10 anni fa ci lasciava Bruno Trentin, uomo della Resistenza, del sindacato, protagonista per anni della storia civile, culturale, politica e democratica del nostro Paese.

Ricordo perfettamente quel 23 agosto 2007, in parte per via del rapporto che ci legava – Trentin aveva avuto e continua ad avere, infatti, un ruolo fondamentale nel mio percorso – ma soprattutto perché avevo la forte consapevolezza che l’Italia stava perdendo una figura di riferimento importante, di grande lungimiranza, lontana dal conformismo e sempre dalla parte dei diritti delle persone.

Grazie all’esempio che ci ha lasciato, agli scritti, ai suoi discorsi, quel giorno la società perdeva l’uomo ma non il suo messaggio e la sua visione.

Oggi, nel ruolo che ho l’onore di ricoprire, rileggo i suoi scritti, le sue parole, e li trovo più che mai attuali.

Penso ad esempio a quanto scritto e detto da Trentin sul rapporto tra lavoro e conoscenza, che definiva come uno straordinario intreccio necessario per superare vecchie e nuove diseguaglianze.

“Un nuovo contratto sociale, inclusivo di un welfare effettivamente universale diventa peraltro imperativo di fronte alle gravi disuguaglianze che contraddistinguono, prima di tutto in termini di opportunità, l’accesso ai servizi sociali fondamentali, a cominciare dalla scuola e dalla formazione e che esistono fra i diversi contratti ed i diversi statuti del lavoro”.

Così parlò nel 2002 in occasione del conferimento della laurea honoris causa presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Parole che sono attuali anche nel 2017: la scuola e la formazione – intese come servizi sociali fondamentali – sono, ancora oggi, la chiave per la libertà degli individui e per una piena capacità di scelta.

Il sapere come strumento di uguaglianza era una parte fondante del suo messaggio, declinato anche con sguardo proiettato al futuro quando parlava di “digital divide”, del rischio di un nuovo analfabetismo, della necessità per tutte le cittadine e per tutti i cittadini di avere i mezzi per conoscere, studiare ed esprimersi.

Nella stessa occasione, parlando dell’organizzazione del sistema formativo, immaginandolo aperto e utile alle prospettive occupazionali, indicava la necessità di sperimentazioni trasparenti tra formazione e imprese. Un’innovazione introdotta solo poco tempo fa in Italia, e su cui, ancora oggi, stiamo lavorando perché sia sempre più trasparente e di qualità.

Credo, però, che l’insegnamento più grande che Bruno Trentin ci ha lasciato riguardi l’approccio con cui si affrontano i cambiamenti della società che viviamo.

I cambiamenti vanno studiati, conosciuti, governati. Mai subiti.

Non se ne deve avere paura, non se ne può scappare, serve confrontarsi su come approcciarli, vanno guidati perché siano limitate le conseguenze negative e valorizzate quelle positive.

Sono fortemente convinta della trasversalità e universalità di questo messaggio che non riguarda solo il mondo della rappresentanza ma l’intera società. Riguarda il futuro, le giovani generazioni e l’intero sistema Paese.

Bruno Trentin per me è stato una guida a cui sarò per sempre grata, un punto di riferimento fondamentale anche nel far maturare in me l’idea della necessità di un’educazione permanente che non lasci indietro nessuna e nessuno.

Se oggi, nella responsabilità pubblica che esercito, ho sempre in mente l’Articolo 3 della nostra Costituzione, il principio con cui affronto ogni mia scelta, per costruire una scuola inclusiva, di tutte e di tutti e connessa al mondo del lavoro, è anche per aver avuto il privilegio di conoscere persone come lui.

Caro Bruno – ti scrivo come se fossi ancora qui – oggi, quando partecipo ad iniziative, visito scuole e università o semplicemente sono tra le persone, capita che qualcuno mi chieda quale sia la mia storia. Io ovviamente rispondo e puntualmente racconto di essere cresciuta nella CGIL di Bruno Trentin e Luciano Lama. Lo dico orgogliosamente, ogni volta.

Grazie di tutto.

Valeria