L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che istituisce la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale in situazioni di conflitto. La data scelta, il 19 giugno, coincide con l’anniversario dell’adozione, nel 2008, della risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha riconosciuto la violenza sessuale come tattica di guerra e minaccia alla pace e alla sicurezza globali, e ha sancito che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono rappresentare crimini di guerra, crimini contro l’umanità e/o atti di genocidio.

Saluto con grande favore l’introduzione di questa giornata, segno dell’impegno non più rinviabile della comunità internazionale e dei singoli Stati su tema che mi è sempre stato a cuore e che mi ha vista, nel 2013, prima firmataria di una mozione in Senato.

Violenze sessuali e stupri sono gravi violazioni dei diritti umani e della legge internazionale umanitaria. Colpiscono principalmente donne e bambine e vengono perpetrate allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione civile in zone di guerra, disgregare famiglie, distruggere comunità, nonché, in alcuni casi, modificare la composizione etnica della generazione successiva. Pensiamo che – solo negli ultimi decenni – si è parlato di 20.000-50.000 donne violentate in Bosnia, almeno 200.000 nella Repubblica democratica del Congo negli ultimi 12 anni di guerra, 60.000 donne stuprate durante la guerra civile in Sierra Leone, più di 40.000 in Liberia. Anche oggi abbiamo notizie quotidiane di violenze su donne e bambine commesse da Boko Haram in Nigeria, e dalle milizie dell’Isis in tutti i territori controllati dal Califfato.

Fermare le violenze e gli stupri nelle situazioni di conflitto e post-conflitto richiede dunque azioni urgenti a livello internazionale, tanto più urgenti oggi che donne, uomini e bambini in fuga dalle guerre, vittime di ogni tipo di violenza, attraversano a migliaia il Mediterraneo e chiedono asilo nel nostro continente. Secondo UNHCR, circa il 50% della popolazione mondiale dei rifugiati è costituito da donne e bambine, e circa l’80% è costituito da donne, spesso sole, con i loro figli. Si tratta di donne e bambine particolarmente vulnerabili, che spesso hanno subito violenza nei loro paesi di provenienza e durante il viaggio verso la salvezza, e che in troppi casi subiranno violenza anche nei luoghi che dovrebbero rappresentare un rifugio e una nuova opportunità di vita.

Il nostro impegno per combattere la violenza sessuale nelle situazioni di conflitto e di post-conflitto, perciò, deve andare di pari passo con la capacità di dare effettività al diritto alla protezione internazionale a donne, uomini, bambini che fuggono delle gravi crisi umanitarie in corso in larghe parti del pianeta, e di accoglierli con dignità, sia in Italia sia nel resto nell’Unione Europea.


Dalle istituzioni europee

L’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (FRA) ha reso accessibili i dati completi della prima indagine europea sulla violenza contro le donne, realizzata nel 2012 intervistando tra l’altro 42.000 donne. I dati sono scaricabili in vari formati dal sito UK Data Service, mentre la relazione tecnica è disponibile sul sito della FRA.

È stata pubblicata la ricerca “Donne anziane che vivono da sole: aggiornamento sulle loro condizioni di vita”, realizzata per conto della Commissione FEMM (Diritti della donna e uguaglianza di genere) del Parlamento Europeo. La ricerca presenta i recenti cambiamenti nelle condizioni di vita delle donne anziane che vivono da sole, con una particolare attenzione verso gli effetti delle recenti riforme pensionistiche e delle politiche per l’invecchiamento attivo.

Sul sito del Servizio ricerche del Parlamento Europeo (Think-Tank) è disponibile il documento “Gender-Responsive Budgeting: Innovative Approaches To Budgeting”, che fa il punto sul bilancio di genere come strumento per eliminare le diseguaglianze di genere e analizza in particolare le iniziative a favore del suo utilizzo a livello europeo.


Dalle organizzazioni internazionali

Tra gli effetti distruttivi dei conflitti armati sulle vite di donne e bambine, a cui è dedicato il focus di  UN Women di questo mese (nell’ambito della campagna Pechino+20), si segnala un tasso di mortalità materna pari a 531 decessi ogni 100mila nascite, contro un dato globale medio di 210, un tasso di iscrizione delle bambine alle scuole primarie di quasi venti punti inferiore al tasso globale (73% contro 90%), e un’altissima incidenza di matrimoni precoci.

Nell’evento di lancio della campagna HeForShe in Svezia, la Direttrice esecutiva di UN Women Phumzile Mlambo-Ngcuka ha ribadito il contributo essenziale che uomini e ragazzi possono portare nella lotta per l’eguaglianza di genere. “Gli uomini devono aprire la porta, così che le donne non la debbano sfondare”, ha detto. “Devono rimuovere il soffitto di cristallo, così che le donne non lo debbano infrangere. Gli uomini devono dire ‘Non sposerò una bambina’. Devono dire ‘Non picchierò una donna’. E gli uomini, i fratelli, gli zii, devono dire: ‘Mia cugina, sorella, figlia non farà esperienza sotto i miei occhi di una mutilazione genitale femminile’. Vogliamo presentare un’alternativa al tipo di maschilità che ha dominato il mondo”.

Un messaggio di cambiamento rivolto agli uomini arriva anche dall’Afghanistan, dove con lo slogan “Un uomo coraggioso sta dalla parte delle donne” è stata lanciata la campagna HeForShe a Kabul.

Nel contempo, l’iniziativa pilota IMPACT 10x10x10 di HeForShe, ideata per coinvolgere 10 governi, 10 aziende e 10 università in tutto il mondo, ha raggiunto i previsti 30 partner globali che contribuiranno a iniziative per accelerare i progressi verso l’eguaglianza di genere.

Il 21 giugno negli Stati Uniti si è celebrata la Festa del papà, un’occasione per ricordare che

meno di 1 paese su 2 nel mondo ha introdotto nel proprio ordinamento il congedo di paternità, come mostra questa infografica di UN Women, mentre il congedo di maternità è previsto nel 98,9% dei paesi. Gli uomini lavorano in media 2 ore al giorno nella cura della casa e dei figli, contro le 5 ore giornaliere delle donne.

Dal 7 al 15 giugno si è tenuto a Johannesburg il 25esimo African Union Summit, sul tema “Anno dell’empowerment delle donne e dello sviluppo, verso l’Agenda dell’Africa 2063”. L’Africa deve crescere, ha detto al summit la Direttrice esecutiva di UN Women Phumzile Mlambo-Ngcuka, “ma non potrà farlo senza includere metà della sua popolazione nella ricerca dello sviluppo”.

Investire nell’educazione di bambine e ragazze non è solo la cosa giusta da fare, è anche la cosa più intelligente da fare: l’ha detto il Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein in una tavola rotonda a Ginevra. L’educazione femminile è il più importante predittore della situazione pacifica di un paese, garantendo tra i suoi effetti una maggiore stabilità sociale, salute e crescita economica.


Dal mondo

“Pensando a voi”: questo il titolo dell’installazione creata a Pristina (Kosovo) dall’artista Alketa Xhafa-Mripa per ricordare gli oltre 20.000 stupri perpetrati durante la guerra della fine degli anni ’90. L’opera consiste in diverse file di panni stesi, migliaia di abiti e gonne raccolti per non dimenticare l’orrore delle violenze sessuali usate come arma di guerra.

In Nigeria, centinaia di donne e bambine rapite da Boko Haram sono state ripetutamente violentate, secondo quella che gli operatori umanitari descrivono come una deliberata strategia per dominare la popolazione rurale e forse anche per creare una nuova generazione di militanti islamici nel Paese. E le tante che, una volta liberate e tornate a casa, risultano incinte, subiscono le conseguenze di un problema strutturale della Nigeria: la mancanza di adeguati servizi per la salute sessuale e riproduttiva.

Il centro di ricerca International Peace Institute ha presentato “Reimagining Peacemaking: Women’s Roles in Peace Processes”, un report sul ruolo delle donne nei processi di pace. Il documento analizza le sfide e le opportunità offerte dalla partecipazione delle donne ai processi di pace e di transizione politica, fornisce evidenze quantitative e qualitative sulle conseguenze della loro partecipazione ed esplora modelli e strategie per rafforzare la loro influenza nel corso di tali processi.

In Arabia Saudita, alle elezioni municipali previste per dicembre, le donne voteranno per la prima volta. È una conquista importante, ma le autorità hanno annunciato che la segregazione sessuale vigente nel Paese (dove le donne non hanno il diritto di guidare) sarà applicata anche in questa occasione: le donne voteranno in seggi separati e le candidate non potranno mostrare il loro volto sul materiale di propaganda.

Dopo le manifestazioni delle scorse settimane (a Buenos Aires sono scese in piazza oltre 200.000 persone, con una significativa presenza di uomini), continua la mobilitazione contro la serie impressionante di femminicidi che stanno scuotendo l’Argentina. Le promotrici mettono l’accento sul continuum tra i femminicidi e il machismo imperante, il sessismo apparentemente innocuo che pervade la vita quotidiana.

Hillary Clinton, Elizabeth Warren, Angela Merkel, Christine Lagarde: una nuova generazione di donne di potere ultra-sessantenni sta trasformando l’età in un vantaggio? Se lo chiede questo articolo su The Atlantic.

In Israele l’aborto è legale dal 1977, ma l’autorizzazione deve essere data da un comitato. Il diritto di una donna di scegliere non è garantito. Lo racconta un articolo sulla Sunday Review del New York Times.

Diminuiscono, negli USA, le donne oltre i 40 anni senza figli. In vent’anni, dal 1994 al 2004, il calo ha riguardato in particolare le donne con livelli di istruzione elevati. Lo svela una ricerca del Pew Research Center.