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Oggi ho partecipato all’inaugurazione dei corsi di laurea triennale dedicati alla preparazione delle professionalità denominate MICSE.

Inclusione e accoglienza sono elementi fondanti di una società coesa, che fa della differenza fonte di arricchimento e sviluppo, che integra senza escludere né emarginare.

L’avvio di questi corsi di laurea triennale, nati sotto l’impulso del Ministero che ho l’onore di servire, del Ministero dell’Interno e della Comunità di Sant’Egidio, per formare figure altamente specializzate di mediatori per l’intercultura e la coesione sociale in Europa, è segno del riconoscimento da parte delle istituzioni dell’importanza dell’apertura e dell’integrazione per la costruzione di un futuro di pace per il nostro Paese.

I corsi, che abbiamo fortemente voluto e che oggi sono realtà, rimarcano la necessità irrimandabile di un intervento volto a costruire ponti tra culture diverse per permettere scambio e contaminazione, per costruire progresso. Sano, sostenibile, di uguaglianza e pari opportunità. Sono rimasta molto colpita dai dati e dalle informazioni riguardo alla presenza, tra le immatricolate e gli immatricolati a questi corsi, di studentesse e studenti immigrati o nuovi italiani. Sono dati che danno la misura del senso di responsabilità che queste ragazze e questi ragazzi sentono nei confronti di chi, come loro, ha vissuto esperienze di vita di cambiamento e di conquista di nuovi stati esistenziali e nuovi diritti. Vedo questa volontà e questa determinazione come una sorta di ‘give back’ che dovrebbe stimolarci ad essere, giorno dopo giorno, sempre più all’altezza di questo profondo senso civico e di questa apertura di orizzonti che le nuove generazioni possiedono.

Il nostro sistema d’istruzione è luogo virtuoso di inclusione, dal quale tutta la società dovrebbe prendere esempio.

Nelle scuole italiane studiano ogni giorno oltre 800.000 studentesse e studenti di cittadinanza non italiana. Nelle nostre università, nell’anno accademico 2015/2016, su 271.000 immatricolate e immatricolati il 5% era straniero. Si tratta di giovani che italiane e italiani lo sono di fatto. Manca solo un riconoscimento formale.

Per questo ritengo che, come Parlamento, abbiamo il dovere di approvare al più presto la legge che riscrive le regole dell’acquisizione della cittadinanza nel nostro Paese, legge in questo momento al Senato. Si tratta di una norma di civiltà che riconosce la cittadinanza per nascita sul suolo italiano nel caso in cui almeno uno dei genitori di origine straniera abbia il permesso di soggiorno permanente, ius soli temperato, o al termine di un percorso scolastico, ius culturae. Siamo considerati, per la nostra posizione geografica, porta d’Europa. L’approvazione di questa legge, l’inclusione nelle nostre scuole e l’istituzione di questi nuovi percorsi formativi possono fare di noi la casa di nuove cittadine e di nuovi cittadini.

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