PNRR e occupazione femminile: il mio intervento all’evento di Volare

Voglio innanzitutto ringraziare Volare per il confronto di oggi e poi Titti di Salvo e gli altri ospiti intervenuti prima di me per le interessanti riflessioni.

Fra ormai pochi giorni, entro la fine di aprile, il Governo italiano – quindi il Paese – consegnerà in sede europea il PNRR, dopo la condivisione in Parlamento con le parti sociali e imprenditoriali. Forse si poteva fare ancora di più in termini di coinvolgimento, ma è indubbio che siamo giunti a un punto di svolta.

Possiamo allora chiederci, questione giustamente posta anche oggi, se nel Piano elaborato dal governo e discusso in Parlamento è stata data la giusta e strategica priorità a uno straordinario investimento per l’aumento dell’occupazione femminile e giovanile, con particolare attenzione al lavoro delle giovani donne.

Per me si tratta della priorità più importante. Aumentare l’occupazione femminile è infatti lo strumento che più di ogni altro può aiutarci ad attivare percorsi di crescita nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile che preveda non solo l’aumento del PIL, ma del benessere, dei diritti, della qualità di ogni esperienza.

La parità di genere, a partire proprio dal superamento dei gap occupazionali, è un valore di tutte e tutti, ed è il più straordinario potenziale che possiamo esprimere per il nostro futuro, coerentemente con quanto definito anche a livello europeo (il superamento dei gender gap è un fattore centrale nell’impostazione del Next Generation EU) e globale (la parità di genere è uno degli obiettivi fondamentali e trasversali dell’Agenda 2030 dell’Onu).

Puntare alla piena occupazione attraverso un piano straordinario per il lavoro delle donne non è un’espressione demagogica, ma significa lavorare per realizzare una visione di innovazione economica e sociale per tutto il Paese, riducendo ogni gender gap e smettendo lo spreco di talenti, di competenze, di energie, di capacità delle donne. 

Credo che su questo occorre essere molto puntuali e decisi: considerare l’aumento dell’occupazione femminile e giovanile la chiave per una crescita sostenibile comporta assumere che questa è la più grande transizione che possiamo e dobbiamo saper realizzare, tanto da arrivare a corrispondere esattamente, ad essere parte inscindibile e strumento decisivo per compiere quelle transizioni digitale ed ecologica che sono tra gli obiettivi prioritari del Paese e del Governo.

Credo che facilmente noi che siamo oggi a discutere possiamo essere d’accordo su questo, ma altrettanto sono convinta che invece nel Paese questa sia una consapevolezza che manca. Non c’è in Italia un’opinione pubblica diffusa consapevole e concorde sul fatto che quello per l’occupazione femminile e giovanile sia l’investimento prioritario.

Titti Di Salvo ha ragione a dire che la pandemia ha scoperchiato i gap, appare fin troppo evidente, ma le proposte di soluzione non partono tutte dalla stessa analisi. C’è una parte del dibattito pubblico trasversale che punta ancora sui bonus, sugli sgravi per le assunzioni e non si pone invece il tema di cambiare le condizioni strutturali del paese in modo da permettere realmente di aumentare l’occupazione femminile. Come? Investendo prioritariamente le risorse del NGEU sui percorsi formativi da 0 a 6 anni, ad esempio, e sulle infrastrutture sociali e i cosiddetti lavori di cura che devono diventare professioni.

Anche negli atti che Camera e Senato hanno votato la scorsa settimana trovo ci sia una eterogeneità di misure molto preoccupante, perché così la priorità viene annacquata. E se non diamo priorità ora, concretamente e fattivamente, all’aumento del lavoro delle donne, e in particolare delle giovani donne, perdiamo un’occasione storica. Se non assumiamo oggi, come Paese tutto, la prospettiva di un cambiamento profondo, culturale, sociale ed economico, se non lo facciamo oggi che fronteggiamo a causa della pandemia il più grande stravolgimento del mondo cui eravamo abituati, se non lo facciamo oggi che abbiamo risorse formidabili, allora rischiamo di non cambiare per molto molto tempo.

È allora necessario e urgente che la parte di opinione pubblica che ha individuato e condivide la priorità dell’occupazione femminile si assuma la responsabilità di svolgere una funzione guida, facendosi promotrice, prima della fine di aprile, di un patto esplicito di sistema per l’aumento dell’occupazione femminile e giovanile con la declinazione di progetti trasversali alle linee di transizione ecologica e digitale. Questo deve essere il nostro piano per il NGEU, non altro. E dobbiamo condividerlo più possibile e nel tempo più rapido possibile, in modo che la priorità sia concretamente riscontrabile negli obiettivi e nei progetti previsti dal Piano.

Da questo punto di vista un esempio interessante arriva dall’Emilia Romagna dove si stanno facendo una serie di progetti e intese proprio per superare la famosa “concertazione Ciampi” e il tipo di dialogo sociale che anche l’attuale governo in parte svolge, andando verso un modello che potremmo definire della condivisione sociale.

Ritengo quindi fondamentale che il Parlamento possa visionare e valutare in anticipo la riscrittura di ciò che viene portato in Europa e che tutti i soggetti decisionali vengano coinvolti e resi partecipi. Il tempo è certamente poco e la sfida complessa, ma ne va della riuscita di un’opportunità epocale.

Per riuscirci, questo ci ha insegnato il dibattito europeo, occorre che nel confronto con il Governo, in Parlamento, nel partito, con le rappresentanze sociali tutte, si affermi un asse di visione orizzontale rispetto ai ruoli e alle funzioni che esercitiamo. Se proponiamo l’aumento dell’occupazione femminile e giovanile come scelta di sistema, è poi il ministro del Lavoro che deve assumere questa proposta e portarla nel governo, affinché il governo possa promuovere un patto con tutti i soggetti che compongono il cosiddetto sistema Paese. Serve capacità di condividere orizzontalmente le scelte, anche dentro il Partito Democratico. Ciascuna e ciascuno poi esercita la propria responsabilità in verticale, ma è orizzontalmente che stabiliamo l’intreccio fondamentale tra gli investimenti in istruzione e formazione permanente e l’aumento dell’occupazione femminile, dando quindi slancio alla crescita economica, culturale, sociale di tutto il Paese.

La nostra prospettiva non può prescindere dal vedere legati – strutturalmente e strategicamente, come finora descritto – tre grandi investimenti sul futuro: per la parità di genere, a partire proprio dal lavoro; per la transizione ecologica e digitale; per quella che chiamo filiera della conoscenza (garantire istruzione di qualità a tutte e tutti come base per una crescita soddisfacente, per un lavoro di qualità, per poter contribuire in modo consapevole e positivo alla comunità). La conoscenza così intesa è un fattore di uguaglianza, di realizzazione personale e di crescita collettiva, di innovazione industriale, è un fattore competitivo su scala globale – e l’abbiamo visto anche in questo anno, con la scienza decisiva in tutte le risposte alla pandemia, dall’analisi dei dati ai vaccini.

Abbiamo una prospettiva di lavoro, già in parte condivisa e da diffondere nel Paese per renderla maggioritaria, intorno cui costruire tutte le scelte politiche per il domani, già a partire dall’oggi.

In questo scenario – e concludo – sarebbe un tragico errore non aprire immediatamente un tavolo per prevenire, governare, accompagnare le conseguenze dello sblocco dei licenziamenti. Alla presentazione del nostro recovery plan in Europa dobbiamo essere pronti a governare le prime ricadute che si avranno su imprese, lavoratori e lavoratrici, condividendo scelte e visioni con tutti i soggetti, promuovendo il confronto con le diverse rappresentanze per dare le risposte concrete che servono a gestire il presente e, nello stesso tempo, costruire il futuro.