In Senato una mozione per la prevenzione e il contrasto delle mutilazioni genitali femminili

Tra le tante crisi e disuguaglianze che con la pandemia sono scivolate in secondo piano, spesso rimosse o oscurate, c’è anche una delle forme più cruente e pericolose di violenza, discriminazione e violazione dei diritti femminili che nel mondo si conoscano: le mutilazioni genitali a danno di donne e bambine. I numeri di questa pratica, diffusa in moltissimi paesi – la maggioranza africani – ma non solo, sono altissimi e dietro questi numeri ci sono storie di forte dolore – fisico, psicologico, morale – e spesso anche di morte.

Incrementare e garantire le risorse destinate alla prevenzione e al contrasto alla pratica delle mutilazioni genitali femminili previste dalla legge n.7 del 9 gennaio 2006 è l’obiettivo della mozione depositata in Senato e sottoscritta da tutte le senatrici, di maggioranza e opposizione, dell’intergruppo sul contrasto alle MGF, oltre che da senatori e senatrici di tutte le forze di maggioranza, per impegnare il governo contro questa tragica pratica ancestrale finalizzata al controllo maschile sulla sessualità, integrità e dignità femminile, pericolosissima per la salute, spesso mortale che coinvolge nel mondo circa 250 milioni di donne e bambine.

Sebbene sia internazionalmente riconosciuta come violazione dei diritti umani, si calcola che siano circa 68 milioni le bambine in tutto il mondo che rischiano, prima del 2030, di subire questa pratica antichissima che precede la diffusione del Cristianesimo e dell’Islam ma che più che un’usanza “culturale” va chiaramente definita “abuso minorile contro le bambine”.

Una violenza perpetrata ai danni di bambine e ragazze tra l’infanzia e i 15 anniche,sottoposte a questa tortura, rischiano la morte per cause che vanno dallo shock emorragico, alla sepsi. Inoltre, con la crescita le donne mutilate subiscono una serie indicibile di drammatiche conseguenze quali continue infezioni e forti dolori, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS e da HPV con un maggiore rischio di sviluppare un tumore del collo dell’utero, oltre a epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza e da ultimo un elevato rischio di mortalità materna.

Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7 recante Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile l’Italia ha introdotto nel codice penale il delitto di pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili di cui all’articolo 583-bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chiunque cagioni una mutilazione degli organi genitali femminili. Non solo. Trattandosi di un fenomeno che investe al proprio interno le famiglie, è molto difficile che venga denunciato. Ecco perché, oltre che sul piano repressivo, l’obiettivo di quella legge era soprattutto quello di agire sulla prevenzione, la comunicazione, la sensibilizzazione attraverso un numero verde specifico, apposite campagne informative rivolte alle comunità di migranti provenienti dai Paesi in cui sono effettuate le pratiche di mutilazioni genitali, la conoscenza dei diritti fondamentali della persona, in particolare delle donne e delle bambine, e del divieto vigente in Italia di tali pratiche.

I fondi previsti dalla legge erano inoltre finalizzati a organizzare corsi di informazione per le donne infibulate in stato di gravidanza; promuovere appositi programmi di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole dell’obbligo, anche avvalendosi di figure di riconosciuta esperienza nel campo della mediazione culturale; promuovere presso le strutture sanitarie e i servizi sociali il monitoraggio dei casi pregressi già noti e rilevati localmente. Un lavoro di sensibilizzazione capillare, dunque, capace di coinvolgere associazioni culturali, comunità di migranti, enti locali, scuole e operatori sanitari proprio al fine di impedire che nel nostro Paese possa verificarsi un crimine tanto odioso.

Come evidenziato recentemente dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, UNFPA, e dall’Unicef il verificarsi di diverse crisi espone continuamente a un maggiore rischio di mutilazioni genitali milioni di ragazze. Da ultimo, il diffondersi della crisi epidemiologica da COVID-19 minaccia seriamente i progressi compiuti, creando una crisi nella crisi per le ragazze più vulnerabili e marginalizzate. Con il diffondersi della pandemia, infatti, e l’interruzione dei programmi che aiutano a proteggere le ragazze da questa orribile pratica, si stima che potrebbero verificarsi nel prossimo decennio ulteriori 2 milioni di casi.

Nel 2020 e nel 2021, il confinamento a casa come misura di contrasto alla diffusione del Covid-19, ha portato, come denunciato da diverse organizzazioni internazionali, l’aumento di almeno 1 milione del numero delle bambine nel mondo vittime di tale pratica. Un fenomeno che ha registrato un significativo aumento anche nei Paesi europei da contrastare, quindi, con ulteriore impegno, con finanziamenti, sensibilizzazione, consapevolezza dell’esistenza della pratica e la necessità di parlarne, operando soprattutto con le comunità per trovare anche soluzioni pratiche.

Ecco perché oggi serve rilanciare e rinnovare l’impegno, mediante l’utilizzo degli strumenti forniti dalla citata legge n. 7 del 2006 sul territorio nazionale, e un incremento delle risorse da essa previste, nel prevenire e bloccare qualunque recrudescenza, in Italia, di questa terribile violazione dei diritti umani delle donne in particolare implementando il ricorso alle diverse campagne d’informazione e prevedendo attività di formazione specifica per tutto il personale socio sanitario; ma anche implementare le somme destinate, nell’ambito della cooperazione internazionale, ai programmi di cui all’articolo 7 della citata legge.

Un impegno di civiltà, un dovere politico, civico e morale per aiutare milioni di donne a uscire dal silenzio cui vengono costrette dopo aver subito questa mostruosa tortura e per dire basta alla violenza sul corpo delle donne, al controllo della loro sessualità, alla repressione della loro dignità, integrità, vita e salute.