Oggi sono stata ad Arezzo, per presentare il mio DDL dedicato all’educazione di Genere e parlare di come la promozione delle pari opportunità nell’intero percorso scolastico sia un elemento ineludibile.

Il raggiungimento della parità e il superamento delle discriminazioni sessuali, nonché delle varie forme di violenza di cui le donne e le ragazze sono vittime, è in primo luogo da costruirsi attraverso un cambiamento culturale, che punti a sradicare stereotipi e rappresentazioni statiche della realtà. Questo sono infatti gli stereotipi: immagini mentali con cui rappresentiamo la realtà.

Sono semplificazioni rigide che usiamo come “scorciatoie” rispetto alla complessità del mondo. Sono costruzioni sociali che si radicano poco a poco, fino a divenire idee stabili che si tramandano tra generazioni, nelle famiglie, nelle scuole.

I ruoli, le abitudini, le tradizioni incidono sulle rappresentazioni sociali, spesso cristallizzandole in stereotipi.

Le rappresentazioni sociali possono esprimersi come opinioni, atteggiamenti o appunto stereotipi. E possono essere usate per una funzione di controllo. L’uso degli stereotipi di genere produce una rappresentazione rigida e distorta della realtà, che si basa su ciò che ci aspettiamo dalle donne e dagli uomini. Sono aspettative consolidate, che non vengono messe in discussione perché apparentemente fondate su differenze biologiche tra uomini o donne.

In Italia in particolare c’è forte resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere pur nel riconoscimento della differenza di genere, anche nella famiglia.

E non è un caso se è proprio nei modelli di famiglia, in concezioni del rapporto di coppia fondati sulla gerarchia, in un’idea dell’amore come possesso che si nascondono – spesso subdolamente – le ragioni culturali che portano alle violenze verso le donne, spesso proprio verso le donne “amate”.

Ti amo più della mia vita! Ti amo più della tua vita – questo è falso amore -: e quindi o sei mia o ti uccido!

Se così è, ed io ne sono convinta, non possiamo che partire dalla scuola.

L’intervento educativo è l’unico strumento che abbiamo per restituire alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza.

Educazione ai media, ai linguaggi, alle identità e differenze sessuali, al rispetto della parità e della differenza di genere, al superamento degli stereotipi sessisti.

La scuola è l’unica possibilità che abbiamo per cambiare la mentalità delle cittadine e dei cittadini di domani, perché come gli stereotipi la scuola agisce nel lungo periodo ed influenza identità e relazioni delle persone e tra i sessi.

L’educazione, ancor più se attenta a superare stereotipi e ad usare un linguaggio rispettoso di identità e differenze, è il mezzo più potente per cambiare il mondo e per produrre una società più giusta e con meno violenza.

Andando quindi al punto oggetto del nostro incontro, quello che il mio DDL chiede è di includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado “i temi dell’uguaglianza, delle pari opportunità, della piena cittadinanza delle persone, delle differenze di genere, dei ruoli non stereotipati, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, della violenza contro le donne basata sul genere e del diritto all’integrità personali”,  implementando anche lo spazio al contributo specifico delle donne nelle varie discipline: la storia dell’umanità è piena di scienziate, letterate, matematiche, artiste che molte e molti di noi non conoscono ed il cui contributo non è meno rilevante dei tanti uomini che affollano i nostri libri di testo.

Nel mio DDL propongo che l’educazione allo sguardo di genere permei tutto l’insegnamento scolastico, dalle elementari all’Università. L’educazione al rispetto di chi è differente da me non credo infatti possa essere materia d’insegnamento, quanto piuttosto uno sguardo complessivo, trasversale alle discipline.

Bisogna decostruire in modo critico le forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate, stimolando al contempo l’auto-apprendimento della e nella complessità.

Tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento nella scuola italiana è, io credo, indifferibile, porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti. Il che risponde altresì all’esigenza di dare puntuale attuazione ai princìpi costituzionali di pari dignità e non discriminazione di cui agli articoli 3, 4, 29, 37 e 51 della Costituzione.

Questo è anche il senso delle politiche europee in materia.

Per contrastare la violenza e gli stereotipi di genere, il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione del 12 marzo 2013 sull’eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione europea. Un testo molto importante, perché indica azioni concrete da intraprendere nei mezzi di informazione e nella cultura, nell’istruzione e nella formazione, nel mercato del lavoro, nel processo decisionale economico e politico.

Nella parte riguardante la formazione è stata anzitutto affermata la rilevanza dei programmi scolastici nel perpetuare discriminazioni di genere laddove non correttamente orientati al superamento di stereotipi sessisti. Agli Stati membri è stato perciò richiesto di valutare programmi di studi e contenuto dei libri di testo nell’ottica di una riforma complessiva che conduca all’integrazione delle questioni di genere, quale tematica trasversale, in tutti i materiali didattici, sia in termini di eliminazione degli stereotipi di genere, sia in termini di maggiore visibilità del contributo e del ruolo delle donne nella storia, nella letteratura o nell’arte, anche nei primi livelli dell’istruzione. Gli Stati membri sono stati altresì sollecitati a predisporre specifici corsi di orientamento, nelle scuole primarie e secondarie e negli istituti di istruzione superiore, finalizzati a informare i giovani in merito alle conseguenze negative degli stereotipi di genere, nonché a incoraggiarli a intraprendere percorsi di studi e professionali superando visioni tradizionali che tendano a individuarli come tipicamente «maschili» o «femminili».

Inoltre, con la ratifica della Convenzione di Istanbul anche il Parlamento italiano si è impegnato a realizzare misure concrete per contrastare e superare la violenza sulle donne, agendo non solo sui centri antiviolenza ma anche su un generale cambiamento culturale. In particolare, l’articolo 12, inerente agli obblighi generali, parte del capitolo III sulla Prevenzione, definisce gli obblighi degli Stati al fine di pervenire al definitivo superamento degli stereotipi di genere, obblighi specificati negli articoli successivi: “Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini“. Mentre l’articolo 14, a proposito di Educazione, afferma che “le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi“.

E’ importante qui sottolineare che quasi tutti i paesi europei hanno predisposto in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione e di lotta contro gli stereotipi.

Quello dell’Europa è un percorso attivo da anni: già con il Quarto Programma d’azione (1996-2000) la politica europea delle pari opportunità si era integrata in tutti i settori e nelle azioni dell’Unione e degli Stati membri, ivi compresa l’azione educativa che si svolge nella scuola, pur nel rispetto delle peculiarità e tradizioni dei singoli Stati membri.

Ricordiamo che questo IV Programma è il primo scritto in una logica di mainstreaming e non solo della parità. Il gender mainstreaming è un concetto rivoluzionario perché, oltre a portare la dimensione di genere in tutte le politiche comunitarie, richiede l’adozione di una prospettiva di genere da parte di tutti gli attori del processo politico anche di quelli che non hanno esperienza o interesse nell’ambito delle “questioni di genere”.

Nell’obiettivo strategico B4, «Formazione a una cultura della differenza di genere», viene stabilita la necessità «di recepire, nell’ambito delle proposte di riforma della scuola, dell’università, della didattica, i saperi innovativi delle donne, nel promuovere l’approfondimento culturale e l’educazione al rispetto della differenza di genere».

In tale prospettiva si collocano anche azioni europee e nazionali relative al settore educativo che devono procedere in due direzioni specifiche: la prima, fissare tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curricoli scolastici la cultura della parità di genere e il superamento degli stereotipi; la seconda, l’intervento sui libri di testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali, come un’area particolarmente sensibile per le politiche delle pari opportunità.

Mi sembra importante citare qui le risultanze dell’indagine PISA/OCSE di recente pubblicata, in cui il peso degli stereotipi di genere sull’istruzione appare ancora come estremamente rilevante.

La Principale conclusione dell’indagine

“L’indagine PISA evidenzia che i divari di genere nei risultati accademici non sono determinati da differenze congenite nelle capacità individuali. L’azione concertata dei genitori, degli insegnanti, dei responsabili delle politiche dell’istruzione e dei leader di opinione è necessaria per consentire ai ragazzi e alle ragazze di sviluppare pienamente il loro potenziale e di contribuire alla crescita economica e al benessere della società in cui vivono.”

Due, tra le tante considerazioni contenute nel rapporto, mi hanno particolarmente colpito.

  • In gran parte dei Paesi e delle economie che partecipano all’indagine PISA, le ragazze ottengono risultati meno buoni rispetto ai ragazzi in matematica tra gli studenti che si piazzano nella fascia superiore del punteggio PISA e in nessuno dei Paesi esaminati, le ragazze superano i ragazzi. Generalmente, le ragazze hanno meno fiducia rispetto ai ragazzi nelle proprie capacità di risolvere problemi di matematica o nel campo delle scienze esatte. Le ragazze sono anche più propense a provare ansia nei confronti della matematica e ciò avviene anche per le ragazze che hanno buoni risultati in questa materia. In media nei Paesi dell’OCSE, la differenza di punteggio in matematica tra ragazze e ragazzi nella fascia superiore di punteggio è pari a 19 punti. Tuttavia, quando si confrontano i risultati di matematica tra ragazzi e ragazze con livelli simili di fiducia in se stessi e di ansia rispetto alla matematica, il divario di genere scompare.
  • I genitori sono propensi a pensare che i loro figli maschi più che le figlie lavoreranno in futuro in un settore scientifico, tecnologico, nel campo ingegneristico o della matematica – anche quando i figli maschi e femmine ottengono lo stesso livello di risultati in matematica.

 

Questi dunque gli obiettivi che questo disegno di legge intende perseguire.

Da tutto quello che ho detto finora, appare evidente l’importanza dell’introduzione di una consapevole prospettiva di genere nei processi educativi.

Il processo riformatore che ha investito il nostro sistema di istruzione ha infatti sì cercato di rispondere alle istanze di una società pluralista, multietnica e sempre più diversificata al suo interno, ponendo al centro della sua azione lo sviluppo della «persona» come un’identità consapevole e aperta all’interno dei princìpi della Costituzione e della tradizione culturale europea, eppure non pare ancora aver realizzato una scuola intesa come luogo in cui “nella diversità e nelle differenze si condivide l’unico obiettivo che è la crescita della persona”.

Pur nel rinnovato contesto scolastico in cui al centro è posta la “persona” dunque, le differenze di genere risultano, sul fronte normativo, come diluite.

Si veda ad esempio la nota che si legge nell’introduzione alle Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo d’istruzione, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel settembre 2012, dove si legge: «Nel testo si troveranno sempre termini quali: bambini, adolescenti, alunni, allievi, studenti […] Si sollecita il lettore a considerare tale scelta semplicemente una semplificazione di scrittura, mentre nell’azione educativa bisogna considerare la persona nelle sue peculiarità e specificità, anche di genere».

Diversamente, il riconoscimento del linguaggio come strumento di azione politica all’interno del processo ormai da tempo avviato per la realizzazione della «parità di fatto, cioè a dire l’uguaglianza delle possibilità di ciascun individuo di entrambi i sessi di realizzarsi appieno in ogni campo», è stato testimoniato anche dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 marzo 1997 (Gazzetta Ufficiale 21.5.1997, n. 116), recante Azioni volte a promuovere l’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelte e qualità sociale a donne e uomini. E in questo contesto, ad esempio, si colloca anche l’impegno dell’Associazione italiana editori (AIE) a darsi un codice di autoregolamentazione volto a garantire che, nella progettazione e nella realizzazione dei libri di testo e dei materiali didattici, vi sia attenzione allo sviluppo dell’identità di genere e alla rimozione degli stereotipi, come fattore decisivo nell’ambito dell’educazione complessiva dei soggetti in formazione.

Non di meno, la necessità di quello che affermo, è riconosciuta già da chi si occupa di scuola, si veda ad esempio come, nella legge 128 del 2013, all’art.16 è prevista tra le attività da finanziare ai fini del miglioramento dell’attività formativa: l’aumento   delle   competenze    relative    all’educazione all’affettività,  al  rispetto  delle  diversità  e   delle   pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi  di  genere. E’ auspicabile che questa attenzione rientri tra gli obiettivi e i contenuti dei percorsi di formazione in ingresso dei neo assunti.

Si è verificato in questi anni, purtroppo, un processo di dispersione delle buone prassi, invece che la loro ottimizzazione, con il conseguente ritorno ad attività e strumenti didattici che si auspicava fossero ormai superati.

Eppure molte sono state le sperimentazioni attuate, nel quadro dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, per il superamento di stereotipi sessisti e l’avvio di buone pratiche educative di genere, i cui risultati sarebbe auspicabile venissero tra loro collegati e organizzati in un’apposita rete destinata allo scambio e alla condivisione dei percorsi seguiti e dei risultati conseguiti.

Su questa strada, un passo in avanti sarà la realizzazione di quanto previsto nel decreto attuativo del già citato articolo 16 della legge 128, cioè un portale dedicato a “Educazione al rispetto reciproco, all’ affettività, alle pari opportunità e alla lotta al bullismo e al cyberbullismo”. La piattaforma web, integrata nel portale del MIUR, dedicata ai docenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, ha l’obiettivo di svolgere un’azione capillare di auto-formazione sui temi dell’educazione all’affettività e del rispetto reciproco, alle pari opportunità, nonché alla prevenzione del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo nelle scuole attraverso la condivisione dei progetti realizzati dai docenti stessi. Il portale consentirà alle istituzioni scolastiche di caricare le buone pratiche applicate all’interno delle scuole, per promuoverne la diffusione. La piattaforma consentirà anche un’azione di valutazione e monitoraggio della formazione erogata.

È necessario che ogni ciclo scolastico e ciascuna disciplina siano consapevolmente orientati all’apprendimento di una cultura di relazioni tra individui liberi, consapevoli dei ruoli di ciascuno nel rispetto delle differenze, anche di genere, condizione questa certamente pregiudiziale sia a una cultura della non violenza, sia al superamento della prevaricazione, intesa come modalità di affermazione di singoli e di gruppi sociali.

Quello che dunque mi sta a cuore è che i nostri ragazzi e le nostre ragazze possano acquisire consapevolezza delle proprie reciproche differenze, per agirle con responsabilità, liberandoli dagli stereotipi e aiutandoli a crescere responsabilmente, nella conoscenza di ciò che sono.