Perché l’Italia sia davvero un Paese per donne e uomini, a partire dalla politica

La XVIII Legislatura è caratterizzata, oltre che dal profondo cambiamento politico espresso dal voto popolare, da due importanti novità in termini di qualificazione trasversale della rappresentatività. Quello che si è insediato il 23 marzo è infatti il Parlamento più giovane e con più donne nella storia della Repubblica. L’età media è di poco superiore ai 44 anni alla Camera e ai 52 al Senato (dati AGI/Openpolis), ed entrambi i rami del Parlamento presentano un elevato tasso di ricambio (quasi il 66% alla Camera e poco più del 64% al Senato).

Per quanto riguarda le donne, la loro presenza complessiva in Parlamento si attesta sul 35% (dati Youtrend); alla Camera le elette sono 225, pari al 35,71% dei deputati (dato Camera dei deputati), e 86 al Senato, circa il 36%. Per la seconda volta di fila quindi – lo stesso era accaduto nel 2013 – le elezioni ci presentano un Parlamento con un record di presenza femminile. L’incremento rispetto alla passata legislatura – in cui la percentuale di deputate e senatrici era pari a circa il 30%, con una crescita del 10% rispetto al 2008 – è meno significativo di quanto non fosse accaduto nel passaggio precedente, soprattutto grazie alla scelta politica che aveva compiuto il PD di dare concretamente seguito alle regole antidiscriminatorie che il partito si è dato quando è nato, ma è comunque molto importante che la tendenza sia confermata in crescita.

È importante che in Parlamento ci siano molte donne, e ancor più giovani donne. Una rappresentatività più equilibrata serve al Paese, per rendere il Parlamento più rappresentativo e capace di svolgere la propria funzione democratica, con l’attenzione a realizzare cambiamenti nell’interesse di tutte e tutti. Una rappresentanza più paritaria permette al Parlamento di rappresentare meglio la realtà, di interpretare e governare i cambiamenti in corso, di agire in coerenza con il compito di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione, e in coerenza con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu del 2015. Un Parlamento con una composizione di genere più equilibrata permette di adottare un’ottica di gender mainstreaming in tutte le politiche, per promuovere la parità in ogni campo, per cambiare i nostri modelli culturali e, ovviamente, le nostre leggi, per rendere quindi la vita e l’occupazione delle donne meno faticose.

Il problema – e dal mio punto di vista è un problema grave – è in che misura le diverse forze politiche contribuiscono a questa inedita presenza femminile. Al primo posto per “parità di genere” si colloca il Movimento 5 Stelle, con il 42,4% di elette tra Camera e Senato, e all’ultimo Fratelli d’Italia con il 26%; il Partito Democratico si trova soltanto al terzo posto con il 33,7%, staccato di quasi due punti da Forza Italia.

Alla crescita della presenza femminile, dunque, i partiti non hanno contribuito in maniera uniforme: soltanto il Movimento 5 Stelle ha superato la soglia del 40%, mentre la presenza delle donne del centro sinistra, è sensibilmente diminuita, e quel 33,7% di donne tra le elette e gli eletti del PD, a fronte del 37% della passata legislatura, è molto più che deludente.

Per capire come ciò sia potuto accadere, occorre fare un passo indietro. La legge elettorale vigente, il cosiddetto Rosatellum, prevede alcune norme antidiscriminatorie (sbaglia chi parla impropriamente di quote) sulla rappresentanza di genere: nessuna lista o coalizione può avere più del 60% di candidati dello stesso genere nei collegi uninominali; nessuna lista o coalizione può avere più del 60% di candidati dello stesso genere nelle liste plurinominali; le liste plurinominali, infine, devono presentare candidature alternate per genere. I partiti hanno rispettato queste norme (anche se, prevedibilmente, l’equilibrio 60-40 è pur sempre rimasto a favore delle candidature maschili); eppure il risultato elettorale vede un Parlamento in cui la presenza femminile, sia pure in aumento, è ancora lontana dal 40%, e soprattutto in cui la percentuale di donne è molto diversa da un gruppo all’altro.

Il fatto è che, come molte e molti hanno spiegato, i partiti hanno sì rispettato le prescrizioni del Rosatellum, ma nella concreta formazione delle liste ne hanno “aggirato” la sostanza attraverso due espedienti: il primo è stato quello di presentare candidature femminili nei collegi uninominali in cui era più probabile la sconfitta, e il secondo quello di candidare la stessa donna come capolista nelle liste plurinominali dei collegi in cui era più probabile la vittoria: in questo modo, grazie a quello che è stato chiamato “effetto flipper”, la capolista eletta in un altro collegio avrebbe lasciato il posto al candidato uomo che, in nome dell’alternanza di genere, veniva subito dopo di lei nella lista.

Due espedienti che sono stati utilizzati anche nella formazione delle liste del mio partito, il Partito Democratico. Se mi sento coinvolta personalmente, non è soltanto perché la mia candidatura nelle liste plurinominali di diversi collegi rispondeva a questa logica – e il fatto che me ne sia resa conto soltanto a posteriori e con dispiacere è parte del problema, non certo della soluzione. Il problema, infatti, è che è venuta a mancare quella funzione di garanzia e di controllo, ex ante, di attenzione esplicita e dichiarata da parte di donne e uomini del PD sulle politiche di genere che dovrebbe essere parte integrante dei compiti che spettano a una parlamentare e dirigente di partito, una funzione che ho sempre cercato di svolgere con il massimo impegno, sin dall’inizio del mio mandato in Senato nella scorsa legislatura, così come ho sempre fatto nei miei 34 anni da sindacalista italiana ed europea. Rispetto a questa mia mancanza, giustificazioni politiche non ce ne sono.

La gestione delle candidature ha così prodotto un arretramento politico, che è proseguito con le scelte sui capigruppo e sulle presenze istituzionali. Nel Partito Democratico è in corso una riflessione profonda sulle ragioni della sconfitta elettorale; una riflessione necessaria per decidere insieme da dove ripartire. E in questa riflessione occorre valutare anche ruolo e funzione della rappresentanza femminile.

Oltre agli errori da non ripetere, però, a mio avviso è necessario anche analizzare e valutare con cura le cose buone fatte nei cinque anni appena conclusi.

Nella scorsa legislatura, grazie a una forte presenza femminile in Parlamento e al ruolo fondamentale del PD come partito di governo, abbiamo ottenuto risultati importanti in diversi campi: dall’equilibrio di genere nelle istituzioni rappresentative al contrasto della violenza sulle donne (ratifica della Convenzione di Istanbul, creazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nuove norme sullo stalking, misure a sostegno delle vittime di violenza), dal sostegno alla genitorialità (eliminazione delle dimissioni in bianco, maternità per lavoratrici autonome e ricercatrici, congedo obbligatorio di paternità, sostegno alla natalità) all’educazione al rispetto delle differenze e alla parità di genere.

Abbiamo lavorato per migliorare concretamente la vita delle donne e per allargare i diritti di tutte e tutti: la strada è segnata, ma è ancora lunga davanti a noi. Per andare avanti, la nostra azione nel nuovo Parlamento sarà decisiva – e dovrà esserlo anche se le donne elette nel PD sono meno che in precedenza, anche se il PD sarà all’opposizione. Nella passata legislatura, la nostra forza non è stata soltanto quella dei numeri, né solo quella derivante dall’essere partito di governo: non meno importante, infatti, è stata un’attività parlamentare a tutto campo, capace di tessere alleanze sulle cose concrete e di praticare la trasversalità in nome di obiettivi condivisi. La sconfitta del 4 marzo e i dati deludenti delle donne elette dal nostro partito sono questioni serissime su cui dovremo lavorare nei prossimi mesi, ma quella forza dobbiamo e possiamo spenderla da subito, senza esitazioni. Dobbiamo essere lucide nell’analisi anche dei nostri limiti politici di “voce collettiva” politica delle donne del Partito Democratico. Ciò è necessario se vogliamo davvero superare la sconfitta subita anche sul terreno della rappresentanza di genere, se vogliamo ricostruire le ragioni fondanti del PD come partito di donne e uomini e costruire, davvero, un Paese per donne e uomini.