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Oggi sono stata in Emilia per la Commemorazione del 72° anniversario del Sacrificio dei Sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, qui potete leggere le parole che ho pronunciato

Omaggio ai Fratelli Cervi e a Quarto Camurri sul Luogo dell’Eccidio

 

Autorità, cari ragazzi e ragazze, signori e signore,

desidero ringraziarvi tutte e tutti per la vostra presenza, e voglio ringraziare in particolare il Sindaco Luca Vecchi, il Presidente Anpi di Reggio Emilia, Giacomo Notari, in rappresentanza delle Associazioni Partigiane ANPI – ALPI – APC,  Giammaria Manghi, Presidente della Provincia e la cara collega Albertina Soliani, che ha reso possibile la realizzazione di questa giornata, confermando la vocazione dell’Istituto Cervi ad essere un luogo di straordinario valore per questa terra e per l’Italia intera, per chi è qui oggi e per le generazioni future.

Ricorre quest’anno il 72°anniversario dell’eccidio dei Sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri.

Si tratta di un importante anniversario, che ogni anno celebriamo per rendere omaggio ai nostri Caduti e per riflettere sulla memoria pubblica della Resistenza, sulla nostra identità, sull’attualità e sul futuro del nostro Paese.

Questo poligono, luogo dell’eccidio, è divenuto il simbolo di una profonda ferita, quella inferta a tutto il popolo italiano con la ferocia del nazifascismo e i suoi massacri, le sue umiliazioni, le sue persecuzioni.

Qui Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio, ed Ettore, furono fucilati per mano dei fascisti all’alba del 28 dicembre 1943. Il maggiore aveva 42 anni, il più giovane 22 anni. Con loro Quarto Camurri, anch’egli 22enne, ucciso per essersi unito, nell’ottobre precedente, alle loro lotte.

Furono giorni, quelli, di tremende sofferenze per donne e uomini del nostro Paese, che dopo l’8 settembre, con la morte della “patria fascista”, la fuga del Re e dei vertici militari da Roma, dovettero affrontare le crudeli stragi e deportazioni messe in atto dall’occupazione nazifascista.

Genoeffa e Alcide, genitori dei sette fratelli Cervi, erano contadini profondamente cattolici e antifascisti. Tutta la famiglia, negli anni del regime, aveva deciso da che parte stare, tant’é che Gelindo era stato arrestato e ammonito nel settembre del 1939 per “offese alla milizia”, nel 1942 sia lui che Ferdinando erano finiti in carcere per non aver ottemperato alla legge sull’ammasso del frumento, ed Ettore, il più giovane dei fratelli, aveva svolto propaganda contro il regime nel 1943 all’interno del 36° reggimento di fanteria.

La storia dei fratelli Cervi, della cosiddetta ”banda Cervi” di Alcide Cervi e dei figli, così come quella di Quarto Camurri e di tanti altri partigiani, è formata da un insieme di differenti biografie che intrecciate tra di loro spiegano, in maniera esemplare, il nascere della Resistenza in questa terra e in buona parte d’Italia. Alle loro lotte si erano uniti presto donne e uomini provenienti da diverse tradizioni politiche: quella cattolica e quella socialista, che molto influenzarono Alcide, quella liberale, e quella comunista, diffusa soprattutto grazie alla nascita, nel 1933, a Campegine, paese dei fratelli Cervi, di una cellula del Partito comunista.

Il Fascismo aveva da tempo svelato il proprio volto più violento e autoritario, tradendo le aspettative di modernità a cui avevano creduto diversi ceti della popolazione: molti operai, contadini, braccianti, intellettuali, mezzadri, si impegnarono in un’azione di contrasto al regime, e con la nascita della Repubblica di Salò scelsero di partecipare, ognuno a suo modo, alla Resistenza: accadde nell’Appennino e accadde qui, nei Campi Rossi e in tutta la bassa pianura reggiana, dove proprio i fratelli Cervi avevano messo in piedi la loro rete politico-militare.

Ecco perché il 25 novembre del 1943, la “Casa Cervi”, da tempo considerata dai fascisti un pericoloso covo, fu attaccata e incendiata: tutti gli uomini furono arrestati e il 28 dicembre i sette fratelli e Quarto Camurri furono fucilati.

Alcide, come sappiamo, riuscì ad evadere dal carcere nel gennaio del 1944, anno in cui morì anche sua moglie: “Avevo cresciuto sette figli – scriverà più tardi – adesso bisognava tirar su undici nipoti”.

Quella della famiglia Cervi, dunque, è una storia drammatica, ma è una storia che ci parla di valori: democrazia, libertà, progresso. Una famiglia di agricoltori istruiti, in cui la bonifica di campi difficili da coltivare e il faticoso lavoro della terra si fanno simbolo di riscatto, di coraggio, di volontà: “La storia della mia famiglia – ha scritto Alcide – non è straordinaria, è la storia del popolo italiano combattente e forte”.

Queste persone vanno ricordate non solo per come sono finite le loro vite, stroncate in modo tragico dalla ferocia fascista, ma anche per come hanno vissuto, senza mai piegarsi ai continui tentativi del Fascismo di imporre le proprie regole, il proprio stile di vita, il proprio disprezzo per le organizzazioni sindacali come per i partiti, per la pace come per la non violenza. E il proprio disprezzo per le donne, che dopo aver raggiunto, durante il primo Novecento, importanti traguardi in termini di emancipazione, ingresso nel mondo del lavoro, rappresentanza, si erano ritrovate durante il Ventennio a dover vivere in una forte subalternità sociale, in una cultura profondamente patriarcale, misogina, sessista: la donna come “pietra fondamentale della casa, sposa e madre esemplare”, voleva lo stereotipo fascista. Ecco perché furono molte le donne che coraggiosamente presero parte alla guerra partigiana, in una Resistenza senz’armi combattuta con gesti di sopravvivenza quotidiana lontano da padri, mariti, compagni e fratelli, andati a combattere lontano dalla propria famiglia o fatti prigionieri.

La commemorazione di oggi, per rendere omaggio ai fratelli Cervi e a Quarto Camurri, è un incontro per riconoscere noi stessi nel ricordo di chi pagò, ieri, con la propria vita, la nostra libertà di oggi.

Quelle sette medaglie al Valor Militare che il Presidente De Nicola appuntò sul petto del sopravvissuto e ormai settantaduenne Alcide, il 7 gennaio 1947, sono il riconoscimento di un evento drammatico ma anche il simbolo di una rinascita, quella di un Paese che dopo essere stato umiliato dalla dittatura e logorato dalla guerra sceglie di riscattare se stesso costruendo la Repubblica, la libertà, la democrazia.

Nel 1954, il poeta Salvatore Quasimodo scrisse queste parole:

“[…] scrivo ancora parole d’amore, e anche questa è una lettera d’amore alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi non alle sette stelle dell’orsa: ai sette emiliani dei campi. Avevano nel cuore pochi libri, morirono tirando dadi d’amore nel silenzio. Non sapevano soldati, filosofi, poeti, di questo umanesimo di razza contadina. L’amore, la morte in una fossa di nebbia appena fonda”.

Sono parole straordinarie che hanno contribuito nel tempo, insieme alle parole di molti altri intellettuali che di questa storia hanno voluto scrivere, come Piero Calamandrei, Gianni Rodari, Italo Calvino, Rafael Alberti, a renderci tutti partecipi di un passato prezioso per il nostro oggi e il nostro domani.

Ai fratelli Cervi e a Quarto Camurri questa terra deve il ricordo quanto lo deve tutto il Paese, affinché si possa trarre lezione dall’orrore della dittatura e della guerra. È importante ricordare perché sapere ciò che è stato costituisce la nostra stessa identità, il nostro esserci qui e ora, e il nostro guardare al futuro nella piena consapevolezza di quanto faticosa sia stata la costruzione della pace, della democrazia, della libertà.

Faremmo un grave errore se considerassimo l’evento di oggi come un semplice rituale da ripetere di anno in anno. Quello di oggi non è un esercizio retorico, ma un’occasione per andare al cuore della nostra storia e della nostra memoria.

Storia e memoria, appunto. Su queste due parole vorrei ribadire due concetti fondamentali.

Il primo, riguarda la storia, e il fatto che la Resistenza, in cui sono le radici della nostra Costituzione, diede vita ad una cultura in grado di tendere alla realizzazione della persona e della sua dignità, a un nuovo modo di sentire, pensare ed agire per la tutela dei diritti umani. Questo è quanto di più prezioso oggi possa comprendere, un ragazzo o una ragazza, rispetto alla propria identità di italiani e di europei.

Il secondo punto, invece, riguarda la memoria. Rileggo volentieri con voi questo breve passaggio. Si tratta di un intervento svolto molti anni fa, presso la Camera dei Deputati, da Nilde Iotti, nella seduta del 18 gennaio 1953, quando durante le dichiarazioni di voto contro quella che lei e tutta l’opposizione di allora chiamarono “legge truffa”, affermò:

“Alcuni giorni fa, in una delegazione della mia provincia che ha assistito ai lavori di questa Assemblea, vi era una ragazza di 15 anni con un volto un po’ chiuso, quasi estraneo alle cose che erano intorno a lei. Questa ragazza porta un nome glorioso, che forse è sconosciuto a voi (in questo nostro paese le glorie della patria cadono nell’oblio quando appartengono alla parte popolare della nazione): Cervi. La sua è una storia molto dolorosa: appartiene ad una famiglia in cui […] sette fratelli furono uccisi dai fascisti e dai tedeschi. Di quella famiglia di contadini, che era consapevole della democrazia e della libertà e che aveva ospitato per questa sua fede i prigionieri alleati fuggiti […] dai campi di concentramento, rimasero soltanto quattro donne, le spose dei fratelli maggiori, il vecchio padre e la madre, stroncata qualche mese più tardi dal dolore. […] Io conosco queste donne: ho parlato con loro ed ho sentito, sì, il dolore e la tragedia che hanno sconvolto quella famiglia, ma accanto al dolore e all’angoscia ho sentito una serenità, una forza che proviene loro dalla coscienza che il sacrificio compiuto dai loro cari ha creato le condizioni perché la patria sia libera, democratica, perché lo spirito del Fascismo sia allontanato dal nostro paese”.

Con questa affermazione Nilde Iotti portò all’attenzione della Camera la storia viva della propria terra, e lo fece in un periodo storico in cui molte delle cose che oggi sappiamo sui fratelli Cervi ancora non si conoscevano, contribuendo così a un ricordo che nel tempo è divenuto ampiamente condiviso da tutti per mostrare gratitudine verso chi si è sacrificato per la libertà e la democrazia.

Se guardiamo alle vicende di questa terra, la memoria passa per gli scritti di intellettuali e poeti e nelle testimonianze di Alcide Cervi, e passa anche per le testimonianze di Maria Cervi, che al momento della cattura dei familiari da parte dei fascisti, era la più grande tra i bambini di Casa Cervi: è stata la principale artefice della crescita dell’Istituto Cervi come istituzione culturale a livello nazionale, e della rinascita del Museo Cervi come accreditato luogo di memoria per tutto il Paese. Questo è molto importante, e ci permette di guardare alla celebrazione di oggi anche come un grande omaggio che tutti dobbiamo fare alla ricerca storica, in un momento in cui sta scomparendo, per ragioni anagrafiche, la generazione di chi ebbe modo di vivere, in prima persona, le terribili esperienze della dittatura e della guerra: deportazioni, persecuzioni, violenze di ogni tipo.

La valorizzazione delle testimonianze è dunque ancora più difficile e per questo assai preziosa: sono voci che con il tempo sono divenute memoria collettiva e che oggi ci permettono di coltivare la conoscenza di ciò che è avvenuto con la barbarie nazifascista, ricordando le vittime che con il loro sacrificio contribuirono alla nascita dell’Italia democratica e repubblicana e di un’Europa di pace e prosperità.

La ricerca storica è importante, in questo senso, perché chi fa ricerca agisce per il bene della comunità, mette la propria intelligenza al servizio di una verità che è sempre più complessa di quanto appaia a prima vista, costruisce una sapienza che siccome si fonda su fatti e documenti, e su procedimenti pubblici e verificabili, è l’esatto contrario del dogma e della verità imposta.

Ma la memoria non può essere data per scontata, deve essere tenuta viva in tutti noi, ogni giorno e non solo il 28 dicembre per ricordare i Fratelli Cervi oppure il 25 aprile per festeggiare la Liberazione. Le ricorrenze sono importanti, ma perché il nostro passato possa avere un senso per il tempo futuro, la memoria ha bisogno di essere praticata e frequentata ogni giorno, ha bisogno di farsi valore.

In Europa e nel mondo, il riemergere di nazionalismi e venti di guerra, di fenomeni discriminatori di tipo omofobico, la riproduzione di stereotipi e pregiudizi nei confronti delle comunità ebraiche, il revisionismo storico fomentato da ideologie antisemite, xenofobe, razziste, ci dimostra proprio questo: la memoria va tenuta viva perché serve a comprendere il presente e ad apprezzare le conquiste fatte con la libertà, la pace, la democrazia.

Penso, ad esempio, a ciò che è accaduto nei mesi scorsi a Milano, quando è stato deturpato il murale che rappresenta la Resistenza a Niguarda o quando  l’ennesimo raid “nero”, contro l’Istituto Pedagogico della Resistenza, ha danneggiato la biblioteca e mandato distrutto l’intero archivio informatico dell’Istituto, negli stessi giorni in cui un raduno neofascista si svolgeva nelle strade della città. Penso a questo e provo una profonda indignazione, e credo che non sia un caso se i simboli della Resistenza e dell’antifascismo, se gli spazi della memoria e quelli della cultura, i luoghi dello studio e della ricerca, risultino sempre un po’ ostili a chi coltiva l’insofferenza verso i valori democratici e repubblicani.

È accaduto anche in Emilia Romagna, in passato, e questa di Milano è solo l’ultima, in ordine di tempo, tra le vergognose dimostrazioni che alcune minoranze amano fare per negare la verità di ciò che è stato. Spesso lo fanno con la violenza, con l’incitamento all’odio e con l’insofferenza verso qualsiasi tipo di confronto. Invece la conoscenza e il confronto aiutano, e si nutrono a vicenda. Per questo mi rivolgo ai giovani, in particolare, che hanno la possibilità di essere sempre curiosi, di amare la conoscenza, di essere affamati di verità. A loro dovremmo dire: non sprecate la vostra fame di verità, non fermatevi sulla superficie delle cose.

In questo senso devo dire che chi è cresciuto in queste terre è anche a suo modo fortunato, perché qui si offre la possibilità di conoscere da vicino quel che è stato. Non tutti hanno l’opportunità di vivere in una comunità in cui la memoria può essere così viva, così forte. “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione – disse Piero Calamandrei in un suo celebre discorso ai giovani nel 1955 – andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.

Colgo l’occasione di questa citazione per sottolineare un tema che mi sta particolarmente a cuore. Il prossimo anno festeggeremo il settantesimo anniversario della nascita della Repubblica italiana e del settantesimo anniversario della Costituzione, ma forse non tutti sono ben consapevoli che  festeggeremo anche il settantesimo anniversario del riconoscimento dei diritti elettorali delle donne. Un anniversario molto speciale, dunque. Esercitato per la prima volta nel 1946, il voto delle donne rappresenta una conquista di civiltà di straordinaria importanza, un tema non sempre ben valorizzato nella storiografia ufficiale e non sempre abbastanza approfondito nella sua essenza di piena cittadinanza e di piena partecipazione: un traguardo che ha reso il nostro un Paese democratico e una società più matura. Una ricchezza per tutti, dunque.

Gli sviluppi della ricerca storica degli ultimi settant’anni ci hanno insegnato che immenso è stato il sacrificio delle donne che contribuirono alla lotta partigiana. Il contributo delle donne alla Resistenza è senz’altro uno degli aspetti più importanti che dobbiamo saper valorizzare.

Le donne, che da sempre avevano esercitato ruoli fondamentali nella famiglia e nel lavoro nei campi, cominciarono ad ottenere importanti riconoscimenti anche in quegli ambiti che in quel momento si andavano sviluppando nel segno di un forte cambiamento culturale, sociale e tecnologico. Un cambiamento che in parte si era verificato già con la Grande Guerra, ma che durante la Resistenza si accentuò ed evidenziò la capacità, delle donne, di uscire dalla dimensione privata e famigliare in cui erano state relegate da tradizioni culturali patriarcali e tabù autoritari, per condurre il Paese verso una più matura ed equa condivisione di tutte le responsabilità pubbliche e private.

Anche questo è un aspetto fondamentale per comprendere il senso di quelle scelte di lotta e di libertà che sfidando l’idea della subalternità della donna condussero il nostro Paese verso la democrazia, verso una maggiore giustizia sociale, contribuendo alla realizzazione del suffragio universale, all’acquisizione di diritti che il Fascismo e tutti i precedenti governi avevano negato o garantito solo a una parte della società, e soprattutto alla scrittura della nostra  Costituzione e dei suoi princìpi di solidarietà, di pari dignità tra donne e uomini, di ripudio della guerra, di libertà di culto, di espressione, di pensiero.

Essere uniti in questa commemorazione, dunque, vuol dire anche sapersi interrogare su quanto sia importante realizzare una piena cittadinanza per tutti.

Le sfide attuali riguardano in particolar modo i tanti migranti in cerca di lavoro, e i tanti richiedenti asilo che bussano alle porte dell’Europa in fuga da guerre e persecuzioni. Saper accogliere e coltivare inclusione, garantendo sicurezza per tutti e una piena partecipazione alla vita collettiva, sono obiettivi inscritti nei principi stessi della nostra Costituzione, compiti complessi ai quali non ci si può sottrarre. Penso, in particolare, all’articolo 3 della nostra Costituzione, che con il suo richiamo alla pari dignità sociale dei cittadini e alla loro eguaglianza davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ci invita oggi ad agire concretamente per l’inclusione, per il dialogo interculturale, per il riconoscimento delle unioni civili, per l’eliminazione di quelle numerose disparità tra donne e uomini che ancora oggi incidono negativamente sullo sviluppo economico e sociale del nostro Paese e sulla qualità della nostra democrazia.

Vorrei spendere le mie ultime parole su un aspetto che riguarda il nostro essere uniti nella memoria.

Oggi non mancano, e probabilmente continueranno ad esserci, tentativi di riscrivere fatti ed eventi non con lo spirito dell’approfondimento storico-scientifico, ma con l’approccio negazionista di chi vorrebbe ridurre o addirittura elogiare le nefaste responsabilità storiche di persone, movimenti o partiti che condussero alla dittatura, prima, e alla guerra, poi. La superficialità di chi afferma che l’antifascismo sia qualcosa di superato o da superare, l’idea che l’antifascismo sia “roba da libri di storia”, come ha recentemente scritto e detto qualcuno, sono proprio il frutto della profonda ignoranza di chi non sa, di chi non conosce.

Sono preziose le parole che l’ex partigiano Vittorio Foa rivolse all’ex repubblichino Giorgio Pisanò: “È vero, abbiamo tutti combattuto e ci furono combattenti che lo fecero con onore da una parte e dall’altra, ma se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione, dove mi trovavo insieme a tanti altri come me, mentre poiché abbiamo vinto noi, tu sei oggi Senatore della Repubblica. Questa è la differenza”.

Ecco perché l’antifascismo non è roba da libri di storia, ed ecco perché dobbiamo coltivare la conoscenza di ciò che è avvenuto con la barbarie del totalitarismo e della guerra.

È fondamentale per un Paese che vuole coltivare una sana coscienza civile, riuscire a fare i conti col proprio passato. E per farlo è utile, sempre e in particolare qui, oggi, ribadire l’impossibilità di equiparare l’esperienza della Resistenza con quella della Repubblica di Salò: è un dovere che dobbiamo compiere per onestà intellettuale, morale, politica. Si tratta di scelte contrapposte, a cui si aderì per ragioni e valori non paragonabili: da un lato, la lotta per la libertà, i diritti, la democrazia, dall’altro, il sostegno alla Germania nazista, la giustificazione di eccidi, rappresaglie e rastrellamenti, la cultura antisemita e antidemocratica del Manifesto di Verona.

Ecco perché la Resistenza non è solo una verità storica ma qualcosa di più, proprio come la storia di Quarto Camurri e dei Fratelli Cervi, una vicenda che spesso viene chiamata “leggenda”: è leggenda non perché non sia vera, ma perché la sua verità è divenuta qualcosa di più per tutte e tutti noi, una fonte di conoscenza, di identità, di ispirazione per costruire nella nostra Europa nuovi giorni di pace e democrazia.

Viva l’Italia, viva la pace.