Autorità, gentili ospiti, care ragazze e cari ragazzi,
desidero ringraziare l’associazione “Zapp’in – Zappiamo insieme Onlus” e tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa splendida iniziativa.
La Festa della Mietitura come una volta ci permette di vivere in prima persona sentimenti di vicinanza, integrazione sociale, solidarietà.
Come rappresentante delle istituzioni, come donna, come persona da sempre impegnata per i diritti e per il contrasto delle discriminazioni, per me questa esperienza è l’esempio di un’Italia che non si rassegna – e mai si rassegnerà – ad accettare le diseguaglianze, le barriere sociali e culturali, l’emarginazione.
È un dovere di tutti, in particolar modo di chi esercita funzioni con responsabilità pubbliche, coltivare la coesione e l’integrazione sociale. Si tratta di avvicinare e far comunicare tra loro culture differenti, spesso lontane, ma anche di coltivare una condivisione di valori e sentimenti tra donne e uomini e tra diverse generazioni, e il fatto che oggi questo evento raccolga famiglie e persone di tutte le età è forse la cosa più importante.
Io dico sempre che nel nostro Paese c’è bisogno di scrivere una nuova grammatica civica, un nuovo patto di cittadinanza che regoli lo stare insieme. La politica lo deve fare con un nuovo welfare, uno stato sociale attento ai bisogni della persona, ma c’è bisogno del contributo di tutti perché lo Stato da solo non basta, serve una rete di impegno civico, formazione e solidarietà che coinvolga tutti: imprese, sindacati, istituzioni, associazioni come quelle che oggi hanno contribuito a realizzare questa iniziativa.
Grazie all’impegno profuso dalle tante persone che realizzano progetti di inclusione sociale, noi riusciamo a difendere i nostri valori fondamentali – solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, progresso condiviso – in un mondo in cui l’individualismo è diventato un valore emblematico.

Il senso dello stare insieme è proprio quello del farsi carico, ciascuno con le proprie responsabilità, di quel principio di solidarietà espresso dalla nostra Costituzione con l’articolo 2, che afferma che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Ma quel che oggi stiamo realizzando con questa iniziativa attiene pienamente anche a quel principio di non discriminazione che sempre nella nostra Carta è inscritto nell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
I progetti di agricoltura sociale, come quello di oggi, sono il miglior modo per favorire l’inclusione, la tutela sociale, l’integrazione e la formazione.

Il lavoro nei campi, lo sappiamo, ha scandito per secoli i ritmi dell’intera società; su questi ritmi si basavano, in passato, e in parte ancora oggi, come è giusto che sia, molti miti e riti della nostra cultura. Era un modo per regolare la vita di donne e uomini in armonia con l’ambiente in cui vivevano, e oggi dobbiamo farne tesoro.
Ma il lavoro nei campi ha rappresentato anche un mondo di fatiche per le tante donne e i tanti uomini che lo svolgevano. Il poeta Nino Costa, nato nel 1886 proprio da una famiglia di origini ciriacesi, molto amato dai piemontesi e qui in particolare, non esitò a descrivere la figura della nonna, nella poesia in dialetto “Mare granda (Grand-mère)”, in questo modo:
“Mare granda ha sulla schiena più di settanta carnevali
ma le redini della cascina non le ha ancora lasciate andare
è ancora lei che comanda. Mare granda.
Sempre l’ultima a coricarsi e la prima ad alzarsi in piedi
nessuno la sente a lamentarsi. Quando si parla di lavorare.
Tutto il giorno è lì che si da da fare”

Ecco, in fondo queste sono anche le donne di cui riferirà, più tardi, in un discorso alla Camera dei Deputati, nel gennaio del 1957, Nilde Iotti, che parlando di riforma dei contratti agrari, ricordò il lavoro delle donne nei campi, e il contributo che le donne contadine portavano al complesso dell’economia agricola e perciò anche al complesso dell’economia nazionale: “Queste donne sono partecipi del lavoro della terra pur continuando ad essere casalinghe, per cui si può dire di loro quel che si dice delle nostre operaie, che sono ad un tempo lavoratrici e donne di casa. Le contadine, […] sono donne le quali lavorano dall’alba al tramonto […] e che al tempo stesso devono accudire alla casa ed ai figli. Ma, a differenza delle operaie a cui viene riconosciuto il lavoro compiuto, il lavoro delle donne contadine non viene spesso riconosciuto o perlomeno non viene riconosciuto nella sua interezza, per cui esse non riescono ad assumere in pieno, nel complesso dell’economia agricola, la loro responsabilità e dignità di lavoratrici”.
Ecco, questa è un’utile descrizione per ricordare, a noi tutti, quanto cammino abbiamo fatto, tutte e tutti insieme, nel perseguire una piena dignità e un pieno riconoscimento del ruolo che ciascuno di noi esercita all’interno della società.
Ancora molto bisogna fare, in particolare per i giovani e per le donne, che oggi nel settore agroindustriale cominciano a svolgere un ruolo di primo piano in tutti i livelli, a cominciare da quello di imprenditori che si sforzano ogni giorno per valorizzare al meglio l’enorme ricchezza e bellezza dei nostri territori.
E voglio concludere proprio parlando di bellezza, perché il lavoro nei campi, specialmente per l’Italia, rappresenta da sempre anche la nostra capacità di disegnare, tutelare e arricchire un paesaggio che è da tutti riconosciuto, nel mondo, tra i più belli. Anche per questo, l’ultimo riconoscimento che abbiamo ottenuto dall’UNESCO, cioè l’iscrizione del paesaggio vitivinicolo delle Langhe Roero e Monferrato nella prestigiosa lista dei siti patrimonio dell’umanità, è un riconoscimento per l’eccezionalità rurale e culturale del nostro territorio.
Dunque la festa di oggi ha un valore sociale e culturale inestimabile, è un’esperienza formativa per tutti noi, non solo per le ragazze e i ragazzi presenti, e per questo è molto positivo che a sostenere simili iniziative siano tutte le istituzioni, locali e nazionali, insieme a imprese, sindacati, scuole, università.
Sono certa che, da oggi, questa sarà una comunità più ricca, più bella e più unita.
Grazie.