarsi e portare a casa un risultato. Ovviamente non fermarsi e andare avanti: è come – se posso permettermi – quando in Europa qualche volta ci dicevano, mentre sostenevamo queste cose, che non eravamo credibili perché in qualche modo non avevamo tutto il Paese dietro di noi.
Al contrario, questo dobbiamo saper affermare con grande forza, perché si tratta di un pezzo dell’autorevolezza e della reputazione che ha un Paese all’interno di questa dimensione.
Due ultime riflessioni desidero svolgere, Presidente.
Anche qui – come lei dice giustamente – faremo l’ultima valutazione in merito ai sei mesi.
Stiamo parlando di sei mesi di una Presidenza e non di cinque anni di una responsabilità politica dell’Europa. Quando si parla, bisogna sapere di che cosa si parla. Allora, di questi sei mesi discuteremo (e vedremo anche come va il Consiglio del 17) il 13 gennaio, quando ci rivedremo su questo terreno.
Voglio sottolineare un altro punto. Alcune cose sono state raggiunte. Ce ne sono altre, Presidente, importanti, legate agli obiettivi già dichiarati anche all’interno del piano di investimenti che sono rimaste aperte, sulle quali dovremo lavorare anche dopo il semestre europeo, perché non finirà la nostra capacità di stare in Europa. Anzi, ci dobbiamo stare di più e cito due aspetti che reputo collegati alla qualità degli investimenti e alla creazione effettiva di lavoro.
Uno riguarda – veniva ricordato da altri in altro modo, io lo cito per come lo conosco – le nuove politiche di investimento, che creano sostenibilità, e competitività sostenibile, a tutto il sistema europeo, che creano lavoro credibile e di futuro: esse hanno bisogno anche che noi teniamo aperto il fronte delle regole reciproche per il commercio internazionale. Non si può continuare a chiedere al manifatturiero e all’industria di investire sull’innovazione e sulla ricerca che crea lavoro e poi non avere pari condizioni nella competizione globale. Guardate, questo è un tema di democrazia e di collegamento.
Il secondo ed ultimo elemento riguarda tutto ciò che di importantissimo in questa fase si sta facendo sul rapporto e sul nuovo accordo di libero scambio tra l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Signor Presidente, questo è un tema delicatissimo, lo sappiamo; è un tema che contiene terreni molto difficili e contraddizioni. In questo senso, io penso che richieda una seria attenzione; riguarda tutta l’Europa e i suoi principi fondamentali, ma riguarda ovviamente in particolare i Paesi produttori di qualità, che vogliono stare nel mondo con pari regole: non vogliono protezione, ma ripeto vogliono pari regole. Anche questo è un elemento fondamentale.
Infine, signor Presidente del Consiglio, vada avanti con il suo lavoro come ha fatto con determinazione fino ad oggi, perché è solo chi crede nell’Europa che può cambiare e rilanciare questa Europa.

(dal resoconto stenografico)