L’orrore di Bucha è un punto di non ritorno

Bucha è un nome destinato ad entrare, purtroppo, nelle pagine più buie della storia. E a giudicare dall’operato fin qui portato avanti dalle forze armate della Federazione russa, Bucha non potrà che essere uno fra i tanti nomi che testimonieranno, se non sarà fermata quanto prima la guerra, fino a che punto siano state portate indietro, per volontà di Putin, le lancette della storia. Quella dell’Europa e non solo, delle democrazie, dello Stato di diritto, della pace. Le immagini terribili di quei corpi senza vita riversi a terra, con le mani legate dietro alla schiena, richiamo ad una esecuzione sommaria di civili inermi, ci impongono di illuminare la barbarie perché ne rispondano gli artefici. Quando non è dato saperlo, ma certamente l’orrore non sarà e non dovrà essere prescritto. Ritornano infatti, nell’anno domini 2022, parole che pensavano archiviate. E ritornano nel cuore dell’Europa: civili giustiziati, fosse comuni, scudi umani, cluster bombs, mine anti persona, stupri come armi di guerra, bombardamenti di ospedali, genocidio. Secondo Human Rights Watch ci sono prove di crimini contro l’umanità commessi in Ucraina dai militari russi. L’Onu ha istituito una Commissione d’inchiesta per ”indagare su tutte le presunte violazioni e abusi dei diritti umani, sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e sui crimini correlati nel contesto dell’aggressione contro l’Ucraina da parte della Federazione Russa”. Parallelamente, la squadra del procuratore generale della Corte penale internazionale, Karim Khan, sta già lavorando alla raccolta di prove e testimonianze. L’Italia insieme ad altri 41 paesi ha infatti sottoscritto la richiesta di apertura di un’indagine. E risuonano come un monito, in questo senso, le parole pronunciate dall’ex procuratrice capo del Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, che ha prospettato l’opzione di spiccare un mandato d’arresto per il presidente Putin quale “unico strumento esistente che consente di arrestare l’autore di un crimine di guerra e portarlo davanti alla Corte penale internazionale”. Non sfugge a nessuno la complessità di perseguire, a seguito di un’inchiesta, gli autori di questo tipo di crimini, poiché come ricorda Del Ponte “non necessariamente Putin verrebbe messo in carcere dopo il mandato di arresto”, però sicuramente “sarebbe impossibile per lui lasciare il suo Paese e sarebbe un segnale forte”. Del resto, in pochi credevano nella possibilità di vedere imputato in un’ala dell’Aja lo stesso Slobodan Milosevic. Eppure ciò che sembrava impossibile, è accaduto. Come era giusto. Anche l’Ue si è attivata creando una squadra investigativa comune con l’Ucraina ed è pronta, come spiegato dalla presidente della Commissione von der Leyen, ad offrire il supporto di Eurojust ed Europol che hanno già attivato colloqui con la Cpi. Alla luce di tutto questo, come capogruppo nella Commissione diritti umani, ho chiesto che il Governo venga a riferire su quanto sta accadendo in Ucraina e che sia audita la vicepremier Olha Stefanishyna in merito alle denunce di stupri compiuti dai militari russi verso donne e soldatesse ucraine che, in alcuni casi dopo la violenza, sono state impiccate o spinte al suicidio. Perché si sa: è il corpo delle donne, nei conflitti armati, uno dei “territori” di conquista, scontro, umiliazione dell’avversario. E’ bottino di guerra che serve da monito al nemico. Di fronte a tutto questo, è nostro dovere, come Paese, sostenere indagini indipendenti, rispettando quello stato di diritto che non solo rappresenta il nostro Dna di europei ma segna anche la più profonda differenza con l’autocrazia putiniana. Perfino nei conflitti armati –e so che sembrerà paradossale ribadirlo- le convenzioni internazionali sanciscono il rispetto dei diritti umani e vige quindi il diritto internazionale umanitario. Garantire che sia fatta giustizia, verificando anche la possibilità che Putin si sia macchiato del crimine terribile di genocidio, è fondamentale anche per una prospettiva di pacificazione. Dobbiamo evitare che a causa della folle violenza compiuta dai russi a Bucha, oppure a Mariupol o a Irpin, oppure a Borodyanka e Hostomel, possa radicarsi l’umano seme dell’odio nella popolazione ucraina, rendendo impossibile- in un futuro che speriamo tutti sia prossimo – la tregua. Per questo è indispensabile che i responsabili di quei massacri, individuati ricostruendo l’intera catena di comando, siano assicurati alla giustizia. Una nuova Norimberga per l’Ucraina è una delle sfide che abbiamo di fronte. Come italiani, come europei, come democratici di tutto il mondo. Come esseri umani.

Articolo pubblicato su Milano Finanza