Investire nella “consapevolezza della parità di genere” in tutti i campi

Il richiamo del neo presidente della Consulta Amato in applicazione dell’articolo 3 della Costituzione

Pubblicato su Huffington Post il 31 gennaio 2022

Il 23 aprile prossimo la Corte costituzionale compirà 66 anni. Era infatti il 23 aprile del 1956 quando si tenne la sua prima udienza pubblica.

Un lungo periodo nel corso del quale la Consulta ha mostrato equità, lungimiranza, coraggio nel risolvere le migliaia di questioni giuridiche pervenute nel corso dei decenni. Fu ad esempio proprio a seguito di una delle sentenze storiche con cui la Consulta ha contribuito all’avanzamento sociale del nostro Paese, la n. 33 del 18 maggio del 60, che, con la legge n. 66 del 9 febbraio 1963, il Parlamento diede il via libera all’ingresso delle donne in magistratura.

La Corte costituzionale è  stata spesso più avanti della politica stessa nel riconoscere, coerentemente con il dettato costituzionale, quei diritti che, nonostante la Costituzione, nonostante l’articolo 3 sulla parità sostanziale tra donne e uomini, soprattutto le donne hanno faticato e faticano a vedersi riconosciuti e che, “di fatto”, non trovano ancora concreta applicazione nei diversi ambiti della società e nell’accesso alle massime cariche istituzionali, politiche, giuridiche, degli enti economici e culturali.

Ancora nessuna donna ha infatti mai raggiunto il vertice della Procura generale della Cassazione o del Consiglio di Stato o della Corte dei Conti. Nessuna donna è mai diventata presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica.

Il 29 gennaio scorso Giuliano Amato è stato eletto presidente della Corte Costituzionale. Come primo atto ha nominato tre vicepresidenti tra cui due donne: le giudici Silvana Sciarra e Daria de Pretis, oltre al giudice Nicolò Zanon. Una scelta che ne conferma il profilo di fine giurista attento non solo sul piano formale ma soprattutto sostanziale al riconoscimento e inclusione delle competenze femminili, al diritto all’uguaglianza e alla piena attuazione del principio fondamentale contenuto nell’articolo 3 della Costituzione. Ne è testimonianza il suo fattivo impegno per il riconoscimento del diritto dei figli e delle figlie ad assumere anche il cognome materno. Proprio lo scorso anno Amato fu relatore dell’ordinanza n. 18 con cui la Corte ha sollevato davanti a se stessa la questione di presunta incostituzionalità della parte dell’articolo 262 del codice civile che impone, in mancanza di diverso accordo tra genitori, l’acquisizione alla nascita del cognome paterno. Una battaglia di cui, dopo la storica sentenza n. 286 del 2016 della Corte costituzionale e di cui sempre Amato fu redattore, si attende ormai solo l’approdo in Parlamento per l’approvazione finale della legge che vede impegnate nella società numerose associazioni di donne, in particolare la “Rete per la parità”, e dentro il Parlamento deputate e senatrici di ogni schieramento politico riunite, in Senato, in un intergruppo formalmente costituito e di cui ho l’onore e la responsabilità del coordinamento.

Nella sua prima conferenza stampa da presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato ha tuttavia sottolineato che l’obiettivo del raggiungimento di una piena parità di genere non può dipendere solo dal legislatore, dovendosene piuttosto fare carico la società nella sua complessità, ciascuno per la propria funzione e responsabilità.

Per esplicitare questa considerazione ha citato la legge sull’introduzione del reato di femminicidio. Sebbene la legislazione italiana sia la più avanzata sul fronte della parità di genere, negli ultimi anni si è dovuto introdurre un reato come il femminicidio che rappresenta l’esito più tragico e fatale di quell’insieme di stereotipi e pregiudizi di matrice radicalmente patriarcale, determinati dallo storico squilibrio di potere nei rapporti di forza tra donne e uomini, per cui alcuni uomini considerano la donna come una proprietà, un oggetto che l’uomo stesso è legittimato a eliminare. Legittimato e talvolta anche “giustificato” se si ripercorrono alcune sentenze in cui il riconoscimento delle attenuanti è stato fondato sui concetti di “raptus”, di“tempesta emotiva”. Concetti che non basta la legge a rimuovere perché appunto, essendo di matrice culturale, culturalmente devono essere sradicati attraverso un’azione congiunta e costante di educazione, formazione, sensibilizzazione nell’acquisire quella che Amato ha chiamato“consapevolezza della parità”.

Non a caso il neo presidente della Consulta ha citato tutte le volte in cui lui stesso si è posto il problema di quante donne fossero presenti nei panel a dimostrazione del fatto che la parità nella rappresentanza delle competenze chiamate a confrontarsi sui più svariati temi non è un dato di fatto ma un obiettivo ancora da raggiungere.

Quando le statistiche ci dicono che in tutti gli ambiti professionali le donne rappresentano ormai la metà e oltre delle competenze ma che man mano che si sale di livello la loro possibilità di accesso a quello successivo si riduce sempre di più e all’apice la presenza maschile è praticamente sempre prevalente se non esclusiva, la consapevolezza della mancata parità e la necessità del riconoscimento di pari opportunità di accesso a parità di carriera, titoli, competenze, è il messaggio di Amato, non può essere imposta per legge.

Considero le osservazioni del presidente Amato estremamente importanti e utili. Ma anche un monito e un richiamo alla responsabilità di ciascuno. Rieleggendo il presidente Mattarella al Quirinale, i grandi elettori hanno tolto al Parlamento e al governo ogni alibi per un disimpegno anticipato rispetto alle urgenze che attendono il Paese. A cominciare dall’attuazione del Pnrr che vede come sua condizione trasversale a tutte le singole missioni la riduzione della disuguaglianza di genere e un forte investimento sul lavoro femminile e sulla condivisione delle responsabilità di cura e familiari. Azioni e politiche concrete e necessarie per costruire il decisivo cambiamento culturale necessario a realizzare il non più rimandabile principio fondamentale della nostra Carta dell’uguaglianza sostanziale, “di fatto”, nel riconoscimento, valorizzazione e inclusione delle differenze, a cominciare da quelle di genere.