Il mio saluto al Convegno per il 10° anniversario della Fondazione PROSOLIDAR

Autorità, gentili ospiti, Signore e Signori,
desidero ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo incontro, in particolare il Presidente della Fondazione Prosolidar, Edgardo Maria Iozia, e il Vicepresidente Giancarlo Durante.
Ho accolto con grande piacere l’invito a partecipare a questo evento, un’occasione di confronto sul senso della solidarietà e su come, questo valore, possa essere sostenuto ed esercitato in modo virtuoso dal mondo del lavoro.
Sono passati dieci anni dal Protocollo d’intesa tra ABI (Associazione Bancaria Italiana) e le Organizzazioni sindacali di lavoratori (Dircredito-FD, Fabi, Falcri, Fiba-Cisl, Fisac-Cgil, Silcea, Sinfub, Ugl Credito e Uilca), la cui attuazione ha dato vita all’Associazione Prosolidar – Fondo nazionale del settore del credito per progetti di solidarietà – Onlus.
Quel protocollo, è bene ricordarlo, è parte integrante del CCNL del settore del credito, che in tal modo realizza una realtà unica nel panorama delle relazioni industriali.
Da quelle radici, nel 2011, è nata la Fondazione Prosolidar, e oggi la carta di identità di questa Associazione è composta dai tanti progetti finanziati nel mondo attraverso il “match-gifting”, cioè la condivisione dei contributi in misura uguale tra i lavoratori e le imprese. Una formula innovativa che mettendo insieme i contributi di lavoratori e datori di lavoro ha dimostrato, nel tempo, di saper costruire un profondo e costante impegno civile.
L’articolo 3 dello Statuto della Fondazione afferma: “Nel rispetto dei principi culturali ed etici del pluralismo, della cooperazione e della pace tra i popoli, della giustizia e della solidarietà e in attuazione di una comunità umana fondata sui valori della fraternità e dell’eguaglianza, sul rispetto dei diritti umani e sociali, la Fondazione persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale”.
Dunque la realtà associativa di Prosolidar ci parla di un esperienza unica in Italia, che le istituzioni tutte devono essere in grado di trasformare da buon esempio a reale modello di riferimento.
Il modello Prosolidar è l’unica esperienza al mondo di una Fondazione che nasce per contratto collettivo di lavoro ed è promossa e gestita dalle parti sociali.
Per promuovere e sostenere iniziative a favore delle popolazioni in difficoltà, in particolare dei paesi in via di sviluppo, per sostenere la collettività, la ricerca, la formazione dei cittadini in campo sociale, educativo, assistenziale, sanitario, professionale.
Sono impressionanti la quantità e la qualità dei progetti che l’Associazione ha sostenuto in questi anni.
Oggi, in una situazione in cui proprio dalle realtà della cooperazione, dell’accoglienza, dell’integrazione, emergono sconfortanti dati sui fenomeni corruttivi, avere riscontro di una realtà seria come quella di Prosolidar diventa ancora più importante per tutti.
Bisogna mettere al centro la trasparenza, l’etica, il rispetto delle regole. Lo deve fare la politica e lo devono fare tutti coloro che esercitano ruoli di responsabilità pubblica.
Se c’é una lezione che possiamo apprendere dall’esperienza di Prosolidar, è che la solidarietà può essere un vero e proprio modello culturale, un riferimento imprescindibile per orientare il nostro agire quotidiano muovendoci in nome non di una parte ma dell’intera collettività.
Agire nel mondo della solidarietà non è mai stato facile per nessuna persona e per nessuna istituzione. Ma il mondo del terzo settore è diventato sempre più importante, perché ha assunto un ruolo chiave all’interno delle nuove forme di welfare.
Nel tessuto produttivo italiano il non profit occupa una posizione significativa. Per questo, dopo molti anni di attesa, è importante parlare di “riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio Civile universale” (approvata in aprile alla Camera). Una realtà che riguarda, come stimato dall’Istat, circa 300mila organizzazioni non profit, 68 mila addetti, 271 mila lavoratori stabili, 5 mila temporanei e 4 milioni di volontari, tutti impegnati ogni giorno nel dare sollievo e sostegno alle fasce più vulnerabili della società. Questa è l’opera virtuosa di donne e uomini che la politica ha il dovere di sostenere, favorendo la trasparenza, la legalità, la semplificazione burocratica.
Oggi la politica italiana, fortunatamente, non è ferma agli slogan. No c’è solo chi specula sulla vita degli immigrati, chi fa demagogia costruendo campagne dalle pericolose quanto inutili derive populiste, c’è anche una classe dirigente pienamente consapevole dell’esigenza di dare risposte efficaci alle forti domande di libertà, solidarietà, sicurezza, eguaglianza, che giungono dai cittadini.
E accanto c’è la stragrande maggioranza di italiane e italiani impegnati ogni giorno nella solidarietà: seppure le loro azioni non fanno notizia, perché magari non hanno il giusto appeal mediatico, a loro dobbiamo dire grazie e rivolgere tutto il nostro ascolto.
Io credo che troppo spesso, a causa del prevalere nel dibattito pubblico di storie di violenza, di emarginazione, oppure di slogan urlati, passi il messaggio di un’Italia poco solidale, dedita più all’indifferenza o al limite alla conflittualità che non a quegli standard di reciproco sostegno che altri paesi europei hanno saputo raggiungere da tempo.
So che invece accanto alle molte storie o ai gesti di facile impatto mediatico, esiste una maggioranza silenziosa di italiane e italiani che con dignità esercitano, ogni giorno e nelle più svariate condizioni, una solidarietà e un altruismo che sono la vera forza della nostra civiltà. Parlo di una solidarietà che viene da lontano, dalla nostra storia politica, dalla nostra eredità culturale, dai valori fondanti della nostra Costituzione, che all’articolo 2 recita espressamente che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Quasi due anni fa il rapporto Censis sui valori degli italiani si interrogava: “Il ritorno della solidarietà?”. Emergeva da quella ricerca un Paese che sente sempre più come un peso l’individualismo e il consumismo fine a se stesso degli ultimi anni, e che vuole tornare a una dimensione maggiormente sociale. Questo nonostante la crisi. Seppur tra molte difficoltà, noi tutti dobbiamo far sì che la “crisi antropologica” che ha segnato il nostro paese negli ultimi anni – caratterizzata da egoismo diffuso, passività e irresponsabilità – abbia raggiunto il punto massimo ed esaurito la propria influenza. L’Italia non è solo mafia capitale, non è solo quella dei campi rom dati alle fiamme, è anche quella delle tante donne e dei tanti uomini che in questi giorni hanno prestato soccorso ai migranti richiedenti asilo senza chiedere nulla in cambio, senza che nessuno glielo chiedesse, senza ricevere ordini.
Chi viene dalla realtà sindacale, sa quanto sia importante coltivare le dinamiche dell’integrazione e superare ogni forma di discriminazione. La storia dei sindacati, dei sindacati italiani in particolare, è un intrecciarsi di storie rivolte a importanti conquiste sociali, da parte di classi e gruppi un tempo subalterne e prive di diritti. Per questo è una storia che ha segnato la democrazia e la libertà nel nostro paese. Il protocollo che ha dato vita a Prosolidar è un esempio di quanto questa storia sia una delle più profonde identità del Paese stesso e possa contribuire a rafforzare la capacità, del mondo del lavoro, di realizzare azioni positive anche nel terzo settore.
Chi opera quotidianamente per la libertà, a partire da quella femminile, per l’uguaglianza, la solidarietà, qui e in ogni parte del mondo, sa cosa vuol dire non vedere realizzata una piena cittadinanza.
Proprio quest’anno il tema scelto per l’edizione 2015 del Primo Maggio è stato “La Solidarietà fa la Differenza”, ed è importante che si sia orientata l’attenzione dell’opinione pubblica proprio sulle tematiche dell’integrazione e dello sviluppo.
L’Europa, oggi, attraversa sfide per certi aspetti inedite. Può e deve farsi carico di costruire politiche di coesione sociale per costruire, con il contributo di tutti i Paesi, un reale modello di sviluppo positivo ed etico, di benessere e solidarietà. Un modello in grado perciò, anche, di essere un forte soggetto politico, per contribuire a sostenere la cooperazione e lo sviluppo delle aree più povere del mondo, per sostenere le politiche e le azioni volte a far superare ogni violazione dei diritti umani e contribuire concretamente all’estensione e al rispetto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori in tutto il mondo.
Uno dei compiti più complessi, per la politica italiana, è quello di creare un nuovo welfare, un welfare rivolto alla persona. Ma se il welfare è rivolto alla persona lo Stato non basta: lo Stato deve garantire l’esercizio delle opportunità e la soddisfazione dei bisogni, agendo in prima persona, certo, ma anche agevolando una rete di impegno civico, formazione e solidarietà che coinvolge tutti: imprese, sindacati, istituzioni.
Il caso di Prosolidar, in questa prospettiva, va apprezzato ancora di più per il suo carattere innovativo.
Bisogna difendere instancabilmente i nostri valori fondamentali – solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, progresso condiviso – in un mondo in cui l’«individualismo» è diventato un valore emblematico.
Invece i progetti sostenuti da Prosolidar e realizzati dai tanti partners ci parlano con un linguaggio differente, che è quello della solidarietà esercitata con progetti concreti.
Non solo le emergenze: Ebola, Iraq, Terremoto in Emilia Romagna, Alluvione in Sardegna, il tifone Haiyan nelle Filippine, solo per citarne alcune.
Dall’assistenza psicosociale ai minori stranieri non accompagnati in arrivo a Lampedusa, alla tutela della legalità alimentare, dal centro per l’infanzia disagiata in Senegal alla scuola professionale agricola nel Togo, dall’accesso all’istruzione per le bambine tibetane in Cina alla casa di accoglienza per giovani donne realizzata in Lituania, dal progetto per il Centro Madre e Bambino nella Repubblica Centrafricana a quello per l’empowerment delle donne svantaggiate nella Striscia di Gaza, i tanti progetti che hanno visto la partecipazione economica di Prosolidar ci restituiscono una realtà associativa di straordinario valore culturale, sociale ed economico.
È molto positivo che tra i requisiti dei progetti proposti vengano valutati anche l’innovazione e l’impatto sociale ed ambientale, oltre che l’efficacia e la necessità. Si tratta di criteri oggi non più trascurabili, perché segnano la differenza tra il concreto agire per lo sviluppo e un agire fine a se stesso.
Si tratta di progetti molto diversi tra loro, realizzati in tutto il mondo, dove si può notare una particolare attenzione riservata all’infanzia e soprattutto alle donne, e questo è un elemento qualificante che pone la Fondazione Prosolidar nelle sfide del futuro.
Oggi, infatti, chiunque intenda esercitare la solidarietà e promuovere la pace tra i popoli e lo sviluppo sostenibile, non può prescindere da quei dati che ci parlano di discriminazioni di genere e diseguaglianze inaccettabili.
Il 2015 è un anno strategico, poiché nel prossimo mese di settembre gli Stati membri dell’ONU dovranno mettere a punto gli “Obiettivi per lo sviluppo sostenibile” che, a vent’anni di distanza, sostituiranno gli “Obiettivi del millennio” elaborati nel 1995 e che avranno tra le priorità l’eguaglianza di genere e l’empowerment delle donne e delle ragazze. Per questo ho ritenuto molto importante ciò che è emerso dal report strategico di UN Women presentato lo scorso 27 aprile, Progress of the World’s Women 2015-2016: Transforming Economies, Realizing Rights (Il progresso delle donne nel mondo 2015-2016: trasformare le economie, concretizzare i diritti). Il rapporto prende ovviamente le mosse dalla Conferenza di Pechino del 1995, mostrando che – se è vero che da allora sono stati fatti significativi passi in avanti nei diritti delle donne – tuttavia “in un’era di ricchezza globale senza precedenti, milioni di donne sono intrappolate in lavori malpagati e di bassa qualità, e si vedono negati persino i livelli essenziali di assistenza sanitaria, l’acqua e i servizi igienico-sanitari. Le donne portano ancora il peso del lavoro di cura non pagato, reso più pesante dalle politiche di austerità e dai tagli”.
Il progresso delle donne nel mondo è un lavoro di analisi e ricerca di soluzioni che guarda con speranza e determinazione agli “Obiettivi per lo sviluppo sostenibile”, e che aiuta a ripensare in un’ottica di genere non solo tutte le problematiche legate al lavoro, ma lo stesso assetto dell’economia mondiale.
Prosolidar ci insegna che la solidarietà non è un’utopia irrealizzabile. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno è ambizioso, ma si può fare, ed è un’economia che funzioni realmente per le donne e i bambini, a beneficio di tutti.
Il futuro di Prosolidar è dunque fondamentale per ribadire l’essenza di quel principio di non discriminazione inscritto nella nostra Costituzione, che all’articolo 3 stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Non mancano nel nostro Paese discriminazioni di ogni tipo, da quelle di genere a quelle su base etnico-razziale, che riguardano oltre i due terzi delle segnalazioni pervenute all’Unar.
Secondo il sondaggio “Eurobarometro standard, Rapporto Nazionale Italia 2014”, commissionato e coordinato dalla Commissione europea sull’opinione pubblica, il tema dell’immigrazione è salito nella scala delle priorità dei cittadini italiani ed europei; dopo disoccupazione e situazione economica, infatti, è questo il tema che gli italiani segnalano come priorità alle istituzioni europee, con il 29% dei consensi.
In parte tutto ciò è normale, è comprensibile. In un mondo dove la globalizzazione interroga la nostra capacità di saperci confrontare, continuamente, con culture, mercati, tecnologie di portata planetaria, saper governare i movimenti delle popolazioni in fuga da guerre, dittature e povertà è indispensabile.
Ma attenzione, perché questo è un problema che non riguarda solamente l’immigrato, inteso come “straniero”, “diverso”, “estraneo”, ma qualsiasi fenomeno dove la politica non sia in grado di garantire una piena cittadinanza per tutte e tutti, un pieno esercizio dei propri diritti e doveri, una piena possibilità di integrazione sociale e culturale all’interno di una comunità.
È compito dunque della politica sostenere le istanze sociali di solidarietà e saperle valorizzare. Oggi il più prezioso contributo è proprio quello che proviene dai progetti per lo sviluppo sostenibile, per la pace, la partecipazione e l’inclusione sociale. Vanno create le condizioni affinché non ci siano più i tanti cittadini che, privati dei propri diritti, spesso dei diritti fondamentali, fuggono verso l’Europa o altre realtà.
Ad essere in gioco è la capacità stessa delle nostre istituzioni e del mondo dell’associazionismo di diffondere una solida cultura del rispetto dei diritti umani. Si tratta di una sfida che tutte e tutti dobbiamo saper intraprendere in prima persona. Proprio la scorsa settimana, un settimanale riportava la lettera di un lettore che chiedeva, al filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti: “cosa spinge un medico come Gino Strada a cercare il dolore, la guerra, le malattie anche più insidiose?”. La risposta di Galimberti è stata questa: “Non è che Gino Strada e i medici come lui cerchino il dolore, la guerra, le malattie, semplicemente vogliono aiutare chi, in queste situazioni, non ha alcun mezzo per salvarsi. Perché lo fanno? Perché sono sollecitati dall’umanità sofferente che non consentirebbe loro di sentirsi in pace con se stessi se si esonerassero dal soccorrerla. Perché non tutti gli uomini sono racchiusi nel loro individualismo e passano la vita a lucidare il loro talento per farlo brillare ogni giorno di più davanti agli altri, onde ottenere gratificanti riconoscimenti”. Ma soprattutto: “Perché contaminarsi con la sofferenza che nessuno cura, con la malattia che nessuno soccorre, con la ferocia delle guerre da cui l’umanità non si è ancora emancipata, dà loro la sensazione di essere là dove la loro vocazione medica un giorno li ha chiamati per essere servitori della salute pubblica. Non è la voglia di salvarsi l’anima, e neppure di essere in pace con se stesso. È qualcosa di più difficile da esercitare: la vera responsabilità dell’uomo”.

Ecco, a me piace ricordare questo profondo senso di responsabilità che permette a donne e uomini di mettere la propria vocazione al servizio della dimensione pubblica, esercitando la propria etica per realizzare azioni di solidarietà e vicinanza verso chi ne ha bisogno, e per farlo devono poter contare su un indispensabile sostegno culturale, sociale ed economico.

Per questo noi parlamentari abbiamo l’altro compito di proteggere e promuovere la solidarietà come valore fondante delle nostre azioni per il futuro dell’umanità.

Di questo valore Prosolidar ne è esempio unico, per questo è auspicabile che possa diventare un modello per tante altre realtà del mondo del lavoro.
Grazie