Conciliare? No, condividere!

Per la prima volta un disegno di legge di iniziativa parlamentare, quello sull’equità di genere nel tempo dedicato al lavoro e alla cura dei figli a prima firma Nannicini-Fedeli, viene sottoscritto in modo paritario da donne e uomini e nello specifico dalle senatrici e senatori De Petris e Ruotolo, Matrisciano e Romano, Bonino e Nencini, una coppia per ciascuna delle forze politiche che finora hanno deciso di sostenere strumenti e obiettivi di una riforma che rappresenta un vero salto culturale dall’idea assistenzialistica della conciliazione tutta a carico delle donne a quella innovativa, europeista e progressista della condivisione tra donne e uomini

Un ddl nato dagli incontri promossi a distanza dall’Associazione Volare e che, proprio durante i mesi di pandemia, hanno consentito un confronto franco, aperto, ricco di contributi, tra esperti, altre associazioni, donne e uomini che hanno messo a disposizione competenze ed esperienze per individuare i migliori strumenti per trasformare una visione di società in cambiamento positivo per tutte e tutti.

Da qui nasce quella che abbiamo definito, consapevoli dell’apparente contraddizione in termini, una “riforma rivoluzionaria” di sistema per passare da politiche di conciliazione a politiche di condivisione nell’equilibrio tra vita e lavoro attraverso determinati strumenti come congedi obbligatori e facoltativi perfettamente egualitari, part-time di coppia agevolato, sgravi contributivi per sostituzioni di maternità e paternità e sostegno alle imprese per ripensare l’organizzazione del lavoro.

Una riforma coerente con l’obiettivo del superamento del gender gap trasversale a tutte le 6 missioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza da 190 miliardi di euro circa che proprio nei giorni scorsi ha ottenuto il via libera dell’Europa. Sfida decisiva e cruciale alla quale orientare tutti gli investimenti necessari alla costruzione di una crescita sociale, economica, culturale del nostro Paese davvero innovativa, davvero sostenibile, davvero inclusiva.

Mai, in questi mesi e anni, ci siamo stancati di ripetere, come tutti i dati e le stime riportano e confermano, che il principale ostacolo al potenziale di sviluppo complessivo dell’Italia sta nella percentuale troppo bassa di occupazione femminile e nei diversi divari di genere – di retribuzione e di carriera – che impediscono, condizionano, limitano la piena e paritaria partecipazione delle donne al mondo del lavoro.

Un ostacolo per la crescita del Pil e insieme una violazione del principio fondamentale dell’uguaglianza sostanziale su cui è fondata la nostra Repubblica e che trova la sua massima espressione nell’articolo 3 della Costituzione.

Con questa proposta di legge si intendono allora affrontare le ragioni strutturali e gli ostacoli materiali alla libera scelta e delle donne e quindi a una società paritaria, ostacoli che affondano le radici negli stereotipi di genere e nella cultura patriarcale che la Repubblica ha il dovere di rimuovere a partire però dalla capacità di compiere, proprio a livello di sistema, un salto culturale dal concetto di conciliazione a quello di condivisione.

Avendo fatto e continuando a fare della conciliazione uno strumento esclusivamente riservato alle donne si è infatti cristallizzato il pregiudizio per il quale nella nostra società è alle donne che spetta il compito, il peso, di conciliare tempi, modi e luoghi di vita familiare e di lavoro retribuito fuori casa. Al punto che in moltissimi casi lo sforzo è tale da costringere molte a rinunciare o alla vita familiare e alla maternità o al lavoro, come si è visto chiaramente anche nei mesi scorsi con i dati sui posti di lavoro persi dalle donne e in particolare dalle lavoratrici madri durante la pandemia.

Siamo a oltre un anno e mezzo dall’irrompere del Covid, un anno che ha modificato radicalmente condizioni di vita, di salute, di lavoro di relazione, aumentato le disuguaglianze e le discriminazioni. Ragion per cui, anche grazie al costante confronto con associazioni, gruppi e reti di donne, dentro e fuori le istituzioni, in Parlamento e nella società, ci siamo impegnate e impegnati per mettere al centro del Pnrr il superamento di tutti i gap, a cominciare da quelli di genere, che impediscono la partecipazione paritaria delle donne al mondo del lavoro e degli uomini alla vita familiare e quindi una crescita e uno sviluppo più equo e sostenibile.

Tra i primi effetti che, se approvata, questa legge produrrebbe, ci sarebbe proprio la redistribuzione egualitaria del tempo di lavoro e di cura dei figli all’interno delle famiglie e quindi l’effettivo superamento delle ragioni che nel mondo del lavoro – dalla scelta da parte delle aziende di chi assumere tra un uomo e una donna proprio in considerazione dei carichi familiari, alla somministrazione del part time fino alle opportunità di carriera – portano a una forte discriminazione nei confronti delle donne.

Una conseguenza del ritardo con cui il nostro sistema di welfare familiare si sta adattando a un mercato del lavoro profondamente mutato rispetto al passato e in continuo cambiamento. Un sistema ancora basato su un modello tradizionale nella ripartizione dei compiti di genere che condiziona negativamente la libertà di scelta delle donne di partecipare pienamente al lavoro ma anche quella degli uomini di partecipare pienamente alla vita familiare e di crescita dei figli.

Questa proposta di legge interviene dunque in modo radicalmente innovativo e integrato su tre asset fondamentali: persone, aziende, servizi territoriali.

Per quanto riguarda le persone vengono previsti: 5 mesi di maternità e paternità perfettamente egualitari pagati al 100% (oggi all’80% nei casi delle donne e zero su zero nel caso degli uomini) per tutte le lavoratrici e i lavoratori sia dipendenti che autonomi, sia del settore pubblico che privato e per tutte le famiglie anche omogenitoriali; 12 mesi di congedi parentali con indennità più generose e utilizzabili fino al 14esimo anno di età dei figli aumentati fino a 3 anni per quelli con disabilità; part time di coppia agevolato su modello tedesco utilizzabile da ciascun genitore per 12 mesi fino a 6 anni dalla nascita o dall’adozione o in alternativa il lavoro agile di coppia.

Per accompagnare le aziende in questa rivoluzione si introducono anticipi delle indennità da parte dell’Inps per le piccole imprese, sgravi contributivi per sostituzioni di maternità e paternità e part time di coppia, riduzione del costo del lavoro da contratti collettivi per 20% maternità obbligatoria e la figura del “manager della condivisione” per migliorare l’organizzazione del lavoro e favorire la produttività con un nuovo equilibrio tra vita e lavoro.

Infine, per quanto riguarda i servizi territoriali, si punta a bandi aperti ai comuni per realizzare servizi integrati di sostegno alla genitorialità e per ripensare gli orari dei servizi comunali a favore di una logica della condivisione.

Una riforma strutturale, che determina un cambiamento profondo e permanente, modifica abitudini e comportamenti e così agisce anche sui modelli culturali.

Un passaggio fondamentale dalla conciliazione, che non incide su ruoli, responsabilità e possibilità e agisce in termini poco più che assistenziali, alla condivisione che investe ruoli, responsabilità e possibilità non solo delle donne ma anche degli uomini. Per permettere alle donne di non dover abbandonare lavoro e carriera. E per permettere agli uomini di vivere pienamente le responsabilità, ma anche le gratificazioni uniche dell’essere padri.

Per rimettere al centro la libertà di scelta di tutte e tutti.