E’ in edicola il libro Maternità, il tempo delle nuove mamme, edito dal Corriere della Sera: una grande inchiesta che vuole raccontare come stanno le madri italiane (e come vorrebbero stare).

Pubblico qui la prefazione che ho scritto.

Una battaglia di valore – Valeria Fedeli

Questo bel libro non è solo il racconto, pieno di dati, analisi e testimonianze, della situazione delle donne nel nostro Paese.

E non è un semplice atto di denuncia, perché le denunce da sole, senza analisi e proposte, non cambiano il mondo, mentre noi vogliamo farlo. E’ molto di più: è la testimonianza viva dell’impegno e della determinazione di tante, ognuna dalla posizione che occupa nella società, per metterci in condizione di vivere una nuova stagione che qualifichi, grazie a più libertà per le donne e più responsabilità per gli uomini, la cittadinanza con più diritti, lo sviluppo, il benessere di tutti.

Racconta la storia di un Paese che emargina e non investe sulle donne e ragazze rinunciando ad arricchirsi delle loro energie, competenze e peculiarità. E mette in fila storie e riflessioni di molte che si battono da anni, e di recente con un approccio nuovo e moderno, perché desiderose di liberare queste energie, di mettere le proprie capacità a disposizione della comunità, di misurarsi, partecipare, affinché l’Italia diventi finalmente un Paese per donne e per uomini e riesca così ad essere un posto più giusto e più ricco. Più umano e civile.

Una battaglia di valore, e di valori.

Affermo questo perché, spesso, commettiamo l’errore di credere che la costruzione della cittadinanza paritaria sia esclusivamente un impegno per i diritti delle donne, una questione di valori e basta. Releghiamo così le nostre discussioni in un orizzonte ristretto che a volte può apparire retorico e rischia di nascondere l’obiettivo principale: uno sviluppo equilibrato e sostenibile, che faccia aumentare il benessere per tutti nel Paese, dia opportunità alle giovani generazioni, riconosca il contributo di questa metà del cielo e le permetta di offrirlo senza limitazioni. Che smetta di tenere una parte di mondo ai margini della vita economica e sociale, prigioniero di culture e stereotipi fuori dalla storia e dalla realtà.

Questa metà del cielo, le donne, sono oggi per l’Italia un tesoro da valorizzare, una delle più grandi risorse che abbiamo, la vera materia prima su cui costruire un nuovo sviluppo.
E’ questa la consapevolezza che ci muove, ognuna nella sua responsabilità e nel proprio contesto, verso un obiettivo ambizioso ma che piano piano si avvicina: un Paese a misura di donna, in cui la famiglia e la maternità non siano un onere, il lavoro una chimera e la discriminazione una costante.

La discriminazione delle donne è un tema che dovrebbe essere più presente nel dibattito sul cambiamento e sul futuro, perché è parte di un discorso più largo che riguarda la qualità del mondo che vogliamo costruire, in termini di benessere, relazioni, prosperità economica, modelli sociali, cittadinanza.

Non rendersene conto vuol dire essere affetti da una miopia grave: quanto aumenterebbe il benessere delle nostre comunità se le famiglie potessero aggiungere al loro reddito quello della donna? Se i servizi per l’infanzia fossero un diritto garantito a tutti? Se le donne fossero libere di non dover scegliere tra figli e lavoro? Se i compiti di cura familiare fossero distribuiti più equamente tra uomini e donne?
Quanto migliorerebbe la qualità del nostro futuro se i giovani crescessero senza stereotipi e pregiudizi di genere e rifiutassero con forza la violenza e le discriminazioni?

Se quello che vogliamo costruire è una società il cui obiettivo sia migliorare la qualità della vita ed il benessere, questa è una strada obbligata su cui camminare con decisione, convinzione e lucidità.

Sono da anni impegnata su questo fronte, lo sono stata prima nel sindacato ed oggi dalla nuova funzione di Vice Presidente Vicaria del Senato. Ed è da qui che ho avuto modo di cogliere a pieno i cambiamenti che stanno finalmente maturando nel Paese grazie ad una politica, un Parlamento ed un Governo che sembrano essere oggi più sensibili rispetto agli anni recenti.

Spesso si parla male della politica ma, su questo, credo che abbia recentemente dimostrato di essere più avanti dei gruppi dirigenti sempre pronti a criticarla.

Abbiamo il Parlamento più “rosa” della Repubblica e, nello stesso tempo, questo è il primo Governo paritario della storia d’Italia, e la qualità del percorso di riforme che stiamo esprimendo ha marcatamente il segno delle donne del Governo.
Ma non solo: l’attenzione alla parità di genere è stata inserita nella nuova legge elettorale e nella riforma Costituzionale e le nuove nomine fatte dal Governo hanno valorizzato molte donne in ruoli importanti.
Dopo questi buoni risultati in termini di empowerment politico, oggi resta da lavorare su quelli economico e sociale. Molti degli interventi stanno andando dunque in questa direzione ma serviranno tutto il nostro impegno, la nostra capacità di costruire alleanze nella società e una visione chiara e lucida, per arrivare a una svolta.

Riprendere il filo della battaglia per l’uguaglianza sostanziale tra uomini e donne vuol dire oggi partire da due grandi questioni: il lavoro e la cultura. Sembrano lontane tra loro, ma sono quanto mai legate, e vanno affrontate nello stesso tempo, insieme.

La prima questione centrale è il lavoro, quella forse in cui si intrecciano con più forza il valore e i valori di questo cambiamento di paradigma che tutte vogliamo.
Il lavoro è strumento di libertà e autonomia, ma è anche la condizione per mettere a frutto competenze, capacità, spirito d’iniziativa e qualità che le donne possono portare nei processi produttivi.

Siamo decisamente in ritardo: da noi i tassi di occupazione femminile sono ancora tra i più bassi d’Europa, le donne hanno posizioni lavorative inferiori ai colleghi uomini e sono discriminate anche nelle retribuzioni che, a parità di livello, sono minori.
Il tutto a fronte di dati ottimi sull’istruzione: le donne infatti si laureano di più e meglio degli uomini.
Quanto la mancata partecipazione sia una questione anche economica ce lo ha ricordato l’ultimo rapporto McKinsey che ha calcolato quanto varrebbe la piena partecipazione femminile al mercato del lavoro: un tesoro che è calcolato essere pari al 26% del Pil globale, la ricchezza di Cina e Usa messe insieme, e che per l’Italia varrebbe svariati punti di PIL.

Solo per farsi un’idea, secondo uno studio del Fondo monetario internazionale del 2013, il gender gap all’Italia costa circa 15 punti percentuali di PIL e le motivazioni principali, come facilmente prevedibile, hanno a che fare con gli inadeguati strumenti di welfare, specialmente riguardo alla conciliazione tra lavoro e vita privata e la condivisione delle responsabilità.

Per un mercato del lavoro a misura di donna servono, oggi, l’impegno di tutti, buone leggi ed una riforma del welfare coraggiosa. Ne abbiamo discusso molte volte insieme ed è un dato che è emerso anche nello studio realizzato dalla “27esima Ora” che mostra quanto il tema della conciliazione tra lavoro e famiglia e della condivisione sia tra gli ostacoli principali all’occupazione femminile, evidenziando inoltre una chiara insoddisfazione degli italiani per gli attuali strumenti di sostegno alla maternità oltre a un dato davvero interessante: il desiderio dei padri di condividere gli oneri e le responsabilità familiari con le compagne e le mogli.

E’ necessario strutturare politiche per la conciliazione, certo, e investire con forza anche su un aspetto finora rimasto ai margini del dibattito: la condivisione. Qui infatti può avvenire la svolta e possiamo misurare l’innovazione delle politiche pubbliche.

E’ un tema spesso tralasciato ma che ha grande valore: ha a che fare con un diverso approccio alla relazione di coppia, alla gestione familiare, al rapporto profondo tra uomini e donne, in tutti i campi.
Portare la discussione oltre la conciliazione e verso la condivisione è un’operazione coraggiosa e importante, che oggi possiamo permetterci grazie ai passi in avanti fatti grazie al lavoro di questo governo che con il Jobs Act ha esteso le tutele a tutte le lavoratrici – colmando un vulnus che di fatto trasformava per intere categorie di lavoratori e lavoratrici il diritto ad avere un figlio in un privilegio -, è intervenuto sulle dimissioni in bianco e infine sta ultimando la legge sullo smart-working che può rappresentare davvero una svolta importante.
La Ministra Fornero aveva provato timidamente a costruire un’inversione di tendenza senza però la forza e la determinazione necessarie, stabilendo in via sperimentale che il padre avesse diritto, nel triennio 2013-2015, a tre giorni di congedo da sfruttare nei primi 5 mesi del bambino/a, di cui il primo obbligatorio. Un passo in avanti debole ed incerto, che ha finito per non essere utilizzato a pieno neanche dai padri che avrebbero voluto. Una sperimentazione che rischia di lasciare poca traccia di sé e di non produrre conseguenze tangibili.
Per questo sono davvero felice di essere la prima firmataria del Disegno di Legge che abbiamo costruito insieme per la condivisione della responsabilità genitoriale. Permettere ai padri di condividere con le madri una parte di queste responsabilità e’ un primo passo importante verso condivisione e conciliazione effettive.
Il DDL chiede, infatti, che si introducano nel nostro Paese quindici giorni di paternità obbligatoria, una svolta enorme che permetterebbe di superare le resistenze culturali e ambientali ancora presenti nella società e nelle imprese.
Da un lato darebbe uno strumento importantissimo a quei padri che vorrebbero già partecipare più attivamente alle cure familiari ma che non lo fanno perché sarebbero discriminati sul luogo di lavoro; dall’altro avrebbe un valore pedagogico per tutti coloro che questo tema non se lo sono mai posto e ne farebbero volentieri a meno, utilizzando l’impegno lavorativo come una scusa. Queste le motivazioni della scelta di rendere obbligatorio il congedo.
Sarebbe utile poi nei confronti degli imprenditori, poiché agirebbe sulla domanda di lavoro andando nella direzione di pari i criteri di assunzione per gli uomini e per le donne, oggi discriminanti perché il peso della maternità e delle cure familiari cade troppo spesso solo su queste ultime. Superare tale discriminazione aiuterebbe i datori di lavoro a considerare soltanto meriti e competenze, riducendo il peso del genere nei criteri di selezione.
Può sembrare una questione di poco conto, invece rappresenterebbe davvero un cambio di paradigma importate se si aggiungesse agli altri interventi per la conciliazione: a un nuovo regime per le cure familiari, all’innalzamento delle prestazioni per la maternità, a investimenti in asili pubblici e incentivi alle assunzioni, a una lotta serrata al gap salariale e così via. Battaglie che da anni portiamo avanti con forza, alle quali va affiancata, perché centrale per trasformare la maternità in una responsabilità e in una scelta condivisa.
E’ un Disegno di Legge ambizioso, che necessita di coperture economiche importanti, su cui servono la spinta e l’appoggio delle donne, e degli uomini del mondo del lavoro e dell’impresa, perché la condivisione, oltre la conciliazione, sarebbe una grande conquista verso un nuovo rapporto tra maternità, lavoro, famiglia.
Un cambio di passo si rende necessario su questo versante poiché è ormai chiaro che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e le politiche necessarie a renderla possibile sono un modo per rilanciare con forza la crescita economica e sociale del Paese, oltre che a quella demografica.
Da anni è stato infatti evidenziato da studi autorevoli che il lavoro femminile non è un ostacolo alla natalità come molti credono, anzi, nei Paesi ad alto reddito, a differenza di quanto avveniva in passato, le donne che hanno meno opportunità di occupazione fanno anche meno figli. Maggiori livelli di fecondità sono invece legati a tassi d’occupazione femminile elevati, a più ampi investimenti in politiche di conciliazione famiglia-lavoro e allo sviluppo dei servizi di welfare adeguati.
In Europa, i Paesi con i tassi d’occupazione femminile più bassi e con un indice di natalità inferiore hanno una copertura di servizi ridotta, presentano una minore disponibilità dei padri a prendere congedi parentali, le donne vi hanno un maggior carico di lavoro domestico, e la condivisione del lavoro di cura tra uomini e donne è minore.
L’occupazione femminile è, dunque, sia un motore di sviluppo che uno strumento di promozione della famiglia e della natalità. Questioni importanti in società destinate all’invecchiamento come le nostre.
Valore e valori si tengono insieme con forza sulla strada della parità e che ci chiamano ad interventi decisi. Non possiamo lasciare le donne nella condizione di dover scegliere tra lavoro e figli. E’ una situazione che crea angoscia, frustrazione, costringe a mettere da parte progetti di vita e ambizioni a causa di un sistema ipocrita, che dimentica quanto scelte di genitorialità siano un mattone fondamentale per la costruzione collettiva della competitività del Paese in futuro.
Il riconoscimento della maternità come valore sociale non può restare relegato nelle discussioni retoriche sulla famiglia, o in mano a chi, in nome di questo, vorrebbe che le donne fossero soltanto madri: va usato come stimolo per attuare politiche davvero innovative fautrici di una società amica delle donne che vogliono lavorare e avere figli, che le valorizzi in entrambi i ruoli e si arricchisca della loro presenza.
Conciliazione e condivisione sono, dunque, passaggi fondamentali e complementari in una nuova visione dei servizi e del welfare più attenti alle persone, e adeguati ai nuovi bisogni della società. Occorre liberare energie e rafforzare i servizi per l’infanzia e gli anziani non autosufficienti, emancipare le risorse delle donne e offrire strumenti che consentano anche agli uomini di farsi carico del lavoro familiare.
Solo in quest’ottica la maternità potrà diventare fino in fondo una scelta libera e condivisa.
Solo così potremo costruire quel rinnovamento nella cultura politica del Paese necessario per superare stereotipi e approcci alla base di un’idea sbagliata e limitativa della donna, che ci rende più deboli nella competizione internazionale privandoci di un enorme potenziale e bloccando un parte decisiva dello sviluppo del Paese.
Le leggi hanno, poi, anche un altro obiettivo: servono a modificare la mentalità dei cittadini.
Molto è il lavoro da fare, ed è necessario farlo a partire dai bambini: è tra loro che dobbiamo diffondere un approccio maturo alla parità di genere, che potrà germogliare nella società e dare i suoi frutti.
“Terre des Hommes” ha recentemente presentato uno studio sui giovani, che affianca buone notizie (la stragrande maggioranza di loro crede ad esempio che i ragazzi dovrebbero partecipare ai lavori familiari) a vecchi stereotipi, ma da cui emerge anche una richiesta chiara: il 77,3% di loro, l’86% tra le ragazze e il 71,2% tra i ragazzi, chiede che la scuola si occupi di formarli all’uguaglianza di genere ed al rifiuto di stereotipi e violenza. Un numero straordinariamente alto, che segnala una consapevolezza giovanile che non possiamo che assecondare.
Dobbiamo rimediare ad errori passati e presenti, agli esempi familiari sbagliati, a quelli che arrivano ai giovani dalla tv e dai media, ma anche dai gruppi dirigenti del Paese, pensiamo ad esempio alle parole di Tavecchio sullo sport femminile o a una certa politica che, anche di recente, ha dato sfoggio di un insopportabile bullismo di genere.
La nostra responsabilità è fare della scuola il luogo principe di questo cambiamento, per far loro comprendere il valore della diversità e la ricchezza che questa comporta.
Il rispetto dell’identità di genere è infatti una precondizione per uno sviluppo diverso dei nostri ragazzi, affinché siano consapevoli di quanti stereotipi rischino di condizionare la loro visione del mondo, delle donne, dei rapporti affettivi.

Educazione, leggi, un nuovo welfare, ma soprattutto una riflessione attiva sul modello di sviluppo da adottare. Questi gli strumenti e il quadro di un percorso verso una società migliore, con più benessere e sostenibilità.

Credo che oggi sia necessario l’impegno delle donne per un discorso davvero innovativo sul benessere delle nostre comunità, che porti in dote alla politica e al mondo del lavoro un approccio gentile allo sviluppo, con al centro la sostenibilità economica, sociale e ambientale delle scelte e che tenda a un orizzonte pragmatico e idealista al tempo stesso.
Anche grazie alla disponibilità di tanti uomini che prendono iniziative e si spendono per la parità: imprenditori, politici, sindacalisti, semplici cittadini sono sempre più ingaggiati in questi processi, e spetta a noi coinvolgerli ogni giorno di più in un’alleanza che abbia come obiettivo l’eguaglianza di opportunità, nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze, come condizione fondamentale per la crescita sociale e economica.

Un lavoro impegnativo, che in tante da Nord a Sud stanno conducendo nella quotidianità e che trova nella “27esima Ora” un riferimento sempre più importante e autorevole, grazie alle alleanze tessute nella società che fanno da piattaforma ad un femminismo nuovo che non può restare chiuso nei confini di un genere, ma deve investire tutti, donne e uomini. Perché come ha detto recentemente la giovane Malala Yousafzai, premio Nobel per la pace, “Sono femminista, perché femminismo è un’altra parola per dire eguaglianza”.
Ma anche sviluppo e benessere.
Tutte parole da declinare assieme, uomini e donne.
Una questione di valori, e di valore.