Centenario Agnelli: l’iniziativa a Torino per ricordare un protagonista della storia industriale, sindacale e sociale del Paese

Ricordare il ruolo pubblico di primissimo piano occupato nel nostro Paese da Gianni Agnelli significa, per una sindacalista e politica come me, intrecciare la sua storia con quella delle relazioni industriali, sindacali, sociali e politiche del nostro Paese. Ecco perché considero importante poter partecipare come relatrice al convegno promosso oggi a Torino dalla Fondazione Anna Kuliscioff, Fondazione Bruno Buozzi e dalla Fismic Confsal per discutere e riflettere, nel centenario della nascita di Gianni Agnelli, sul percorso e il ruolo dell’imprenditoria italiana e quindi della famiglia Agnelli e della Fiat. Una storia che ha accompagnato, come recita il titolo di questa iniziativa, “le vicende politiche e sociali del nostro Paese a cavallo di due secoli”. Una storia che è anche quella di parte del sindacato italiano e dei rapporti tra sindacato, Fiat, famiglia Agnelli. La storia della Fiat è una storia complessa, talvolta drammatica. I rapporti tra l’azienda e il sindacato sono stati spesso molto difficili, tesi, conflittuali. Ma nei momenti cruciali si sapeva che era sempre possibile un intervento ragionevole, positivo, di Agnelli. “Si può discutere sul merito dell’accordo del 1975 – dirà anni dopo Bruno Trentin – ma va riconosciuta ad Agnelli la capacità di ascoltare le ragioni degli altri e il coraggio della decisione. Non soltanto in quell’occasione”. “Tra me e Agnelli – diceva Lama – non ha mai spirato aria di acredine, di cattiveria, di spirito di vendetta. Eravamo avversari, questo sì, ma schietti, leali, rispettosi l’uno delle responsabilità dell’altro: tra noi valeva la parola più di ogni codicillo scritto. Cercavamo di affrontare le cose in modo tale da non offenderci reciprocamente nella dignità e ci siamo riusciti”. Da parte sua Agnelli diceva di Lama: “Appartenevamo alla stessa generazione, eravamo nati nello stesso anno. Quindi avevamo condiviso le stesse emozioni, gli stessi avvenimenti del paese: la guerra, il dopoguerra, il ’48, la ricostruzione, gli anni dello sviluppo industriale”.

Un rapporto complicato tra i due ma improntato sempre al rispetto reciproco, alla capacità di riconoscere le ragioni l’uno dell’altro nell’interesse generale del Paese. Tra molte altre sue caratteristiche, questa è certamente una delle caratteristiche di Agnelli che, pur nelle differenze di posizioni, gli sono state largamente riconosciute sia a livello nazionale che internazionale. E fu proprio all’estero, sulla base della sua esperienza oltre confine, che Agnelli maturò l’idea che il compito storico del mondo imprenditoriale non dovesse limitarsi solo allo sviluppo industriale del Paese ma anche a quello culturale e sociale. Nacque allora, era il 1967, la Fondazione Giovanni Agnelli. Un lungo percorso che ha accompagnato le varie trasformazioni dell’industria e della società italiana fino alla svolta del 2008 con la scelta di concentrare attenzione, risorse, studio, analisi sui temi dell’istruzione e della formazione. Fu da allora che la Fondazione, del cui Cda ho l’onore di essere componente, è diventata un punto di riferimento quando si parla e si discute di education, di società della conoscenza e di capitale umano. Un’attività sempre qualificata, approfondita, puntuale, che si fonda principalmente sulla consapevolezza – una consapevolezza di diffondere e rafforzare sempre di più – che è proprio il sapere e i saperi a rappresentare oggi la più straordinaria risorsa per lo sviluppo e la crescita di ciascuno e per tutti e i principali strumenti per affrontare i cambiamenti e vivere da protagonisti in un mondo sempre più complesso e che cambia sempre più velocemente.